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COMUNICAZIONE & INFORMAZIONE

- PRIMA PARTE - 

Per "forma culturale" intendiamo il modo in cui un determinato concetto, un determinato contenuto creativo viene organizzato, da un autore singolo o da un gruppo di realizzatori, per adattarsi al mezzo con cui sarà comunicato, al pubblico a cui sarà diretto, al contesto sociale in cui sarà collocato. Facciamo un esempio. Il mito greco di Edipo, uccisore del padre e marito della madre, ha ispirato molteplici opere letterarie e artistiche, da Eschilo e Sofocle in poi. È fin troppo evidente che la tragedia Edipo Re di Sofocle (circa il 430 a. C.) è completamente diversa, come forma culturale, dal melodramma omonimo di Ruggero Leoncavallo, rappresentato per la prima volta a Chicago nel 1920.

Ma anche per restare alla sola tragedia di Sofocle, la lettura del testo è altra cosa dalla rappresentazione in teatro e a sua volta la rappresentazione è cosa del tutto diversa dal suo adattamento radiofonico o televisivo; ma anche uno spettacolo estivo all'aperto in un teatro antico avrà una forma del tutto diversa da una messa in scena nel chiuso di una sala. Non si tratta solo della personalità del regista e del suo rapporto con il testo, ma delle caratteristiche sociali dello spettacolo e del pubblico  che assisterà ad esso, con le sue aspettative e le sue idee. Ma se vogliamo fare un esempio ancora più semplice, una cosa è parlare della tragedia greca a due-tre persone, altra è una farne una lezione a venti studenti, altra ancora parlare (sempre a parità di cose da dire e di argomenti da affrontare) a mille persone, in un teatro, con un microfono in mano. Una cosa è parlare ad un gruppo di persone che hanno scelto di partecipare e di ascoltare per una complessa serie di interessi e convenienze, ad esempio un gruppo di studenti che segue un corso universitario, un'altra è cercare di convincere dei passanti a fermarsi a sentire.

Le differenze, come si vede, non sono soltanto nella creatività dell'oratore, nel suo modo di interpretare un testo o di esporre delle idee; esse dipendono anche un intreccio di condizioni tecniche (all'aperto o al chiuso, con il microfono o senza, etc.) e sociali (la numerosità e le aspettative del pubblico, il fatto che sia pagante o meno, l'attenzione che intende dedicare, etc.). Se queste differenze sono così importanti nel caso di quella che chiameremo comunicazione faccia a faccia (face to face), con il contatto diretto tra chi parla e chi ascolta, figuriamoci quando la comunicazione deve passare attraverso un mezzo, un medium come sono la radio e la tv, che ha caratteristiche proprie, molto più complesse dell'acustica di un microfono o di un amplificatore.

Qualche altro chiarimento iniziale. I "media elettronici" sono la radio e la televisione, e non altro, e si chiamano così perché essi utilizzano le proprietà delle valvole termoioniche, o tubi a vuoto, o valvole elettroniche (tube  in inglese in questo caso si traduce con valvola). La prima valvola elettronica per la comunicazione fu l'Audion, o triodo, inventata dall'americano Lee De Forest nel 1906, senza la quale non ci sarebbe stata la radio come la conosciamo oggi. Le altre successive, comprese il transistor e il microchip, sono tutte derivazioni e potenziamenti dell'invenzione di De Forest.

Conviene anche soffermarci sul concetto di comunicazione. Per comunicazione si può intendere ogni scambio di messaggi, dotati di significato, tra individui che condividono un codice per interpretarli. La più elementare e diffusa forma di comunicazione è quella interpersonale: due o più persone parlano fra loro, si scambiano reciprocamente messaggi in forma di parole; ciascuno di loro è, di volta in volta, emittente e ricevente. Questa è una comunicazione "punto a punto". Una comunicazione in cui il ricevente ha la possibilità di interagire a sua volta con l’emittente si chiama "comunicazione interattiva". Generalmente la comunicazione punto a punto è una comunicazione interattiva. 

La comunicazione di massa è invece una forma di comunicazione "da uno a molti". Quando, anche nella preistoria o in una società primitiva, qualcuno sale su una pietra e parla ad un gruppo di persone convenute davanti a lui, si ha una prima forma di comunicazione di massa. In questo tipo di comunicazione, le funzioni di emittenza e di ricezione tendono a polarizzarsi ai due estremi; una persona emittente, molti riceventi. La comunicazione di massa tende ad essere unidirezionale e non interattiva.

Riunire molte persone perché ascoltino il discorso di un’altra persona è un’operazione complessa e costosa; lo è oggi, e a maggior ragione lo era in una società antica in cui le comunicazioni sono molto più difficili. Nelle società antiche e in quelle primitive la comunicazione di massa, anche in questa forma rudimentale, è una esperienza eccezionale, legata ad occasioni speciali (guerre, matrimoni reali, cerimonie, riti, etc.). 

Abbiamo parlato finora di forme di comunicazione faccia a faccia, sia essa interpersonale o di massa, caratterizzata dalla compresenza fisica di tutti i partecipanti; ma questa comporta i problemi logistici e sociali a cui abbiamo sopra accennato. Una comunicazione evoluta è un tipo di comunicazione che va oltre la compresenza fisica dei comunicanti. Perché questo avvenga è necessario riprodurre e/o trasportare a distanza del messaggio attraverso appositi mezzi tecnici. Questi "mezzi" sono i media. Ma i media non bastano. Per la comunicazione a distanza  è essenziale  una rete (di strade, su cui corrono i messaggeri, di torri sulle colline da cui osservare segnali di fumo, etc.). Questa rete, definita anche con termine inglese network, è composta da tanti punti, o stazioni, ciascuno dei quali è raggiungibile da tutti gli altri. La raggiungibilità tra due punti può essere diretta o indiretta: può essere che partendo da Torino per raggiungere Foggia occorra passare per Bari e poi puntare su Foggia (raggiungibilità indiretta). 

In una società primitiva sia la riproduzione che il trasporto a distanza dei messaggi (cioè la comunicazione a distanza) hanno limiti molto forti. Praticamente, l’unico "supporto" disponibile per immagazzinare un messaggio è quello di farlo imparare a memoria da un messaggero, che poi viene inviato nel luogo dove si vuol giungere il messaggio. Soprattutto se il messaggio è complesso, questo metodo è a forte rischio di dimenticanze o fraintendimenti.

Si può anche mettersi d’accordo con un ricevente lontano: se avverrà un determinato evento, accenderemo un fuoco su una montagna, oppure suoneremo un tam-tam; altrimenti non lo faremo. Si stabilisce cioè un codice, per il quale il rumore del tamburo o la vista del fuoco significano una certa cosa. Naturalmente anche questo sistema permette di inviare solo segnali molto semplici, e richiede di concordare ogni volta un apposito codice.

In tutti i casi, non avendo di fronte il destinatario, non c’è feedback o è molto incerto; né c’è la sicurezza che il messaggio affidato al messo o al segnalatore sulla torre arrivi al destinatario così come era stato formulato dalla fonte. Il messaggio è il risultato di una azione interpretativa comune di emittente e destinatario ("cooperazione interpretativa", Umberto Eco). Di qui l’esigenza dell'invenzione della scrittura per tutti quei messaggi che richiedevano una decodifica accurata. Con l’arrivo della scrittura si ridurrà il margine interpretativo e aumenta la complessità del messaggio.  

Non vi sarà sfuggito che c’è una notevole differenza tra l’invio del messaggero e il suono del tam tam, o l’accensione del fuoco. Nel primo caso si ha il trasporto fisico di un messaggio (tramite il messaggero), che impiega un certo tempo per trasportarlo a destinazione. Il messaggio arriverà qualche tempo dopo essere stato inviato.

Nel secondo caso (il suono del tam tam) c’è comunicazione senza trasporto fisico di un messaggio; la comunicazione è quindi immateriale. Questo sistema permette di vedere o ascoltare il messaggio in tempo reale, alla velocità della luce o del suono (a seconda che si tratti di un segnale visivo o sonoro).

Siamo di fronte alla differenza tra la trasmissione di un messaggio fisico e quella di un messaggio immateriale: una differenza che percorre tutta la storia della comunicazione umana. All'inizio prevale la trasmissione immateriale; poi, particolarmente dopo l'invenzione della scrittura e poi della stampa, ha prevalso il trasporto fisico. Nel secolo appena decorso la trasmissione immateriale si è presa una straordinaria rivincita con la radio e la televisione.

Da questo punto di vista l'invenzione della scrittura può essere vista come una forma di prima industrializzazione della comunicazione, così da superare i più gravi limiti della comunicazione orale. Da alcune decine di migliaia di anni esistono vari modi di trasmettere messaggi con l'aiuto di disegni, segni, immagini, "ma la scrittura propriamente detta appare solo dal momento in cui si costituisce un insieme organizzato di segni o di simboli, attraverso i quali è possibile materializzare e fissare con chiarezza ogni pensiero, sentimento, emozione".[1] La prima scrittura vera e propria, con segni fonetici che rimandano al suono delle parole nella lingua parlata è in Occidente (la Cina ha tutt'altra storia) la scrittura cuneiforme dei Sumeri, circa il 2.000 a.C.

Si trattava all'inizio di tenere l'amministrazione delle fattorie reali, incidendo i caratteri cuneiformi su tavolette di argilla. La scrittura nasce come "comunicazione di stato" o come "comunicazione di affari", secondo le definizioni introdotte da Pierre Flichy,[2] o come tutte e due le cose insieme. Solo più tardi essa sarà posta al servizio della comunicazione letteraria  e sarà introdotto l'uso privato della scrittura (come manifestazione di affetti, ecc.),  nella comunicazione privata e familiare. In questo modo che alla scrittura ufficiale se ne accosta una privata. Allo stesso modo io posso utilizzare il computer per scrivere una poesia, oppure una lettera personale; ma l’esigenza di scrivere poesie o lettere non ha mai avuto una mass d’urto sufficiente a produrre l’invenzione del computer.

 

 

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