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I CINQUE MONOPOLI (DI SAMIR AMIN)

 - PRIMA PARTE - 

dalla rivista "Il Manifesto", 9 settembre 2000

La presentazione degli elementi del dibattito che mi propongo di fare in questa sede insisterà quindi su alcune domande che mi sembrano le più importanti e che sono:

A) si può identificare in modo convincente ciò che è durevole nel "nuovo", e che avrà degli effetti che continueranno a svilupparsi sul lungo periodo, da ciò che è solo passeggero, cioè che caratterizza solo la fase di transizione attuale?

B) come analizzare l'interazione possibile tra le evoluzioni durevoli individuate e le logiche fondamentali e permanenti che definiscono il capitalismo?

Riguardo alle trasformazioni sicuramente durevoli indicherei sia quelle connesse al sovrasviluppo delle forze produttive da un lato, sia quelle che interessano la rivoluzione scientifica e tecnologica in corso e i suoi "effetti di civilizzazione" (l'organizzazione del lavoro e della vita sociale, il movimento sociale e le sue forme di espressione, ecc.).

Lo sviluppo delle forze produttive - che sono contemporaneamente forze distruttive - ha raggiunto ormai un punto che ne modifica qualitativamente la portata e di conseguenza ci pone nuovi interrogativi. L'arsenale degli armamenti nucleari, ad esempio permetterebbe di mettere fine a qualunque forma di vita sulla Terra. Questo fatto nuovo nella storia esigerebbe che si rinunci al loro impiego, che li si smantelli tutti. La Nato ha preso una posizione contraria. In altri campi, come la biogenetica, le conoscenze scientifiche acquisite permetterebbero analoghe devastazioni i cui effetti non sono noti. S'impone una gestione sociale del loro uso. È il solo mezzo per integrare nel sistema i principi etici indispensabili alla sopravvivenza dell'umanità. Nella sua volontà proclamata di privatizzare tutto, il sistema sceglie invece esattamente il contrario.

Ci si pone, inoltre, il problema dell'ambiente. Per la prima volta nella storia dell'umanità il pericolo di distruzione, irreversibile e grave, della vita sulla Terra è diventato reale. Un progetto sociale concreto che ignori tale realtà è inimmaginabile. Ma aggiungerei anche la cruda affermazione che il capitalismo, quale che sia la sua forma di organizzazione, è incapace di rispondere alla sfida. Il capitalismo, infatti, è fondato su una razionalità di calcolo a breve termine (pochi anni al massimo), mentre un'analisi seria del problema implica l'utilizzo di una razionalità a lunghissimo termine. La comparsa del problema ambientale è, a mio parere, una delle prove che il capitalismo come forma di civilizzazione deve essere superato. Una cosa che, purtroppo, pochi Verdi sono disposti ad ammettere!

Ma scendiamo di diversi gradini per considerare ora la rivoluzione scientifica e tecnologica in corso e, più in particolare, tutto ciò che può essere collegato all'informatica.

Questa rivoluzione contemporanea (e in primo luogo l'informatizzazione) esercita indubbiamente un'azione potente, che impone la ristrutturazione dei sistemi produttivi (in particolare facilitando la diffusione geografica di segmenti comandati a distanza). Di conseguenza i processi di lavoro sono oggetto di grandi cambiamenti. Ai modelli di lavoro alla catena di montaggio (taylorismo) si sostituiscono forme nuove che influenzano profondamente la struttura delle classi sociali e la loro percezione dei problemi della segmentazione dei mercati del lavoro. Si tratta di un cambiamento che nel lungo periodo avrà una grande importanza. La direzione dell'attuale evoluzione conduce di già a quello che chiamerei un "deperimento della legge del valore", anche ciò suggerisce che il capitalismo deve essere superato. Il che però può essere fatto in modi diversi. Attraverso il socialismo - che costituisce a mio parere la sola risposta umanista possibile alla sfida - o attraverso l'istituzione di una sorta di regime di apartheid generalizzato nel quale la distinzione sociale non sarebbe più fondata sulla partecipazione alla creazione del valore (anche se questa partecipazione darebbe luogo a uno sfruttamento), ma su altri criteri parapolitici e culturali. Ho illustrato in altra sede la possibilità "materiale" del funzionamento di un sistema di questo genere.

La letteratura che riguarda le trasformazioni nell'organizzazione del lavoro associate alla rivoluzione tecnologica in corso è molto ricca ed è impossibile passarla in rivista in questo scritto. Ma anche senza entrare nel dettaglio, mi sembra comunque che lo spirito di fondo che orienta tale letteratura sia improntato a una grande ingenuità. Mi riferisco in particolare a quella che studia il nuovo modello di società fondato sull'organizzazione "in rete" (che si sostituisce a quello gerarchico delle catene di montaggio) e sull'interazione dei "progetti" (che si sostituisce, almeno parzialmente, all'unità di comando rappresentata finora dall'impresa): illustra le sue idee come se il capitalismo potesse "adeguarsi a tutto". Ma così non è. Il capitalismo è sufficientemente forte, in alcune circostanze, per "recuperare" (e non adeguarsi), cioè per utilizzare a suo vantaggio (il profitto) le trasformazioni che portano al loro interno altre evoluzioni potenziali.

Vorrei fare due esempi particolarmente evidenti.

Il primo riguarda la nuova società delle reti che favorirebbe l'affermazione dell'autonomia creatrice degli individui. Questa società si sta costruendo sotto i nostri occhi. Quali sono però le sue conseguenze sociali reali? Il rapido e straordinario aumento dei redditi da capitale a scapito di quelli da lavoro, la precarizzazione, l'impoverimento e l'emarginazione di una quota crescente della popolazione. Questi fatti riducono a nulla le pretese del discorso dominante secondo il quale l'individuo sarebbe ormai diventato il soggetto della storia, rendendo superati concetti come quelli di classe e di nazione. L'individuo, al contrario, rimane nei fatti un essere sociale prigioniero sotto il peso dell'oppressione e dello sfruttamento sui quali la nostra società contemporanea, evidentemente, rimane fondata.

Il secondo esempio riguarda la pretesa autonomia che la grande impresa avrebbe acquisito nei confronti dello Stato, uno dei temi preferiti del discorso antistatale caratteristico dei nostri tempi. L'impresa di grandi dimensioni non è certo una novità nella storia del capitalismo. Ma le grandi imprese transnazionali rimangono, in primo luogo, imprese nazionali (in particolare attraverso la proprietà e soprattutto il controllo dei loro capitali) la cui attività oltrepassa le frontiere del paese di origine. Esse hanno sempre bisogno, per svilupparsi, del sostegno positivo dello Stato. Tuttavia sono diventate, contemporaneamente, abbastanza potenti per sviluppare la loro strategia di espansione fuori (e talvolta contro) le logiche delle politiche statali. Queste imprese cercano, quindi, di subordinare le politiche statali alle loro strategie. Il discorso neoliberale antistatale maschera questo obiettivo per legittimare la logica esclusiva della difesa degli interessi particolari che rappresentano queste imprese. La "libertà" tanto rivendicata non è quella di tutti, è la libertà per le imprese di far prevalere i loro interessi a scapito degli altri. In questo senso il discorso neoliberale è perfettamente ideologico e ingannevole. Lo status del rapporto "capitale oligopolistico privato/Stato" è ambiguo; attualmente, il capitale sembra avere la meglio facendo apparire lo Stato completamente sottomesso agli interessi privati, ma non è detto che questo rapporto sia definitivo o che non sia modulabile in modo diverso.

Il capitalismo non può assorbire qualunque esigenza imposta da una determinata evoluzione e rimanere al tempo stesso capitalismo. Tuttavia può "recuperare" questa esigenza in alcune circostanze, come quelle che presiedono al suo riassetto contemporaneo, perché domina incontrastato o, al contrario, assorbirlo avviando un'evoluzione verso un altro sistema. Si è allora in quella che definisco una "transizione lunga". Mi rendo conto che questa affermazione, di una lunga transizione (forse secolare) verso il socialismo - che per me non è sinonimo di allineamento sulle tesi riformiste convenzionali (quelle della Seconda internazionale) - non è stata neanche quella del marxismo storico del Novecento. Ma dopotutto il capitalismo, che ha preso la sua forma compiuta solo dopo la rivoluzione industriale, ha solo due secoli di storia alle spalle ed ha già raggiunto la fase di declino che impone oggettivamente un suo superamento; mentre al contrario la transizione dal feudalesimo dell'europa occidentale al capitalismo ha preso tre secoli, quelli del mercantilismo dal 1500 al 1800.

Resta il fatto che la transizione è sempre incerta ed è solo a posteriori che si sa in che direzione ci si è avviati. A causa della sottodeterminazione nella storia, il capitalismo potrebbe essere superato sia dalla costruzione progressiva del socialismo (ed è l'opzione desiderabile, che esige a sua volta che si faccia ricorso a mezzi coerenti con l'obiettivo) sia da un altro sistema di oppressione e di sfruttamento, che non sarebbe più il capitalismo ma sarebbe comunque terribile. In ogni caso è vero che la rivoluzione tecnologica - qualunque rivoluzione tecnologica - trasforma le strutture dell'organizzazione del lavoro. Se la società rimane ferma in una società di classi, queste non sono in alcun modo abolite da tale trasformazione, ma cambiano forma, a tal punto che l'illusione della loro scomparsa - o diluizione in altri contesti - può prevalere. Di conseguenza le forme di organizzazione sociale e dei movimenti attraverso i quali si esprimono i progetti degli uni e degli altri e i loro conflitti sono a loro volta profondamente influenzati dalla rivoluzione tecnologica. Più avanti esaminerò alcune delle condizioni poste da tali trasformazioni, così come l'ambiguità della loro portata: anche qui il meglio e il peggio sembrano coesistere.

In contrapposizione agli elementi di trasformazione durevole, di lunga portata, mi sembra che altri elementi meritino di essere considerati. In cima alla lista di queste trasformazioni, meno solide di quello che si pensa, metterei la finanziarizzazione.

La finanziarizzazione è, secondo me, un fenomeno puramente congiunturale. È il prodotto della crisi. Il capitale in eccedenza che - nelle strutture attuali - non può trovare sbocchi nell'espansione del sistema produttivo, costituisce una minaccia grave per la classe dominante, quella della svalutazione massiccia del capitale. La gestione della crisi impone, quindi, che siano offerti degli sbocchi finanziari che permettono di evitare il peggio. Ma a sua volta la fuga in avanti nella finanziarizzazione non permette di "uscire" dalla crisi; al contrario porta alla chiusura in una crisi di stagnazione perché aggrava la disuguaglianza nella distribuzione e costringe le imprese a partecipare al gioco finanziario. In questo senso la finanziarizzazione non è solo sinonimo di predominio delle imprese finanziarie (banche, assicurazione, fondi pensione) sulle altre; ma è anche predominio delle logiche finanziarie nella gestione di tutte le imprese.

Il discorso dominante sulla finanziarizzazione mette l'accento su un altro ordine di problemi, collegato con l'invecchiamento della popolazione della triade e con l'esplosione dei fondi pensione. In alcune di queste analisi si presenta il "blocco dei creditori" come una forza sociale già costituita, consapevole dei propri interessi. Si tratterebbe dell'insieme dei pensionati e, a seguire, dei dipendenti "stabili", solidali con i gestori dei fondi pensione, preoccupati innanzi tutto di allontanare lo spettro dell'inflazione, beneficiari degli alti tassi di interesse e della capitalizzazione finanziaria dei loro fondi. Questo blocco si opporrebbe a quello degli "esclusi", disoccupati e lavoratori precari. La frattura sociale non sarebbe più quella che contrappone il capitale al lavoro nel suo insieme, ma il blocco creditore (che associa capitale e lavoro) e gli esclusi. Il problema merita di essere approfondito, poiché la capitalizzazione privata dei fondi (il modello americano) si contrappone alla tradizione di alcuni paesi europei e della sinistra in generale, che gli preferisce il sistema della distribuzione. È vero però che i governi in Europa hanno scelto di sostituire il sistema di distribuzione con il modello americano. Non è forse questa una strategia utilizzata allo scopo di creare un blocco dei creditori che non esiste (ancora), non è forse ancora solo una tendenza, un terreno di lotta, cui le forze dominanti del capitale affidano il compito di rompere un possibile fronte del lavoro?

Se adesso passiamo all'aspetto della globalizzazione, ci scontriamo ancora una volta con cambiamenti che sono in gran parte apparenti o instabili, senza un futuro certo. Penso in particolare allo sviluppo, apparentemente folgorante dell'asia.

 

La crisi produttiva colpisce con forza l'intero continente americano, nord e sud, l'Europa occidentale, l'Africa e il Medio Oriente, l'Europa dell'est e i paesi dell'ex Unione Sovietica. I suoi sintomi sono: bassa crescita (nulla o negativa per molti paesi dell'est e per le zone emarginate del terzo mondo), debolezza degli investimenti nelle attività produttive, crescita della disoccupazione e del lavoro precario, forte sviluppo delle forme "informali" di attività. Questa stagnazione è particolarmente tenace, anche se i discorsi ufficiali si limitano a parlare di "recessioni" e di "riprese". Nonostante alcune apparenze - come la risalita del tasso di crescita negli Stati Uniti e la riduzione del tasso di disoccupazione ufficiale - la "ripresa" in questo caso (e in quello della Gran Bretagna) rimane fragile perché fondata su una finanziarizzazione a sua volta minacciata. In realtà, sono le spese militari che continuano a costituire lo zoccolo duro dell'economia americana. Al contrario i paesi dell'estremo Oriente (Cina e Corea), del Sud-Est asiatico, l'India, hanno per molto tempo dato l'impressione di rimanere al di fuori delle regioni colpite dalla lunga crisi. Nel corso degli ultimi decenni i tassi di investimento nell'espansione dei sistemi produttivi e quelli della crescita, si sono mantenuti (in India) o sono addirittura fortemente progrediti (in Cina, Corea, Sud-est asiatico). Questa crescita accelerata si è, in generale, accompagnata a un minore aggravamento della disuguaglianza che altrove, anche se questa osservazione deve essere relativizzata. Lo stesso Giappone ha beneficiato della situazione generale del "nuovo Oriente", prima di entrare a sua volta in una crisi che, in questo caso, è realmente profonda. La crisi finanziaria che colpisce la Corea e il Sud-est asiatico dal 1997 e minaccia la Cina, segna la fine di questa "eccezione asiatica" e della separazione Est-Ovest che la contraddistingueva?

Il miracolo asiatico aveva fatto scorrere molto inchiostro: l'Asia o l'Asia-Pacifico, centro del futuro in costruzione, prendeva all'europa-America del Nord il suo dominio sulla Terra, la Cina superpotenza del futuro: quanto si è scritto su questi argomenti! In una prospettiva più meditata si possono trarre dal fenomeno asiatico alcune conclusioni che, anche se appaiono frettolose, meritano una discussione più approfondita. In questo fenomeno si è vista la crisi della teoria della polarizzazione inerente all'espansione capitalistica mondiale (spesso confusa con le versioni volgari della "dipendenza"), e delle strategie di distacco raccomandate in risposta alla sfida della polarizzazione. Era la prova che il "recupero" era possibile, che era favorito più da un inserimento attivo nella globalizzazione (si è parlato di strategia "export-oriented") che da un distacco illusorio (responsabile, si dice, della catastrofe sovietica). I fattori interni - tra gli altri il fattore "culturale" - sarebbero quindi all'origine del successo degli uni e del fallimento degli altri, emarginati e "distaccati loro malgrado".

 

 

 

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