La
globalizzazione divide quanto unisce; divide mentre unisce
- scrive il sociologo e filosofo Bauman - e le cause della
divisione sono le stesse che, dall'altro lato promuovono
l'uniformità del globo. Infatti, sostiene Bauman,
l'annullamento delle distanze spazio temporali, resa
possibile dalle nuove tecnologie ,
tende a polarizzare la
globalizzazione. Chi opera nei pressi del potere
finanziario (vero motore della globalizzazione) vive
l'incorporeità del potere: non ha bisogno di luoghi
deputati, è extraterritoriale e proprio per questo può
isolarsi dal resto della popolazione che rimane tagliata
fuori. La conseguenza è la fine degli spazi pubblici, la
creazione di "non luoghi".
Ma la conseguenza più tragica è
che l'abolizione degli spazi pubblici implica anche la
crisi dei luoghi ove si creano norme, ove i valori sono
discussi, negoziati, elaborati. Fra i cinque capitolo che
compongono lo studio di Bauman risulta il quarto
intitolato turisti e vagabondi. Si tratta delle tipologie
in cui sono divisi gli abitanti della terra. I turisti
possono muoversi ovunque, nessun controllo li ferma, essi
non sono legati allo spazio. Al contrario i vagabondi non
possono muoversi, sono legati al loro spazio ed al loro
tempo. I turisti si muovono perchè trovano che il mondo
alla loro portata (globale) è irresistibilmente
attraente, i vagabondi si muovono perchè il mondo alla
loro portata (locale) è inospitale fino ai limiti della
vivibilità. Analogamente su Internet il mondo si divide
tra connessi (i turisti) e i non connessi (i vagabondi),
tra inclusi ed esclusi.
Zygmunt
Bauman: l'individuo tra comunità e solitudine
di
Claudio Risé
Alcune
tardive traduzioni, assieme alla pubblicazione di lavori
recentissimi, presentano ormai ampiamente in Italia
Zygmunt Bauman, uno dei più interessanti
osservatori contemporanei della società postmoderna, e
delle sue patologie. Bauman, i cui lavori sulla
globalizzazione non sembrano purtroppo
familiarissimi agli italici Social Forum, restii a
studiare i temi in nome dei quali chiedono la
parola, é un pensatore drammatico.
Egli rappresenta bene l’impasse in cui si trova
gran parte del pensiero di formazione
marxista, quando studia la società
postmoderna. E' visibile la perturbante nostalgia di
un nemico, che ora non ha più bisogno della tua
subalternità. E quindi della tua alleanza. Nasce anche da
questo La solitudine del cittadino globale, che
Bauman illustra nel libro pubblicata da Feltrinelli,
con postfazione di Alessandro Dal Lago. La vecchia
passione del potere per uno stretto controllo del
territorio è sostituita, nell’epoca della
globalizzazione, dalla facilità, e spesso dalla
convenienza, ad abbandonarlo.
Di questi
ingredienti é fatta: La società dell'incertezza,
di cui parla anche il testo pubblicato da Il Mulino, che
ripropone nella seconda parte l'ottimo Catalogo delle
paure postmoderne, un capitolo di Life
in fragments, Blackwell, 1995. Nei tempi della
globalizzazione, non é più possibile la
"secessione dei plebei contro cui nell’antica Roma
si levò il monito di Menenio Agrippa". Ora invece
basta che i "patrizi", minaccino di fare i
bagagli e andarsene, perché i primi si acquietino.
La
rappresentazione della realtà globale proposta da
Bauman contiene anche confusioni, e a volte semibanalità.
Ben diversa, sugli stessi temi, la precisione di
Serge Latouche (di cui Arianna pubblica: L'invenzione
dell'economia, con postfazione di Pietro
Montanari), cui manca, però, il sostegno del network
editoriale e universitario anglosassone, di cui dispone
Bauman. Ciò non toglie, come ha osservato lo
junghiano Etienne Perrot su Etudes, che "La tesi
fondamentale di Bauman, vale a dire la mondializzazione
vista come sovversione dei territori per opera dello
spazio mercantile, rimane solida", anche se non l'ha
scoperta lui.
Bauman
l'ha illustrata, tra l'altro, anche in Dentro la
globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza.
Questa "sovversione dei territori", non solo e
non tanto fisici, quanto psicologici, e culturali, e
i rischi da essa prodotti sull'individuo (un tema già
impostato, con minor drammaticità, nei lavori di Anthony
Giddens), porta Bauman ad affrontare la questione cui sono
dedicati in buona parte i suoi ultimi lavori.
Come quella Voglia di comunità (Missing
Community, nel testo inglese), pubblicato ora da Laterza.
In esso Bauman, fedele alla vocazione utilitaristica
della sua riflessione, propone un ritorno, dall' anarchia
postmoderna, ad "una comunità
intessuta di comune e reciproco interesse."
Gli
interessi però, come sapeva bene non solo Ferdinand Tönnies,
ma anche Max Weber, non bastano a convincere gli
individui ai sacrifici necessari alla comunità. Quest'opus
assai più impegnativo richiede la condivisione di un
sistema simbolico. Una questione che Bauman non può
affrontare davvero, perché la sua strada é sbarrata
dalla convinzione che " i grandi crimini cominciano
dalle grandi idee", che come é noto rimandano a
sistemi simbolici, da cui spesso nascono. Di qui il dramma
di Bauman, e non solo il suo. Eppure le scienze umane
sanno fin dall'origine che gli ingradienti della
Gemeinschaft, la Comunità, sono diversi da quelli
della Gesellschaft, la società. Se la prima ti fa
troppa paura, tieniti la seconda. E' impossibile avere
Menenio Agrippa, senza l'ordine simbolico cui il suo
apologo si riferisce.