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LA QUESTIONE CECENA 

UNA STORIA CECENA:

Ascolta l'intervista di Amedeo Lomonaco al giornalista di Peacereporter, Enrico Piovesana, sul controsequestro - mai raccontato dai media - di civili ceceni ad opera dei soldati russi. L'azione fu ordinata da Mosca in risposta al sequestro nella scuola di Beslan, avvenuto il 3 settembre 2004. L'obiettivo era, probabilmente, quello di tentare una pressione sugli indipendentisti. L'intervista è stata concessa nel 2004 >>>

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LA QUESTIONE CECENA

giovedì, 22 gennaio 2004

 

Attualmente, decine di soldati russi (in gran parte giovani e privi di esperienza, mandati praticamente al macello) vengono uccisi ogni mese dagli indipendentisti, meglio armati ed equpaggiati, anche se di numero inferiore rispetto ai militari (quasi 100.000 uomini contrapposti a poche migliaia).

Di fronte agli attacchi pressochè quotidiani, le autorità di Mosca e del nuovo governo ceceno filorusso, con sede a Grozny, tentano di nascondere la realtà dei fatti affermando continuamente che "le ostilità sono praticamente concluse" e che nella provincia è in atto un "processo di normalizzazione".

Per tentare di offrire sostegno a questa tesi, nel 2003 Putin ha indetto un referendum costituzionale (che avrebbe dovuto conferire una "larga autonomia" al governo locale); inoltre, si sono svolte delle elezioni presidenziali che hanno visto la vittoria dell'ex leader religioso islamico Akhmad Kadyrov; anche stavolta si è trattato di un voto pilotato dal Cremlino, preceduto da una campagna costellata da irregolarità, violenze ed intimidazioni verso gli altri candidati.

Purtroppo, nonostante i combattimenti non abbiano più raggiunto l'intensità del triennio 1999-2001, queste elezioni hanno comunque assunto il carattere di una farsa, e non hanno contribuito in alcun modo al miglioramento della tragica situazione dei civili. Inoltre, l'elezione di Kadyrov ha avuto l'effetto di giustificare le azioni dei famigerati OMON, le milizie paramilitari dirette da suo figlio Razman, la cui attività si sta rapidamente espandendo in tutto il territorio.

Un'altra grave questione è che, sulla scia degli attentati dell'11 settembre 2001, la Russia stia cercando di convincere l'opinione pubblica mondiale che in Cecenia "non si sta più combattendo una guerra, quanto piuttosto un'operazione antiterrorismo": si fa insomma leva sulle connessioni esistenti tra i gruppi più radicali della guerriglia (dipendenti da Basayev) e reti fondamentaliste internazionali, fra cui il Wahabismo saudita, per nascondere le gravissime violazioni dei diritti umani commesse dalle forze regolari.

Sin dall'inizio del conflitto, infatti, numerosissime organizzazioni umanitarie hanno denunciato la violenza delle truppe russe contro la popolazione, accusata di offrire sostegno ai ribelli: sono stati descritti innumerevoli episodi di rastrellamenti, massacri, esecuzioni sommarie, torture, sparizioni (che avvengono tuttora con una media di 80 al mese), rapine e sequestri a scopo di estorsione; si calcola che il numero delle vittime civili, dal 1999 ad oggi, sia compreso tra 80.000 e 100.000, mentre i profughi rifugiatisi nei precari campi di accoglienza delle regioni vicine sarebbero oltre 400.000.

Crimini simili sono stati anche attribuiti alla guerriglia, che si è talvolta resa responsabile di stragi di civili che avevano "collaborato con gli invasori"; ancora oggi gli omicidi di funzionari del governo filorusso, definiti "traditori nazionali", rapimenti ed agguati a scopo di rapina sono all'ordine del giorno.

Il fronte della guerriglia

A quanto pare, negli ultimi anni sarebbero sorte forti divisioni all'interno della componente dei ribelli, che secondo diversi osservatori si sarebbero approssimativamente distinti in "moderati" ed "integralisti"; i primi, forse meno organizzati, opererebbero quasi esclusivamente per "vendicare gli eccidi commessi dai militari russi"; la seconda fazione, ben più temibile, si trova sotto le dirigenze di sanguinari e folli "signori della guerra" quali Basayev e Ruslan Gelayev.

Questi, connessi probabilmente col terrorismo internazionale (che convoglierebbe ingenti quantitativi di denaro nella regione per finanziare le attività armate), ma anche con la mafia, narcotraffico e contrabbando locale, starebbero creando una situazione di "guerra permanente" in Cecenia, con tutti i "benefici" derivati da questo fiorente business.

La strategia di Basayev, che evidentemente utilizza come puro pretesto le sofferenze della popolazione cecena, si sta concretizzando attraverso l'attuazione di sanguinosi attacchi terroristici in Cecenia, nella Russia meridionale e persino a Mosca, che hanno finora provocato centinaia di vittime civili; gli ultimi due anni sono stati costellati di esplosioni di camion-bomba contro gli edifici del governo filorusso, vedove di guerra che si fanno saltare in aria in mezzo alla folla, bombe sui treni e contro manifestazioni pubbliche; tuttavia, viste le precedenti esperienze, è difficile non pensare anche a "manipolazioni" russe.

Ma l'azione più eclatante è stata senza dubbio il sequestro del teatro Dubrovka, a Mosca (ottobre 2002), a cui gli Spetsnaz russi replicarono brutalmente utilizzando un gas che uccise più di 160 ostaggi, oltre all'intero commando ceceno.

Nessuno spiraglio diplomatico

Gli estremisti sembrano accettare il dialogo con la Russia solo a parole, mentre sul campo gli attacchi continuano; d'altra parte l'atteggiamento del Cremlino rifiuta categoricamente qualsiasi negoziato con la guerriglia, inclusa quella "moderata", rappresentata da Maskhadov e dal suo segretario Akhmed Zakayev, quest'ultimo rifugiatosi a Londra nonostante le ire di Putin.

Tuttavia, il ruolo del presidente indipendentista è estremamente controverso, soprattutto riguardo ai legami con Basayev, comunque non così stretti come sottolinea la propaganda della guerriglia. Lasciano perplessi i suoi proclami, in cui ci si pronuncia "favorevoli ad una trattativa con Mosca", e successivamente si minacciano "bagni di sangue" in caso di mancata risposta da parte del Cremlino.

Neppure i Paesi occidentali sembrano avere la capacità (o la volontà) di trovare una soluzione a questa tragedia che dura ormai da nove anni; alcuni politici, sia per ignoranza, sia per timore di veder scadere le relazioni commerciali con la Russia, appoggiano appieno la teoria "antiterrorista" di Putin, condannando gli attentati suicidi ma non menzionando affatto le stragi e le devastazioni governative.

Chi invece avanza qualche polemica viene immediatamente bollato dal diplomatico di turno come "autore di ingerenze negli affari interni", o quanto peggio "amico dei terroristi".

Altrettanto scandalosa è la recente bocciatura di una risoluzione del Parlamento Europeo che condannasse la politica del Cremlino; e i conseguenti appelli (fra l'altro) di Amnesty International e Human Rights Watch sono caduti nel vuoto.

Oggi la Cecenia è un gigantesco cumulo di macerie, ancora scossa da combattimenti e resa insicura dalle incursioni ( "zachistkas" ) delle forze russe e locali, oltrechè dominata da estrema povertà e pessime condizioni igienico-sanitarie. Grozny, che secondo i generali di Mosca avebbe dovuto essere "rasa al suolo in quanto capitale della corruzione, e ricostruita altrove", è ancora in piedi, così come gli altri centri urbani, in cui ogni notte risuonano sparatorie e colpi di artiglieria.

Si ha la sensazione che, senza un adeguato intervento politico internazionale, questa situazione sia destinata a permanere per un tempo estremamente lungo.

D.Bertulu

 

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