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COMUNITA' PAPA GIOVANNI XXIII (4/01/2003)

 

Ascolta l'intervista di Amedeo Lomonaco a don Oreste Benzi

 

Sono stati oltre 100 i giovani della Comunità “Papa Giovanni XXIII”, fondata da don Oreste Benzi, festeggiati il 26 dicembre nella chiesa della Risurrezione a Rimini per la cerimonia che ha felicemente concluso il loro percorso di recupero dalla tossicodipendenza. L’uscita dalla comunità è vista come l’inizio di una rinascita che, come ha ricordato don Benzi, “consiste nella riscoperta del senso della vita e del valore della propria persona”.

Don Benzi

In un’atmosfera di grande commozione i ragazzi, tra cui 7 croati e due russi, davanti ai loro genitori hanno riconosciuto di essere pronti ad affrontare la vita fuori della comunità. “Non c’è dolore più grande – ha concluso don Benzi nel corso della messa celebrata dal vescovo Malcom Ranjith – di quello di una madre che ha un figlio drogato. Così come non c’è gioia più grande di quella per un figlio libero dalla droga”. Sui metodi utilizzati dagli operatori della Comunità “Papa Giovanni XXIII” per liberare i ragazzi dalla tossicodipendenza, ascoltiamo don Oreste Benzi. 

R. – Il nostro stile si può così riassumere: “Non ho né argento, né oro, ma quello che ho te lo do. Nel nome di Cristo, alzati e cammina”. Questo annuncio, questo dono del Cristo, lo trasmettiamo attraverso una metodologia ed un impegno di lavoro che dura circa 3 anni. Una terapia con cui accogliamo questi ragazzi è prima di tutto la terapia della verità, cioè il coraggio di accettare se stessi come dono da parte di Dio, dono e mistero.  Quindi, dare le risposte più profonde all’essere umano e nel medesimo tempo esigere sempre la continuità dell’impegno nella coscienza della verità. Poi, la terapia della responsabilità: “Tu non hai nulla se non te lo guadagni”. E poi la terapia della corresponsabilità, e cioè la coscienza di popolo: “Tu appartieni ad un popolo, redento da Cristo che, però, ha la sua base in Dio, del quale noi siamo tutti quanti figli. Ed infine, la terapia della gioia, l’elemento che rende festosi. Il segreto è, comunque, la relazione tra operatore e colui che deve essere recuperato alla vita, che comincia a “sentirsi esistere”, quando “si sente esistere” in un altro, il quale compie tutto nella pura gratuità e con entusiasmo nella salvezza di un fratello. 

D. - Cosa significa per un ragazzo che ha conosciuto la droga uscire dalla Comunità dopo aver terminato il proprio percorso di recupero?

R. – Che è ancora capace di vedere il sole, i fiori, le piante, gli uomini nelle loro diverse situazioni, e soprattutto sentirsi immerso nella gioia di avere qualcosa di unico, di essenziale da dare, di essere Parola irripetibile di Dio, che arriva da Cristo, e viene per il fascino che Cristo ancora suscita, e perché l’altro sente che in Cristo ritrova se stesso. Come ha detto bene il Papa: “Cristo rivela l’uomo all’uomo”. E’ quella la linea che seguiamo. 

A testimonianza del prezioso lavoro svolto dalla comunità, ecco l’esperienza di Giorgio Pollastri, uno dei ragazzi che ha concluso il proprio percorso di recupero. 

R. – Avevo una bella famiglia sana, con la fede, ma dentro di me avevo sempre un gran senso di vuoto e non arrivavo a capire come dovevo spendere la mia vita. Tutto questo mi ha portato a frequentare a 14 anni compagnie sbagliate, ragazzi simili a me: vuoti. Dopo 10 anni di eroina, come ultima spiaggia sono arrivato a Rimini, nella comunità Giovanni XXIII di don Oreste Benzi. Tutta la gente della comunità era gente che aveva abbandonato tutto, che stava in mezzo ai poveri, che non ti chiedeva niente in cambio, ma si metteva vicino a te cercando di cogliere quello che di bello avevi nel cuore. Un altro aspetto è che ogni casa famiglia aveva, ed ha anche oggi, una cappella. Vedendo i ragazzi responsabili di queste case che 2 o 3 volte al giorno andavano a pregare, mi fece pensare che “se loro entrano in cappella, e stanno in silenzio per un’ora, vuol dire che lì dentro c’è qualcuno”.       

D. - Alla luce della tua esperienza quale consiglio daresti ad un ragazzo tossicodipendente?

R. – Usare eroina, estasi, alcool è solo una fuga. Trovate comunità che vi aiutino ad individuare la vostra via.  

D. - Quali progetti hai per il futuro?

R. – I progetti li scelgo assieme alla mia comunità, insieme a mia moglie e al Signore. Da un anno circa hanno dato in dono alla comunità un albergo che don Oreste, insieme alla comunità, mi ha mandato a dirigere con mia moglie. Oggi sento dentro al mio cuore che ho tanto ancora da imparare.

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Per la Radio Vaticana, Amedeo Lomonaco

 

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