A fine
1959 il Governo belga cede alle pressioni internazionali
ed annuncia un piano per dare l'autonomia alla regione;
crea due sotto-governatorati, uno per il Ruanda e l'altro
per l'Urundi, separandone l'amministrazione da quella del
Congo.
Il
Burundi diventa, così, una monarchia costituzionale con
un re Tutsi, ispirata a quella belga; il Belgio dovrà
rispettare una risoluzione ONU che lo invita a lasciare
completamente il Paese entro il 1 agosto del 1962. Ma nel
1961 avviene un colpo di stato, sostenuto dal Belgio, che
instaura nel Paese un governo repubblicano Hutu. Ma poco
dopo il primo ministro Hutu viene assassinato ed il suo
posto è preso da un Tutsi, che si ritrova però a capo di
un Governo molto debole.
Gli odi tra le due componenti, Tutsi ed Hutu, ricevono
nuovo combustibile quando nel 1965 viene di nuovo
assassinato il primo ministro Hutu, Pierre Ngendandumwe ad
opera di un espremista Tutsi; una enorme provocazione che
rinfocola la rabbia.
Poco dopo un gruppo di Hutu tenta un colpo di stato ed in
tutto il Paese avvengono delle rappresaglie contro i Tutsi,
per il solo fatto che appartengono a questo gruppo
sociale. Ma il colpo di stato fallisce, per la grande
inferiorità di risorse militari ed economiche di cui gli
Hutu dispongono e viene represso brutalmente dai Tutsi che
riprendono il potere compiendo a loro volta massacri e
dure repressioni: i morti sono migliaia.
Anche i grandi eccidi avvenuti nel 1972, nel 1988 e nel
1991-1993 non saranno altro che riedizioni della stessa
storia; solo nel 1972 gli scontri etnici lasciano sul
terreno circa 150.000 Hutu morti (i Tutsi compongono il
15% della popolazione del Burundi, il restante 85% sono
Hutu).
"Queste
storie tra Hutu e Tutsi sono folcloristiche. La simbiosi
tra le comunità è più forte delle dissonanze e nessuno
può cancellare il loro retaggio comune". Questa è
la dichiarazione del Presidente Tutsi del Burundi, Bagaza,
in una intervista del 1987 all'agenzia ANSA. Ma i fatti
gli hanno dato tragicamente torto: dopo 15 anni di
instabilità politica, con l'alternarsi di colpi di stato
e Governi di breve durata, nello stesso anno il suo
Governo viene rovesciato dall'ennesimo colpo di stato
militare, sempre Tutsi, ed alla guida del Paese sale il
maggiore Pierre Buyoya.
E, seguendo un triste copione, nel 1988 l'esercito Tutsti
impone una violenta repressione massacrando migliaia di
Hutu, almeno 50.000, sempre con la scusa di voler
reprimere preventivamente eventuali ribellioni.
Ma, grazie a Buyoya, la situazione sembra prendere una
svolta nuova e diversa: agli inizi degli anni '90, resosi
conto che la guerra etnica non sarebbe potuta andare
avanti per sempre, il maggiore golpista tenta di avviare
un processo di democratizzazione del Paese che culmina con
la stesura di una Carta costituzionale, la costituzione di
più partiti e lo svolgimento di libere elezioni
nell'aprile del 1993.
Le elezioni, caso incredibile per un Paese africano, si
svolgono senza brogli e determinano la vittoria del
FRODEBU (Fronte Democratico del Burundi, il principale
partito Hutu), per cui gli Hutu guidati da Melchior
Ndadaye divenuto Presidente si ritrovano al potere. Ed
anche la composizione del Governo rispecchia il clima di
distensione che sembra regnare in Burundi: i vincitori
vogliono come Capo dell'esecutivo una donna Tutsi,
l'economista Sylvie Kinigi.
Il sogno di democrazia dura, purtroppo, pochi mesi:
nell'autunno del 1993 i militari dell'esercito rimasto a
maggioranza Tutsi compiono un colpo di stato ed il
Presidente Ndadaye viene ucciso. Anche se il colpo di
stato, di fatto, non cambia la composizione del Governo (Sylvie
Kinigi resta in carica) la reazione degli Hutu è
tremenda: centinaia di Tutsi vengono massacrati nelle
campagne burundesi per rappresaglia.
E la reazione dell'esercito è ancora peggiore: solo
nell'ultimo decennio si calcola che la violenza
intra-etnica abbia provocato 300.000 di morti. Gli
sfollati nei Paesi vicini, soprattutto la Tanzania, sono
centinaia di migliaia.
Il Burundi nel 1993 aveva richiesto l'intervento di una
forza di interposizione di pace dell'ONU, ma questo viene
rifiutato dall'allora segretario Boutros Ghali.
Ad aggravare la situazione interviene un altro fatto:
nell'ennesino tentativo di placare gli odi nel gennaio
1994 era stato eletto Presidente Cyprien Ntaryamira, un
altro Hutu, che però viene ucciso tre mesi dopo
sull'aereo presidenziale ruandese insieme al suo omologo
Juvenal Habyarimana, Presidente del Ruanda ed Hutu
anch'egli. I due stavano per atterrare all'aeroporto di
Kigali, capitale del Ruanda.
L'attentato, condotto sembra da una fazione di Hutu
ruandesi che poi hanno tentato di gettare la colpa sui
Tutsi del Fronte Patriottico ruandese, accresce
l'instabilità nell'intera regione, aggravando lo scontro
in Burundi e provocando quel gigantesco massacro di Tutsi
ed Hutu moderati, compiuto dagli Hutu, che viene
perpetrato in Ruanda: quasi un milione di morti.
A fine 1994 viene eletto Presidente un altro Hutu,
Ntibantunganya, ma la situazione nel Paese rimane
altamente instabile a causa delle centinaia di migliaia di
profughi provenienti dal Ruanda che alimentano
ulteriormente disperazione, odi e contrasti tra le etnie
che si fronteggiano.
la guerra civile continua, quindi, fino al 1996 quando,
con un colpo di stato, sale al potere nuovamente Pierre
Buyoya che nell'agosto '96 costituisce un Governo di
unità nazionale nel tentativo di porre fine alla guerra
civile, come al solito invano.
Un primo spiraglio di pace si apre nell'agosto del 2000
con gli accordi di Arusha (città della Tanzania sede, tra
l'altro, di un Tribunale penale internazionale) quando
viene siglato un accordo di cessate il fuoco tra Governo e
forze ribelli grazie alla prestigiosa mediazione del
Presidente del Sudafrica Nelson Mandela.
Due forze ribelli Hutu si rifiutano di firmare, però:
sono le CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della
Democrazia - Forze per la Difesa della Democrazia) di
Pierre Nkurunziza e le FNL (Forze di liberazione
nazionale) di Agathon Rwasa, che restano ancora i
principali antagonisti del Governo di coalizione
nazionale.
Ad Arusha si decide, oltre al cessate il fuoco, anche che
il Paese sarebbe stato governato per i primi diciotto mesi
dal Tutsi Pierre Buyoya a capo di un Governo di
transizione misto e come vice Presidente Domitien
Ndayizeye, Hutu appartenente al partito moderato FRODEBU.
Alla fine dei 18 mesi sarà previsto un avvicendamento al
potere con la nomina a Presidente proprio di Ndayizeye.
La volontà di deporre le armi viene ribadita a dicembre
2002 con un'altro accordo al quale questa volta
partecipano le CNDD-FDD, sempre ad Arusha, ma anche questa
volta gli odi hanno la meglio sulla volontà di pace:
continuano le razzie e gli scontri.
Gli sfollati per quasi dieci anni di combattimenti sono
quasi un milione: la Tanzania ne ospita circa 350.000,
rifugiati nei campi dell'UNHCR, ma si stima che ve ne
siano almeno altri 300.000 dispersi per il Paese. Almeno
280.000 vagano, invece, per il Burundi alla ricerca di
cibo ed un riparo.
A Buyoya succede, come previsto, la scorsa primavera
l'attuale Presidente Ndayizeye, anch'egli alla guida di un
Governo di unità nazionale che dovrebbe traghettare il
Paese verso la concordia etnica e le libere elezioni.
Al processo di pace messo in atto con le CNDD-FDD non
hanno mai partecipato le FNL. Questi ribelli hanno sempre
rifiutato ogni ipotesi di dialogo con il Governo, accusato
di essere succube delle forze armate, guidate per ora dai
Tutsi, secondo loro i veri detentori del potere in
Burundi. Hanno chiesto, quindi, di poter condurre delle
trattative direttamente con i generali Tutsi, cosa che è
sempre stata loro rifiutata.
Il 20 luglio 2003, dopo una sanguinosa settimana di
assalto alla capitale Bujumbura condotta dalle FNL che ha
provocato più di trecento morti, CNDD-FDD e Governo
siglano l'ennesimo impegno per una tregua. Questo accordo
ha scatenato le ire degli uomini di Rwasa che accusano le
CNDD_FDD di essersi alleate con il Governo per eliminarli.
A settembre sono scoppiati violenti scontri tra le due
forze ribelli nella provincia di Bujumbura ed in quella
settentrionale di Bubanza, scontri che continuano
sporadicamente anche ora.
Le trattative sono andate avanti: dopo altri incontri
dall'esito negativo, l'8 ottobre 2003 è stato firmato un
accordo definito "storico" tra Governo e
CNDD-FDD, grazie alla la mediazione del Presidente del
Sudafrica Thabo Mbeki e del Presidente del Parlamento
sudafricano Jacob Zuma, mediatore-capo per il processo di
pace in Burundi.
Nell'accordo è stato deciso il futuro assetto che
dovranno avere Governo e Parlamento, ma soprattutto la
ripartizione del controllo sulle forze armate. Le FDD
occuperanno il 40% dei posti-chiave dell'esercito ed il
35% delle forze di polizia.
Sul piano politico le FDD hanno ottenuto quattro Ministeri
e la vicepresidenza, nonchè 15 seggi in Parlamento.
Per ora sembra, quindi, che una parte degli Hutu abbia
raggiunto la tanto agognata pacificazione dopo dieci anni
di guerra e trecentomila morti, sperando, appunto, che non
sia solo l'ennesima firma su di un pezzo di carta. Rimane
da affrontare il difficilissimo compito di coinvolgere
anche le FNL nel processo di pace e cominciare la
ricostruzione.
Fonte: www.warnews.it
