In
blu
passi
tratti
da
"No
Logo"
di
Naomi
Klein
Da
qualche giorno sono impegnato nella lettura di questo libro che ha avuto un
successo incredibile in America perché svela, forse è meglio dire conferma,
con notevole efficacia fino a che punto la società occidentale è pervasa e
culturalmente soggiogata dal branding e cioè dalla promozione dei
"marchi". Lo stile dell'autrice è sicuramente brillante e le pagine
scorrono via rapide, ma c'è un capitolo in particolare che mi ha colpito e cioè
quello relativo al "Branding dell'istruzione, pubblicità nelle scuole e
nelle università".
E'
lo spaccato di quanto avviene negli Stati Uniti, ma come sempre, quello che
accade nel cuore dell'impero è destinato a propagardsi alle province nel giro
di pochi anni, soprattutto se chi governa le province proviene dallo stesso
ceppo culturale (Publitalia?!). - Probabilmente sarà il caso di fare un
ulteriore approfondimento sul rapporto branding-politica. -
Ma
leggiamo alcuni passi di N. Klein a proposito del rapporto azienda-scuola.
"In
questo paese abbiamo due possibilità: fare in modo che il nostro sistema
scolastico entri nell'era dell'elettronica e comunichi con gli studenti
adottando metodi che essi possano capire e con i quali riescano a relazionarsi,
oppure lasciare che le nostre scuole continuino a utilizzare sistemi di
comunicazione antiquati e diventino prigioni diurne per milioni di giovani, come
già è accaduto nelle zone più povere della città."
Così parlò il consulente di marketing americano Jack Myers.
Questo
modo di ragionare, che mette allegramente sullo stesso piano l'accesso delle
aziende a scuola e l'apertura alla moderna tecnologia, e, per estensione, al
futuro stesso, è il punto focale che ha permesso alle aziende, nell'arco di un
solo decennio, di eliminare quasi completamente la barriera tra pubblicità e
istruzione. È stata la tecnologia a rinnovare l'urgenza di far fronte alla
cronica mancanza di fondi degli anni 90: nel momento in cui le scuole si
trovavano ad affrontare tagli di bilancio sempre più drastici, i costi per
fornire un'educazione moderna aumentavano in modo esponenziale, costringendo
molti istituti e cercare fonti finanziamento alternative.
Si
potrebbe poi discutere sulla reale efficacia di dotare inevitabilmente le scuole
di pc, internet, videoconferenze senza poi realmente presidiare le aree di
formazione del pensiero critico e della propria coscienza, ma…
Certo
è che le aziende, il mercato del lavoro, richiedono professionalità forgiate
sull'utilizzo della tecnologia e quindi le scuole pubbliche devono far fronte a
questo tipo di richiesta, anche in virtù del fatto che quelle private sono in
grado di fornire queste dotazioni.
Per
uscire dal vicolo cieco dell'high-tech, l'unica strada che hanno trovato le
scuole pubbliche, in particolare quelle più povere, è quella delle
sponsorizzazioni.
Il
Caso di Channel One.
All'inizio
del decennio, queste cosidette emittenti televisive per le scuole hanno
presentato una proposta ai consigli scolastici nordamericani. Hanno chiesto loro
di aprire le aule ad un minuto al giorno di pubblicità televisiva, inserita
all'interno di programmi su temi d'attualità per adolescenti della durata di 12
minuti. Molte scuole hanno accettato e, in breve tempo, sono iniziate le
trasmissioni.
Non
c'è alcuna possibilità di oscurare le allegre tiritere pubblicitarie.
Non
solo gli studenti sono obbligati ad assistere alle trasmissioni, ma gli
insegnanti non possono regolare il volume, tantomeno durante la pubblicità. In
cambio, le scuole non hanno un ritorno in denaro delle emittenti, ma possono
utilizzare le tanto agognate attrezzature audiovisive per altre lezioni, e, in
alcuni casi, ricevere dei computer gratis.
Channel
One, nel frattempo, fa pagare la pubblicità, per questo accesso preferenziale
alle aule, fior di quattrini, il doppio delle tariffe applicate normalmente, in
quanto è in grado di offrire, grazie all'obbligo di visione e all'impossibilità
di regolare il volume e di cambiare canale, qualcosa che nessun'altra emittente
può garantire: nessun calo dell'indice di ascolto.
Oggi
Channel One è presente in 12.000 scuole e raggiunge un numero di studenti
calcolato intorno agli 8 milioni…..
Channel
One non si limita a vendere le scarpe da ginnastica e le caramelle dei suoi
clienti ai ragazzini delle scuole, sta anche vendendo il concetto che il suo
programma è un supporto educativo di immenso valore, un metodo che contribuisce
alla modernizzazione delle risorse educative aride e obsolete, rappresentate dai
libri e le insegnanti. Nel modello rappresentato da questa emittente, il
processo d'apprendimento è poco più che un trasferimento di "roba"
nel cervello degli studenti. Che si tratti dell'ultimo successo della Disney o
del teorema di Pitagora, il risultato è lo stesso: più roba inculcata.
Come
hanno reagito genitori ed insegnanti a questa invasione della pubblicità nella
scuola? Tendenzialmente sottovalutando il problema.
…Molti
genitori ed insegnanti hanno potuto razionalizzare il fatto di non essere
riusciti e proteggere uno spazio, prima libero, convincendosi che gli annunci
pubblicitari che non apparivano in aula o nel campus sarebbero comunque stati
visti dagli studenti in metropolitana, in Internet o in televisione. Che
importanza poteva avere una pubblicità in più nella vita di questi ragazzi, già
fatta di queste cose? E ogni volta ripetevano: che importanza può avere un
altro annuncio?
Se
questa è una chiave di lettura per capire il meccanismo di inserimento nei
college, ancora più grave appare il legame che si è venuto a creare tra
azienda e campus universitario.
Il
corpo docente, garantito pienamente dalla certezza del posto di lavoro a vita
(garanzia concepita appositamente per tutelare l'indipendenza da eventuali
pressioni esterne o condizionamenti) è stato sostanzialmente assente nella
difesa del tempo, dello spazio e dei contenuti didattici dall'assalto dei
marchi.
I
contratti che legano l'istituzione universitaria al marchio contengono
generalmente delle clausole di salvaguardia dell'immagine dell'azienda sponsor.
In sé non significa molto, ma nel concreto si è utilizzata questa formula per
bloccare la pubblicazione di risultati delle ricerche svolte sgraditi
all'azienda sponsor, sebbene di pubblico interesse. Di fatto si è esercitata la
censura.
Klein
cita molti altri casi di invasione dei marchi nella vita scolastica sia a
livello di college che di campus universitario.
Ne
cito alcuni; sponsorizzazione delle tute degli atleti della scuola, contratti in
esclusiva per la distribuzione di bevande, sponsorizzazione persino delle
rastrelliere per le biciclette, buoni sconto inseriti nella documentazione
relativa all'iscrizione scolastica ed infine il mega capitolo delle mense
scolastiche dove il condizionamento dei marchi come Taco Bell, Mc Donald's,
Burger King, etc opera in maniera mirata a seconda del target di riferimento.
Per
i bambini l'azienda sponorizza il menu, in modo che il prodotto diventi un
elemento inscindibile della vita quotidiana, mentre nei college e nei campus la
presenza di questi marchi divide semplicemente la popolazione scolastica per
censo. Chi si può permettere il cheesburger griffato e chi è costretto
all'anonimato della mensa.
Il
messaggio inequivocabile è quello di ricordarci sempre che deve esistere uno
spazio non economico, libero, dove ognuno di noi possa trovare il tempo per
ragionare della propria vita e dei propri valori.