Premetto
che
non
è
certo
impresa
semplice
la
confutazione,
in
un
solo
articolo,
di
princìpi
sostenuti
da
un
movimento
sociale,
politico
e
culturale
quanto
mai
eterogeneo
quanto
quello
che
va
sotto
il
nome
di
"no
-
global".
Spesso
l'opposizione
alla
globalizzazione
non
è
una
lotta
contro
il
solo
libero
commercio,
ma
lo
strumento
mediante
il
quale
ora
riprendere
vetuste
lotte
anticapitaliste,
ora
sostenere
la
causa
palestinese
contro
lo
Stato
di
Israele,
ora
contestare
atteggiamenti
di
chiusura
nazionalista
al
multiculturalismo.
Ecco
dunque
che
per
forza
di
cose
occorre
limitare
un'analisi
pur
non
superficiale
del
movimento
no
-
global
alle
sue
principali
tesi.
Una
prima
affermazione
che
mi
piacerebbe
considerare
è
quella
per
cui
le
multinazionali
determinerebbero
nei
Paesi
in
via
di
sviluppo
un
depauperamento
delle
popolazioni
locali
e
uno
sfruttamento
delle
risorse
naturali,
economiche
e
culturali
locali.
Intanto
occorre
chiarire
una
fondamentale
distinzione
fra
quattro
concetti
spesso
trattati
con
disinvoltura
e
superficialità;tali
concetti
sono
quello
di
crescita
economica,
quello
di
sviluppo
economico,
quello
di
tenore
di
vita
e
quello
di
benessere
economico.
La
crescita
economica
è
quella
grandezza
convenzionalmente
rappresentata
dal
tasso
(
percentuale)
di
crescita
del
PIL
(Prodotto
interno
lordo);
il
PIL
è
una
grandezza
di
flusso
(
misurata
cioè
per
unità
di
tempo)
che
rappresenta
il
complesso
dei
beni
e
servizi
finali
prodotti
ed
erogati
nell'unità
di
tempo
(
generalmente
l'anno),
comprensivi
degli
utili
di
imprese
estere
nel
Paese
in
questione.
Lo
sviluppo
economico
si
può
invece
definire
come
una
crescita
economica
autocosciente,
ovvero
come
la
capacità
di
un
certo
Paese
di
amministrare
e
mantenere
la
crescita
economica
con
la
massima
trasparenza,
per
cui
un
Paese
può
avere
una
momentanea
crescita
economica
anche
notevole
senza
vivere
una
fase
di
sviluppo
economico,
nel
momento
in
cui
tale
crescita
non
avviene
in
un
contesto
democratico,
trasparente,
socialmente
idoneo
al
mantenimento
sistemico
del
processo
di
crescita.
Il
tenore
di
vita
è
definito
da
Amartya
Sen(
premio
Nobel
per
l'economia
nel
1998)
in
relazione
alla
"libertà
positiva",
come
condizione
di
possibile
realizzazione
di
opzioni
verso
cui
ci
si
orienti
da
parte
di
un
individuo;
chiaramente
tale
accezione
è
legata
a
quella
di
disponibilità
di
beni
materiali,
ma
non
si
limita
ad
essa.
Inoltre
il
tenore
di
vita
è
funzionale
all'aumento
del
proprio
benessere
economico.
Il
benessere
è
nozione
più
ampia
di
quella
di
tenore
di
vita:
secondo
Sen
il
benessere
comprende
anche
risultati
che
siano
favorevoli
per
gli
altri
e
non
per
se
stessi,
per
cui
può
aumentare
il
proprio
benessere
senza
che
aumenti
il
proprio
tenore
di
vita.
Il
benessere
economico
è
allora
in
condizioni
di
crescita
anche
allorchè
si
vive
all'interno
di
una
condizione
generale
di
incremento
delle
disponibilità
materiali,
e
non
limitate
alla
propria
persona.
Chiariti
tali
concetti,
si
può
osservare
quanto
segue
in
merito
alla
succitata
tesi
della
sostanziale
negatività
dell'impatto
delle
multinazionali
e
degli
investimenti
diretti
esteri
sui
Paesi
in
via
di
sviluppo
destinatari
di
essi:
intanto
i
dati
statistici
mostrano
una
correlazione
positiva
tra
apertura
delle
economie
e
crescita
economica.
Ad
esempio,
uno
studio
della
Banca
Mondiale
mostra
che,
se
negli
anni
Settanta
i
Paesi
emarginati
rispetto
al
processo
di
globalizzazione
avevano
un
tasso
di
crescita
medio
annuo
(
per
decennio)
leggermente
superiore
rispetto
a
quello
degli
altri
Paesi,
negli
anni
Ottanta
i
Paesi
appena
globalizzati
avevano
un
tasso
del
3,5%,
contro
il
2,3%
degli
Stati
benestanti
e
contro
il
solo
0,8%
dei
Paesi
non
interessati
dal
processo
di
globalizzazione.
Negli
anni
Novanta
i
Paesi
appena
globalizzati
hanno
raggiunto
addirittura
un
tasso
del
5%,
contro
il
2,2%
per
i
Paesi
benestanti
e
l'1,4%
proprio
dei
Paesi
emarginati
rispetto
alla
globalizzazione.
Ma
non
sono
i
soli
dati
a
smentire
la
tesi
del
"depauperamento"
operato
dalle
multinazionali:
la
teoria
economica
insegna
che
l'arrivo
di
capitali
nei
Paesi
in
via
di
sviluppo
favorisce
gli
scambi
di
know
-
how
e
di
tecnologia,
aumentando
lo
stock
di
capitale
a
disposizione
ed
incrementando
la
produttività
marginale
(
anche
del
fattore
produttivo
lavoro,
a
parità
di
lavoratori
impiegati).
Certo
uno
sviluppo
economico
richiede
una
coscienza
della
crescita
che
sia
fatta
anche
di
una
indipendenza
delle
autorità
locali
di
politica
economica
che
però
non
sfoci
nel
protezionismo
e
nell'ostacolare
l'ulteriore
apertura
al
commercio
internazionale.
C'è
da
aggiungere
che
la
crescita
economica
(
risultato,
in
Paesi
come
l'India,
di
un'apertura
al
commercio
internazionale,
dopo
decenni
di
autarchia
economica
)
è
a
sua
volta
un
fattore
fondamentale
per
la
creazione
di
posti
di
lavoro
e
la
riduzione
della
povertà.
Un'altra
tesi
sostenuta
dagli
oppositori
della
globalizzazione
è
di
natura
prevalentemente
sociologica,
più
che
economica.
Così
si
può
leggere
Naomi
Klein,
autrice
di
"No
logo",
descrivere
le
stratificazioni
sociali
che
vedono
donne
e
operai
di
Toronto
consapevoli
di
"interpretare
un
ruolo
in
una
pièce
artistica
a
sfondo
metropolitano".
La
Klein,
adottata
dal
movimento
no
-
global
come
propria
ideologa,
descrive
la
globalizzazione
come
una
"dura
realtà",
che
richiamerebbe
alla
mente,
mediante
i
propri
effetti,
le
condizioni
sociali
degli
anni
Venti
e
Trenta.
Ora,
se
i
dati
sono
quelli
che
ho
sopra
esposto,
se
verosimilmente,
nel
ventunesimo
secolo,
suscita
maggiore
scalpore
l'imbattersi
in
condizioni
di
vita
misere
e
in
un
benessere
inesistente
che
osservare
un
tenore
di
vita
medio
-
alto,
se
ne
deve
dedurre
che
osservazioni
anche
legittime
nel
merito
dell'analisi
di
determinate
contraddizioni
sono
spesso
errate
e
fuorvianti
nel
metodo.
In
particolare:
se
la
Klein
e
Michael
Hardt
(
col
suo
concetto
di
"deperimento
della
società
civile")
possono
essere
nel
giusto
nel
cogliere
il
contrasto
fra
livelli
di
benessere
caratterizzanti
diversi
individui
nelle
società
odierne,
essi
compiono
almeno
due
gravi
errori:
da
una
parte
imputano
alla
globalizzazione,
e
addirittura
al
capitalismo
in
quanto
tale,
delle
distorsioni
che
vanno
invece
CONTRO
le
ipotesi
dell'economia
di
mercato,
e
che
sono
invece
il
frutto
di
comportamenti
miopi
da
parte
di
politici
corrotti
e
monopolisti
privati.
D'altra
parte
un
altro
grave
errore
che
si
compie
da
parte
dei
contestatori
della
globalizzazione
è
quello
di
attribuire
un
carattere
STRUTTURALE
a
difficoltà
che
invece
caratterizzano
l'integrazione
delle
economie
mondiali
in
un
ambito
CONGIUNTURALE,
come
i
dati
aggregati
che
sono
stati
prima
citati
testimoniano.
Questo
perchè
sarebbe
sin
troppo
facile
osservare
la
vetustà
ed
erroneità
dell'analisi
marxiana
del
conflitto
di
classe,
a
maggior
ragione
nel
contesto
attuale.
Trovo
doveroso
analizzare
un
altro
assunto
proprio
delle
osservazioni
svolte
in
chiave
di
opposizione
alla
globalizzazione:
quell'assunto
che
analizza
non
già
i
rapporti
di
forza
sotto
il
profilo
economico
e
sociale,
ma
sotto
il
profilo
internazionale.
Si
imputa
in
sostanza
alla
globalizzazione
di
celare,
dietro
la
propria
dimensione
transnazionale,
il
perseguimento
di
interessi
unilaterali,
propri
dei
Paesi
sviluppati
ed
in
particolare
degli
Stati
Uniti
d'America.
Ciò
avviene
soprattutto
con
riferimento
alle
occasioni
di
conflitto
e
di
intervento
promosse
dalle
operazioni
NATO,
e
in
generale
dall'assetto
dell'ONU.
Da
questo
punto
di
vista
trovo
utile
la
citazione
(
nel
senso
di
condivisione
delle
sue
tesi)
di
un
testo
di
Jurgen
Habermas,
uno
dei
massimi
intellettuali
europei
viventi.
Costui,
appartenente
alla
Scuola
di
Francoforte,
e
autore
di
testi
quali
"La
crisi
della
razionalità
nel
capitalismo
maturo",
"Conoscenza
e
interesse"
e
"Il
discorso
filosofico
della
modernità",
nel
testo
"La
costellazione
postnazionale"
afferma
la
fondamentale
importanza
della
costituzione
di
un
assetto
europeo
idoneo
ad
affrontare
le
sfide
di
una
globalizzazione
ritenuta,
nel
suo
rafforzarsi,
come
la
tendenza
dominante
del
ventunesimo
secolo.
Habermas
vede
nella
nascita
di
un
organismo
statale
di
dimensioni
continentali,
in
Europa,
lo
strumento
per
un
razionale
recupero
del
ruolo
della
politica
rispetto
ai
meccanismi
prettamente
economici.
Egli
paragona
tale
processo
di
astrazione
razionale
a
quello
che
ha
condotto
dal
localismo
e
da
una
dimensione
dinastica
del
potere
ad
una
dimensione
nazionale
e
democratica.
D'altra
parte
Habermas
si
oppone
all'idea
e
all'auspicabilità
di
un
"governo
mondiale"
che
non
avrebbe
un
fondamento
etico
politico
sufficientemente
solido.
Egli
scrive
piuttosto
di
una
"politica
interna
globale"
(
Weltinnenpolitik)
che
si
svolga
attraverso
la
semplice
contrattazione
tra
stati
ma
in
modo
da
mutare
l'ottica
dell'adattamento
alla
globalizzazione
in
un'ottica
di
suo
condizionamento.
Condivido
questa
tesi
di
Habermas,che
con
la
consueta
lucidità
(
e
approccio
postkantiano)
analizza
le
stesse
contraddizioni
e
le
crisi
di
razionalità
insite
nei
processi
contemporanei.
E'
agevole
constatare,
però,
quale
abissale
distanza
separi
il
combattere
come
un
male
un
fenomeno
e
il
condurlo
su
una
traiettoria
di
razionale
praticabilità;
così
come
è
agevole
riconoscere
quanto
dannosa
sia
una
tesi
che
attribuisce
ad
un
sistema
dei
fenomeni
che
ne
sono
uno
sfondo
antropologico,
e
non
già
degli
effetti
sistemici.
MARCO
SENATORE
24-IV-2002
Marco
Senatore
nasce
a
Genova
26
anni
orsono.
Nel
2001
ottinene
la
laurea
in
Scienze
Politiche
all'Università
di
Roma
con
una
tesi
in
Istituzioni
di
diritto
pubblico.
Marco
ha
collaborato
con
l'Istat
per
un
breve
periodo
di
tempo
ed
e'
ora
in
procinto
di
intraprendere
una
carriera
nell'intermediazione
mobiliare.