dal
"
Manifesto" 22 novembre 2001
Negli
Stati uniti diminuiscono gli ingressi di immigrati, aumentano gli esodi. Colpa
delle leggi liberticide, ma anche di un diffuso clima di intolleranza. E' un
inquietante paradosso: il paese nato e cresciuto sul lavoro degli immigrati, nel
secolo scorso, e che ancor oggi prospera sullo sfruttamento dei clandestini, ora
li guarda con un sospetto e discriminazione.
Sono
gli immigrati che negli Stati uniti hanno subito il contraccolpo più pesante
dell'attacco contro il World Trade Center. Da allora infatti gli stranieri sono
di fatto privati di tutte le garanzie costituzionali, e il peggio deve ancora
venire.
Per
la prima volta da decenni, la frontiera del Rio Grande vede un controesodo
messicano. I dati forniti dall'Immigration and Naturalization Service (Ins)
mostrano che il flusso migratorio verso gli Usa si è prosciugato, mentre
crescono i rimpatri. La tendenza si delineava già prima dell'11 settembre, ma
da allora ha subito una drastica impennata. Un indicatore attendibile è fornito
dai fermi di illegali colti mentre cercavano di entrare negli Stati uniti dal
Messico: nei 12 mesi precedenti il 30 settembre si sono avuti 1,2 milioni di
intercettazioni, un calo del 25% rispetto all'anno precedente, il livello più
basso dal 1995. Dal 1 ottobre al 5 novembre i fermi sono stati solo 43.000, con
un crollo del 54% rispetto a un anno prima. Nello stesso tempo sono 50.000 in più
i documenti rilasciati dai 46 consolati messicani negli Usa (indispensabili per
un immigrato clandestino che vuole rimpatriare legalmente). Citato dal Wall
Street Journal, l'Istituto nazionale messicano della migrazione afferma che nei
due mesi successivi all'11 settembre sono rientrati in Messico 300.000
immigrati, il 9% in più rispetto all'anno prima. Quest'aumento è tanto più
notevole in quanto dovrebbe avvenire esattamente il contrario: proprio perché i
controlli sui clandestini sono più stringenti, un clandestino non dovrebbe
uscire, perché rischia di non potere più rientrare: e infatti - contro una
radicata tradizione di transumanza umana - hanno deciso di svernare qui negli
Usa molti braccianti indocumentados che di solito invece tornano in patria nella
stagione morta.
Una
spinta al rientro viene dalla recessione economica che ha colpito settori con
forte occupazione clandestina, come l'alberghiero e la ristorazione, e in genere
l'industria turistica, che assumono illegali a piene mani e che hanno subìto un
colpo durissimo dagli attentati e dal susseguente crollo dei viaggi aerei. Ma il
fattore determinante è la paura. Delle 1.200 persone arrestate dall'11
settembre, 600 sono ancora in galera, e tutte per "reati migratori",
cioè per essere entrati senza visto, oppure per avere il visto scaduto, oppure
per avere un visto turistico (o studentesco) essendo invece lavoratori. La nuova
legge antiterrorismo impone infatti un limite di 6 giorni alla detenzione
arbitraria, oltre i quali sarebbe necessario indicare precisi capi d'accusa e
quindi dare agli imputati i diritti alla difesa: ma la limitazione vale
"tranne nel caso di reati migratori". Ecco perché vi sono centinaia
di stranieri ancora rinchiusi in prigione dopo più di due mesi senza che se ne
sappia il numero esatto, il nome e il reato di cui sono accusati.
Poiché
la prima reazione dell'amministrazione Bush è stata di intensificare i
controlli sull'immigrazione, l'effetto immediato è stato di bloccare tutte le
richieste d'asilo. Dall'11 settembre trovano la porta sbarrata i rifugiati
politici che bussano agli Stati uniti.
Ma
è tutta la politica dei visti a subire un giro di vite: si parla persino di
togliere all'Italia e ad altri 5 paesi il diritto a entrare negli Usa senza
visto per soggiorni turistici: sono 29 paesi in tutto che godono di questo
diritto, ma Argentina, Belgio, Italia, Portogallo, Slovenia e Uruguay potrebbero
perderlo, per problemi che vanno dalla crisi economica (Argentina) alle frodi
sui passaporti, ai furti.
Naturalmente,
si è quasi del tutto prosciugato il flusso di visti concessi dai consolati Usa
nei paesi arabi o di fede islamica. Vita dura per i familiari filippini,
egiziani, siriani che vogliono ricongiungersi ai loro cari. Dovranno aspettare
anni. Il fatto di essere arabi e islamici costituisce di per sé motivo di
sospetto. Il ministero della giustizia ha tracciato una lista di 5.000 nomi da
interrogare, tutti di maschi dai 19 ai 33 anni entrati negli Usa dal primo
gennaio 2001 provenienti da "paesi sospetti". E non sono solo gli
immigrati "poveri" a fare le spese della discriminazione: l'Fbi ha
chiesto a tutti i colleges e università di fornire informazioni sui propri
studenti islamici: chi frequentano, cosa mangiano, che libri leggono, che film
vedono, la loro pratica religiosa.
La
caccia allo straniero è concentrata su arabi e islamici, ma poiché questo
racial profiling di fatto prende di mira tutte le barbe fluenti, ogni carnagione
olivastra e e qualunque naso un po' adunco, finiscono per farne le spese anche
etnie che niente hanno a che vedere con il Medio oriente o con l'Islam, come i
sikh che hanno protestato.
Non
solo è stato di fatto abolito l'habeas corpus per tutti gli stranieri che
soggiornano negli Stati uniti, ma il clima di caccia alle streghe è chiarito da
un semplice dato: dall'11 settembre sono arrivate alle autorità 435.000
informazioni anonime e la delazione sta diventando rapidamente lo sport
nazionale. Oggetto di queste spiate sono quasi tutti stranieri. L'invito a
segnalare qualunque elemento "sospetto" s'innesta infatti in una delle
più radicate paranoie americane. Non è un caso se nei suburbi residenziali
della classe media è frequente un segnale stradale triangolare a bordo rosso
(di pericolo), sul cui fondo bianco spicca la silhouette nera, in ombra cinese,
di un viso ricoperto da un cappello all'Humphrey Bogart, con la scritta "se
vedi qualcosa di sospetto chiama subito il numero tal dei tali", a evocare
imagini di forestieri pedofili. E, come sempre, le delazioni attuali servono a
regolamenti di conti: mogli tradite che mandano in galera mariti adulteri,
vendette per percosse subite, o rivalità sul lavoro. Ma il risultato è uno
solo: mettere nei guai uno straniero.
Sono
tutti questi piccoli indizi di un travaglio molto più profondo che agita la
finanza e il governo degli Stati uniti. Ed è quello della politica
dell'immigrazione. Con le leggi del 1924, gli Stati uniti avevano chiuso la
porta agli immigranti e arginato quel flusso impetuoso che aveva portato negli
Usa circa 40 milioni di persone dall'Europa, prima settentrionale, poi
meridionale e orientale. Dal 1970 a oggi gli Stati uniti hanno invece
progressivamente riaperto i cancelli. Dall'amministrazione Reagan in poi la
politica d'ingresso si è fatta così lassista che si è avuta una vera e
propria ondata di piena; e dovrebbe essere motivo di riflessione: è
un'amministrazione di ultradestra e ultraliberista che ha applicato il
laissez-faire al mercato del lavoro e all'immigrazione libera. Il risultato di
questo tsunami umano è una rivoluzione nella geografia etnica e razziale degli
Stati uniti: alla fine della Seconda guerra mondiale erano essenzialmente
costituiti da una minoranza nera e da una maggioranza di discendenti
dall'Europa; oggi invece le masse umane fluiscono soprattutto da America Latina
e Asia (con un apporto dall'Europa orientale). Sui 281 milioni di residenti
negli Stati uniti, ben 31 milioni sono nati all'estero e, tra costoro, 7-8
milioni sono clandestini.
E'quest'incontenibile
flusso di mano d'opera non qualificata a basso prezzo a spiegare il cosiddetto
miracolo economico Usa nell'era clintoniana, cioè di una crescita senza spinte
inflazionistiche, perché ques'imponente esercito di forza lavoro marginale ha
fatto sì che il boom non provocasse aumenti salariali. Ed è il motivo per cui
proprio la parte più reazionaria dell'establishment americano è fautrice di
una totale libertà d'immigrazione. Controlli più rigidi riducono il flusso di
riservisti della forza lavoro e innescano rivendicazioni salariali, o comunque
rafforzano i sindacati.
Il
dilemma in cui si trova perciò l'amministrazione Bush è di essere dilaniata
dai due volti del suo animo reazionario: l'aspetto liberista imporrebbe di
lasciare inalterato il laissez-faire migratorio; quello poliziesco e repressivo
porterebbe invece a una stretta di vite. Non è un caso se la New York Review of
Books ha scelto di dedicare la sua copertina di novembre a questo tema, con un
bel punto interrogativo: "Immigration to the US?" è il titolo del
lungo saggio di Christopher Jencks che discute sette libri usciti sull'argomento
e che mostra come l'ultima ondata migratoria abbia completamente alterato le
correnti interne agli Usa, dissuadendo gli statunitensi con scarse qualifiche
professionali dal recarsi in aree a forte immigrazione estera, dove la
concorrenza sul mercato del lavoro è più spietata.
E'probabile
che, come ogni altro governo padronale, l'amministrazione Bush finirà per
coniugare laissez-faire generale con angherie particolari, frontiere di fatto
aperte con episodiche, spettacolari retate. Già oggi si parla di scindere l'Ins
in due diverse agenzie, con compiti l'una di servizio, l'altra di repressione. E
già si pensa a quella che negli Usa è la panacea per tutte le difficoltà: una
bella tecnologia avanzata, in questo caso per scovare i documenti falsi. Come la
massa di clandestini, negli Usa anche quella di carte contraffatte ha dimensioni
bibliche: l'anno scorso, in una sola retata, l'Ins ha sequestrato 1,2 milioni di
documenti falsi, carte verdi, tessere della mutua, patenti.
Ma
il padronato Usa non può privarsi dell'arma più potente a sua disposizione
contro le rivendicazioni salariali, e cioè l'enorme massa di manovra della
sterminata folla di lavoratori clandestini: 8 milioni, e noi in Italia ci
lamentiamo per 300.000! E' più probabile che usi il nuovo clima d'insicurezza,
la debolezza in cui dall'11 settembre si trovano gli indocumentados negli Usa
per spremerli e sfruttarli un po' di più.
MARCO
D'ERAMO - INVIATO A NEW YORK