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PROFONDE DIVISIONI E FRIZIONI POLITICHE IN BOLIVIA (12 E 15 SETTEMBRE 2008)

 

Ascolta il servizio di Amedeo Lomonaco 

Ascolta l'intervista con Luis Badilla 

Fonte, Radio Vaticana, 15 settembre 2008

In Bolivia riprende il dialogo tra governo e opposizione

In Bolivia si cerca di percorrere la strada della riconciliazione: nella ricca regione di Santa Cruz, dove l’opposizione al presidente boliviano Evo Morales è più forte, i sostenitori del governatore hanno annunciato la sospensione delle manifestazioni di protesta , “come segno di buona volontà”. Anche il mondo della politica si sta impegnando per trovare una soluzione alla crisi che sta scuotendo la Bolivia. La situazione nel Paese latinoamericano è al centro del vertice dell'UNASUR, l'Unione delle Nazioni sudamericane, convocato per oggi dal presidente cileno, la signora Bachelet a Santiago del Cile. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

Dopo un’ondata di violenze che ha scosso il Paese provocando almeno 18 morti, il governo boliviano e rappresentanti dell’opposizione hanno ripreso il dialogo per tentare di trovare una soluzione. Secondo fonti di stampa, l'accordo appare imminente. L'Unione delle Nazioni del Sudamerica a Santiago del Cile (UNASUR) ha espresso soddisfazione per la ripresa del dialogo ma le difficoltà non mancano. Tra i punti di contrasto ci sono il progetto di Costituzione e la riforma agraria che il capo di Stato Morales intende promuovere. Le regioni più ricche chiedono, invece, maggiore autonomia al governo ed una diversa ripartizione delle risorse derivanti dallo sfruttamento del gas. A queste frizioni si deve aggiungere un’altra profonda spaccatura: alla parte orientale della Bolivia, ricca di risorse naturali e con una popolazione in gran parte di origine europea, si contrappone infatti la zona occidentale del Paese, caratterizzata da una diffusa povertà e da una fortissima presenza indigena. E’ quanto sottolinea Arturo Mottola, missionario laico italiano della “Comunità Giovanni XXIII” che con l’aiuto di alcuni volontari ha aperto nella città di Yacuiba, nel sud del Paese, il Centro “Angel de la Guarda” per aiutare bambini di strada:
 
R. – E’ una situazione molto grave. Si è scatenata un’ondata di violenza che ha distrutto famiglie e che, soprattutto, ha inasprito le relazioni fra i cosiddetti “camba” e i cosiddetti “coi”, tra gente d’Oriente e la gente d’Occidente.
 
D. – La Bolivia è, quindi, una realtà molto spaccata. Ma cosa spinge il Paese verso il precipizio di nuovi scontri e a quali speranze è affidata, invece, la possibile uscita dalla crisi?
 
R. – Purtroppo gli scontri sono aumentati; c’è ancora molto da fare e da camminare proprio per quanto riguarda il rispetto delle diversità etniche presenti nel Paese. Serve una reale capacità di saper dialogare fra persone che sono diverse. Si è arrivati a questa situazione perché siamo passati da una destra molto forte ad una sinistra molto forte: tutte e due – sia la destra sia la sinistra attuale – non sono purtroppo capaci di saper dialogare fra di loro e questo genera violenza. Io credo che, anzitutto, sia necessario rinunciare agli estremismi sia da una parte che dall’altra. Bisogna, quindi, essere capaci di accettare queste diversità, cercando di dialogare insieme per poter camminare verso un futuro nuovo.
 
D. – Un futuro nuovo che lei cerca di garantire ai bambini di strada, strappandoli dalla povertà. Come prosegue il suo impegno in questi giorni segnati in Bolivia da tensioni e violenze?
 
R. – Abbiamo cercato di spiegare la situazione ai bambini e ai giovani che sono con noi. Abbiamo fatto insieme un cammino di riconciliazione: fra i nostri bambini ci sono, infatti, bambini che provengono sia da zone dell’Oriente, sia da aree dell’Occidente. Abbiamo cercato, quindi, di far capire loro che non c’è veramente alcuna differenza tra coloro che arrivano dall’Oriente e quelli che provengono dall’Occidente. Quello che noi facciamo è cercare di mettere insieme la vita, perché il Signore ci chiama a costruire insieme e a vivere insieme. Dobbiamo seguire questa chiamata nonostante le nostre diversità, le difficoltà, le nostre povertà. Il Signore ci chiama a vivere la nostra vita insieme con gli altri. Ci chiama a crescere insieme e a camminare insieme verso una vita diversa, verso una vita nuova che è Resurrezione, che è amore. Proprio l’altro giorno - nonostante questo clima di violenza e di difficoltà, abbiamo voluto continuare il nostro impegno con i ragazzi e con i bambini - abbiamo celebrato insieme l’anniversario di fondazione del nostro centro: abbiamo vissuto insieme un momento veramente di vita, perché in tanta morte, che si sta purtroppo spargendo nel Paese, noi vogliamo continuare ad essere presenti con Gesù: questo è il cammino della riconciliazione e della pace. Dopo tanta violenza e sfruttamento, bisogna ora arrivare a mettere il Signore in mezzo a noi per poter camminare insieme e costruire un mondo nuovo.

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Fonte, Radio Vaticana, 12 settembre 2008

Dopo la Bolivia anche il Venezuela espelle l'ambasciatore USA

In Bolivia, sono almeno otto le persone morte negli scontri scoppiati, nelle ultime ore, tra sostenitori ed oppositori del presidente, Evo Morales. Le violenze hanno fatto seguito all’espulsione dalla Bolivia dell’ambasciatore statunitense, accusato di “fomentare la divisione” nello Stato. In segno di solidarietà verso la Bolivia anche il governo del Venezuela ha chiesto all'ambasciatore americano di tornare nel proprio Paese. In Bolivia, intanto, il mondo politico sembra sempre più spaccato: ad alimentare profonde frizioni sono ormai, da anni, l’estrazione e l’utilizzo del gas. Alla richiesta di autonomia di alcune regioni si aggiungono anche nette contrapposizioni sulla nuova Carta Costituzionale. E’ quanto sottolinea, al microfono di Amedeo Lomonaco, Luis Badilla, giornalista cileno della nostra emittente:
 
R. - Il Paese è polarizzato, molto spaccato, soprattutto per via della nuova Carta Costituzionale, che dovrebbe essere sottoposta - in una data non ancora fissata – a referendum. Una parte importante del Paese la accetta, la vuole, e l’ha imposta; l’altra parte dello Stato, invece, non la accetta e desidera che sia cambiata drasticamente. Si fanno tentativi ormai da più di un anno di dialogo fra queste due parti. Però, purtroppo, non si arriva a nessuna conclusione. Nel frattempo le proteste proseguono in tutte le regioni del Paese, e non si riesce a trovare una via di consenso per i cambiamenti che tutti vogliono.
 
D. – Quali connessioni ci sono tra queste proteste interne in Bolivia e l’azione diplomatica degli Stati Uniti nel Paese andino?
 
R. – Nei giorni scorsi l’ambasciatore degli Stati Uniti in Bolivia ha ricevuto e incontrato uno dei governatori delle regioni della Bolivia che si oppongono a questo progetto costituzionale, al governo del presidente Evo Morales. Il governo boliviano ha giudicato questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso: ha ritenuto che questo era il massimo dell’ingerenza del governo degli Stati Uniti, tramite il suo ambasciatore, negli affari interni del Paese. Quindi, ha deciso di indicarlo “persona non gradita” e gli ha dato 72 ore per abbandonare il Paese.
 
D. – Perché questa frattura tra Stati Uniti e Bolivia si sta allargando anche ad altri Paesi dell’America Latina?
 
R. – C'è da premettere che la maggioranza degli ultimi governi dell’America Latina si sono spostati su posizioni di centro-sinistra. In merito a questa crisi abbiamo dunque avuto una prima reazione immediata da parte del Venezuela, che in solidarietà con Evo Morales ha espulso anche l’ambasciatore americano a Caracas. C'è stata anche la solidarietà - più cauta – sia del governo argentino, sia del governo brasiliano. E' probabile che nelle prossime ore, si orientino sulla stessa linea altri governi, fra cui quello del Nicaragua. Molti governi, come quello di Lugo, in Paraguay, della signora Bachelet in Cile, lo stesso Uribe in Colombia sembrano più cauti. Si vuole evitare quello che sarebbe un dramma: la generalizzazione della crisi fra l’America Latina e gli Stati Uniti.
 
D. – A proposito di Stati Uniti, siamo alla fine del mandato presidenziale negli USA; c’è stata, da parte dell’amministrazione Bush, una politica coerente nei confronti dell’America Latina?
 
R. – Direi proprio di no. Gli Stati Uniti non hanno avuto una politica estera coerente, organica, armonica nei confronti dell’America Latina. Si sono limitati a intervenire nei confronti di fatti specifici, limitando il loro agire diplomatico sostanzialmente all’ambito della questione economica. Ma sono venute a mancare le relazioni politiche, i rapporti culturali, i rapporti umani che, in un certo qualmodo, sono fondamentali.
 
D. – In questo contesto così complesso, quale via sta cercando di percorrere la Chiesa in America Latina?
 
R. – In America Latina, e soprattutto in Bolivia, la Chiesa dice: è vero che abbiamo bisogno di cambiamenti. Servono cambiamenti che vogliono le minoranze aborigene, più povere. Sono necessari cambiamenti che vogliono i ceti medi, i settori dei professionisti. Evidentemente, ci sono interessi contrapposti, ma quando ci sono profonde fratture c’è una sola via, quella della ragione, del dialogo e della negoziazione da seguire. Va percorsa questa strada per raggiungere quello che è possibile per tutti, senza mettere a repentaglio il bene comune. Quello che succede in Bolivia in queste ore è che si sta mettendo a repentaglio proprio il bene comune: poi non ci sarà una Bolivia per nessuno, né per una parte, né per l’altra.



 

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