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 CONFUTAZIONI ANALITICHE DI SLOGAN NO GLOBAL (MARCO SENATORE)

Premetto che non è certo impresa semplice la confutazione, in un solo articolo, di princìpi sostenuti da un movimento sociale, politico e culturale quanto mai eterogeneo quanto quello che va sotto il nome di "no - global". Spesso l'opposizione alla globalizzazione non è una lotta contro il solo libero commercio, ma lo strumento mediante il quale ora riprendere vetuste lotte anticapitaliste, ora sostenere la causa palestinese contro lo Stato di Israele, ora contestare atteggiamenti di chiusura nazionalista al multiculturalismo.

Ecco dunque che per forza di cose occorre limitare un'analisi pur non superficiale del movimento no - global alle sue principali tesi. Una prima affermazione che mi piacerebbe considerare è quella per cui le multinazionali determinerebbero nei Paesi in via di sviluppo un depauperamento delle popolazioni locali e uno sfruttamento delle risorse naturali, economiche e culturali locali.

Intanto occorre chiarire una fondamentale distinzione fra quattro concetti spesso trattati con disinvoltura e superficialità;tali concetti sono quello di crescita economica, quello di sviluppo economico, quello di tenore di vita e quello di benessere economico.

La crescita economica è quella grandezza convenzionalmente rappresentata dal tasso ( percentuale) di crescita del PIL (Prodotto interno lordo); il PIL è una grandezza di flusso ( misurata cioè per unità di tempo) che rappresenta il complesso dei beni e servizi finali prodotti ed erogati nell'unità di tempo ( generalmente l'anno), comprensivi degli utili di imprese estere nel Paese in questione.

Lo sviluppo economico si può invece definire come una crescita economica autocosciente, ovvero come la capacità di un certo Paese di amministrare e mantenere la crescita economica con la massima trasparenza, per cui un Paese può avere una momentanea crescita economica anche notevole senza vivere una fase di sviluppo economico, nel momento in cui tale crescita non avviene in un contesto democratico, trasparente, socialmente idoneo al mantenimento sistemico del processo di crescita.

Il tenore di vita è definito da Amartya Sen( premio Nobel per l'economia nel 1998) in relazione alla "libertà positiva", come condizione di possibile realizzazione di opzioni verso cui ci si orienti da parte di un individuo; chiaramente tale accezione è legata a quella di disponibilità di beni materiali, ma non si limita ad essa. Inoltre il tenore di vita è funzionale all'aumento del proprio benessere economico.

Il benessere è nozione più ampia di quella di tenore di vita: secondo Sen il benessere comprende anche risultati che siano favorevoli per gli altri e non per se stessi, per cui può aumentare il proprio benessere senza che aumenti il proprio tenore di vita. Il benessere economico è allora in condizioni di crescita anche allorchè si vive all'interno di una condizione generale di incremento delle disponibilità materiali, e non limitate alla propria persona.

Chiariti tali concetti, si può osservare quanto segue in merito alla succitata tesi della sostanziale negatività dell'impatto delle multinazionali e degli investimenti diretti esteri sui Paesi in via di sviluppo destinatari di essi: intanto i dati statistici mostrano una correlazione positiva tra apertura delle economie e crescita economica. Ad esempio, uno studio della Banca Mondiale mostra che, se negli anni Settanta i Paesi emarginati rispetto al processo di globalizzazione avevano un tasso di crescita medio annuo ( per decennio) leggermente superiore rispetto a quello degli altri Paesi, negli anni Ottanta i Paesi appena globalizzati avevano un tasso del 3,5%, contro il 2,3% degli Stati benestanti e contro il solo 0,8% dei Paesi non interessati dal processo di globalizzazione. Negli anni Novanta i Paesi appena globalizzati hanno raggiunto addirittura un tasso del 5%, contro il 2,2% per i Paesi benestanti e l'1,4% proprio dei Paesi emarginati rispetto alla globalizzazione.

Ma non sono i soli dati a smentire la tesi del "depauperamento" operato dalle multinazionali: la teoria economica insegna che l'arrivo di capitali nei Paesi in via di sviluppo favorisce gli scambi di know - how e di tecnologia, aumentando lo stock di capitale a disposizione ed incrementando la produttività marginale ( anche del fattore produttivo lavoro, a parità di lavoratori impiegati). Certo uno sviluppo economico richiede una coscienza della crescita che sia fatta anche di una indipendenza delle autorità locali di politica economica che però non sfoci nel protezionismo e nell'ostacolare l'ulteriore apertura al commercio internazionale. C'è da aggiungere che la crescita economica ( risultato, in Paesi come l'India, di un'apertura al commercio internazionale, dopo decenni di autarchia economica ) è a sua volta un fattore fondamentale per la creazione di posti di lavoro e la riduzione della povertà.

Un'altra tesi sostenuta dagli oppositori della globalizzazione è di natura prevalentemente sociologica, più che economica. Così si può leggere Naomi Klein, autrice di "No logo", descrivere le stratificazioni sociali che vedono donne e operai di Toronto consapevoli di "interpretare un ruolo in una pièce artistica a sfondo metropolitano". La Klein, adottata dal movimento no - global come propria ideologa, descrive la globalizzazione come una "dura realtà", che richiamerebbe alla mente, mediante i propri effetti, le condizioni sociali degli anni Venti e Trenta.

Ora, se i dati sono quelli che ho sopra esposto, se verosimilmente, nel ventunesimo secolo, suscita maggiore scalpore l'imbattersi in condizioni di vita misere e in un benessere inesistente che osservare un tenore di vita medio - alto, se ne deve dedurre che osservazioni anche legittime nel merito dell'analisi di determinate contraddizioni sono spesso errate e fuorvianti nel metodo. In particolare: se la Klein e Michael Hardt ( col suo concetto di "deperimento della società civile") possono essere nel giusto nel cogliere il contrasto fra livelli di benessere caratterizzanti diversi individui nelle società odierne, essi compiono almeno due gravi errori: da una parte imputano alla globalizzazione, e addirittura al capitalismo in quanto tale, delle distorsioni che vanno invece CONTRO le ipotesi dell'economia di mercato, e che sono invece il frutto di comportamenti miopi da parte di politici corrotti e monopolisti privati. D'altra parte un altro grave errore che si compie da parte dei contestatori della globalizzazione è quello di attribuire un carattere STRUTTURALE a difficoltà che invece caratterizzano l'integrazione delle economie mondiali in un ambito CONGIUNTURALE, come i dati aggregati che sono stati prima citati testimoniano. Questo perchè sarebbe sin troppo facile osservare la vetustà ed erroneità dell'analisi marxiana del conflitto di classe, a maggior ragione nel contesto attuale.

Trovo doveroso analizzare un altro assunto proprio delle osservazioni svolte in chiave di opposizione alla globalizzazione: quell'assunto che analizza non già i rapporti di forza sotto il profilo economico e sociale, ma sotto il profilo internazionale. Si imputa in sostanza alla globalizzazione di celare, dietro la propria dimensione transnazionale, il perseguimento di interessi unilaterali, propri dei Paesi sviluppati ed in particolare degli Stati Uniti d'America. Ciò avviene soprattutto con riferimento alle occasioni di conflitto e di intervento promosse dalle operazioni NATO, e in generale dall'assetto dell'ONU.

Da questo punto di vista trovo utile la citazione ( nel senso di condivisione delle sue tesi) di un testo di Jurgen Habermas, uno dei massimi intellettuali europei viventi. Costui, appartenente alla Scuola di Francoforte, e autore di testi quali "La crisi della razionalità nel capitalismo maturo", "Conoscenza e interesse" e "Il discorso filosofico della modernità", nel testo "La costellazione postnazionale" afferma la fondamentale importanza della costituzione di un assetto europeo idoneo ad affrontare le sfide di una globalizzazione ritenuta, nel suo rafforzarsi, come la tendenza dominante del ventunesimo secolo. Habermas vede nella nascita di un organismo statale di dimensioni continentali, in Europa, lo strumento per un razionale recupero del ruolo della politica rispetto ai meccanismi prettamente economici. Egli paragona tale processo di astrazione razionale a quello che ha condotto dal localismo e da una dimensione dinastica del potere ad una dimensione nazionale e democratica.

D'altra parte Habermas si oppone all'idea e all'auspicabilità di un "governo mondiale" che non avrebbe un fondamento etico politico sufficientemente solido. Egli scrive piuttosto di una "politica interna globale" ( Weltinnenpolitik) che si svolga attraverso la semplice contrattazione tra stati ma in modo da mutare l'ottica dell'adattamento alla globalizzazione in un'ottica di suo condizionamento.

Condivido questa tesi di Habermas,che con la consueta lucidità ( e approccio postkantiano) analizza le stesse contraddizioni e le crisi di razionalità insite nei processi contemporanei. E' agevole constatare, però, quale abissale distanza separi il combattere come un male un fenomeno e il condurlo su una traiettoria di razionale praticabilità; così come è agevole riconoscere quanto dannosa sia una tesi che attribuisce ad un sistema dei fenomeni che ne sono uno sfondo antropologico, e non già degli effetti sistemici.

MARCO SENATORE

24-IV-2002

Marco Senatore nasce a Genova 26 anni orsono. Nel 2001 ottinene la laurea in Scienze Politiche all'Università di Roma con una tesi in Istituzioni di diritto pubblico. Marco ha collaborato con l'Istat per un breve periodo di tempo ed e' ora in procinto di intraprendere una carriera nell'intermediazione mobiliare.

Questo articolo è tratto da www.proglobal.org
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