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LA BATTAGLIA DEI LINGUAGGI (DI GODFRIED ENGBERSEN)

da Le Monde Diplomatique, settembre 1999

di Godfried Engbersen*
Dalla metà degli anni ottanta, l'aumento delle disuguaglianze su scala mondiale (1) va di pari passo con un'altra tendenza: il riemergere della povertà nell'Europa occidentale e negli Stati uniti. Povertà pubblica e benessere privato: il fenomeno non è nuovo. A più riprese, nel corso del dopoguerra, ha suscitato accesi dibattiti. Ma si è dovuto aspettare gli anni 70, 80 e 90 per misurare l'entità dei gruppi marginali (chiamati "esclusi"), l'insicurezza crescente in fatto di lavoro, la rimessa in questione dello stato sociale e le difficoltà d'integrazione delle minoranze etniche con la conseguente riscoperta periodica della povertà. Tuttavia questi elementi non hanno finora catalizzato l'attenzione e la povertà in quanto tara sociale è sfumata dietro altre priorità, in particolare la definizione di un livello di tutela sociale finanziariamente accettabile. E' un movimento pendolare, che investe le opinioni pubbliche dei paesi ricchi e rispecchia le controversie suscitate dalla povertà. Si tratta di un esempio di polemica politica irriducibile poiché non può essere risolta con la semplice evocazione dei "fatti". Tanto più che le divergenze non vertono soltanto sulla pertinenza delle statistiche scelte, ma anche sulla loro interpretazione. Ad esempio la disponibilità di beni di consumo durevoli (automobile, computer, videoregistratore) da parte di gruppi con redditi bassi prova, secondo alcuni, che questi gruppi non sono poveri mentre altri vi scorgono invece il segno che la povertà moderna non si limita ai beni materiali, ma esprime prima di tutto una frustrazione sociale. Allo stesso modo, alcuni attribuiscono la forte percentuale di disoccupati fra i poveri alla crescente "pigrizia" degli assistiti, quando altri sottolineano la rarefazione dei posti di lavoro realmente disponibili. Si vede quindi che la scelta e l'interpretazione dei fatti dipendono in larga misura dal sistema di valori che stanno alla base. Ne è una prova la battaglia linguistica sulla povertà, che investe almeno cinque linguaggi diversi: burocratico, moralizzatore, drammatico, accademico, senza dimenticare il linguaggio degli stessi poveri (2). Questa diversità spiega in parte una confusione terminologica degna della torre di Babele.


Chi usa abitualmente la lingua romantica denuncia la freddezza del discorso burocratico. Invece, l'idioma complesso degli scienziati che moltiplicano le definizioni e gli approcci al fenomeno, esaspera i politici. Infine, i maggiori interessati non si riconoscono in tutti questi gerghi: per loro, più che un problema di definizione la povertà è la dura realtà che sono costretti a subire. Povertà, un problema di "livelli" Il linguaggio burocratico si concentra sulla definizione di una "linea" di povertà. I poveri sono coloro i cui redditi sono inferiori a un determinato livello. In molti paesi europei, è lo stato che fissa il limite al di sotto del quale concede un aiuto.
In questo caso, la terminologia è astratta, tecnica, neutrale quasi. Molto diverso appare il linguaggio moralizzatore che emette un giudizio sul comportamento dei poveri. Li dipinge come irresponsabili, pericolosi, demotivati; oppure, inversamente, come infelici, innocenti e bisognosi. Questo discorso, che affonda le radici nelle tradizioni americane di aiuto sociale e distingue in particolare chi merita la carità e chi no ha riguadagnato favore da una decina d'anni. Il linguaggio drammatico ha svolto, negli anni ottanta e novanta, una funzione rilevante nell'attribuzione di un aiuto materiale ai poveri e, più generalmente, nella mobilitazione delle opinioni pubbliche. Concreto, espressivo e emozionale, evoca contrariamente al gergo burocratico i problemi quotidiani vissuti dai poveri: il trasporto dei figli a scuola che non possono pagare, l'umiliazione dell'assistenza, l'amarezza della povertà silenziosa, etc. 

Il vescovo olandese Martinus Muskens usa con successo questa fraseologia quando dichiara che un povero, senza più mezzi per sopravvivere, ha il diritto di prendere un pezzo di pane da un negozio. L'attuale primo ministro dei Paesi Bassi parla la stessa lingua quando risponde al vescovo: "Io vengo da una famiglia che doveva stare attenta a ogni centesimo, ma eravamo troppo fieri per alzare anche un solo dito verso ciò che non era legittimamente nostro". Desideroso di determinare un livello di povertà, il linguaggio accademico assomiglia a quello burocratico, ma è meno categorico, meno unidimensionale. Sviluppa concetti alternativi come quelli di esclusione sociale o di underclass. Rivolge maggiore attenzione alle cause della povertà ma lo fa raramente in Europa con gli stessi poveri. Nella maggior parte dei casi, invoca fenomeni collettivi: crescente insicurezza del posto di lavoro (a causa della transizione verso una società post-industriale), precarietà delle relazioni sociali, evoluzioni demografiche (proporzione crescente di anziani, immigrati) e smantellamento dello stato sociale. Il linguaggio dei poveri è quello con il quale gli interessati stessi esprimono la propria situazione. La voce dei poveri ci giunge indiretta, attraverso rappresentanti e gruppi d'interesse, o tramite ricerche che si sforzano di rendere fedelmente conto della loro parola. La Misère du monde (3) è un buon esempio poiché Bourdieu e il suo gruppo vi riproducono conversazioni con persone che appartengono a categorie vulnerabili. Ma, anche qui, la scelta degli interventi e la recensione sono state effettuate da persone esterne. Invece il linguaggio dei poveri è importante da un duplice punto di vista. In primo luogo ci dà una visione "dall'interno" di una condizione sociale così com'è vissuta: fino a che punto i poveri si considerano ancora membri della società? Si percepiscono come superflui, dimenticati? Usano il concetto di povertà per descrivere la propria situazione? Ma il linguaggio dei poveri ci consente anche di misurare il loro stato d'animo. Ad esempio l'immagine di vittime veicolata dal linguaggio corrente, quasi si trattasse di una evidenza, contrasta fortemente con la combattività di molte famiglie disagiate. Nei dibattiti pubblici e politici, tutti questi linguaggi entrano in conflitto. Lo scontro riguarda certo le diverse posizioni difese dalle parti presenti dirigenti politici, funzionari, ricercatori, sindacalisti e i ruoli che questi devono svolgere. Ma rivela anche visioni fondamentalmente diverse del problema della povertà e del modo di affrontarlo. Quando si tratta di constatare che i poveri hanno fame, anzi che rischiano la morte, tutti concordano; le divergenze emergono appena viene invocato il concetto di povertà per indicare forme moderne di disuguaglianza. Questa visione allargata della povertà genera il dibattito e cristallizza molte confusioni. Numerosi europei non hanno alcuna difficoltà a qualificare come poveri i cittadini afroamericani dei ghetti neri dell'America del nord o gli abitanti dei tuguri di Surat in India, dove è riapparsa la peste nel 1994. Ma fino a che punto questo concetto può essere usato per la nostra popolazione? E' applicabile agli immigrati delle periferie francesi, alle ragazze-madri polacche, agli operai disoccupati delle ex-città industriali inglesi o ai titolari di un sussidio sociale nelle grandi città olandesi?
Dopo tutto, questi gruppi sono molti diversi dal punto di vista del reddito, della protezione sociale o della speranza di vita.


La graduale trasformazione del concetto di povertà nel corso di questo secolo offre risposte a queste domande. Ormai, non si tratta più di una minaccia assoluta, fisica, che pesa sulla vita (la povertà di sussistenza), ma di una situazione in cui una persona non ce la fa a raggiungere gli standard abituali della società in cui vive, e di conseguenza non ce la fa a prendervi parte. Questo non vuol dire che la povertà sia sinonimo di disuguaglianza sociale. Essa implica certo disuguaglianza sociale ma non ne è l'esito automatico. Se si definiscono come poveri il 10 o 20% che si trova al livello più basso nella scala dei redditi, ci saranno sempre dei poveri. Ciononostante, questo 10 o 20% più sfavorito in un paese ricchissimo può essere benestante. Detto questo, il termine non rimanda soltanto agli svantaggi relativi di un gruppo nei confronti di un altro, ma anche a una "soglia" sociale precisa. Una famiglia è povera quando i suoi redditi sono inferiori a un dato livello, al punto che non può usufruire delle condizioni materiali e altre che consentono ai membri di una società di prendervi parte decentemente e pienamente. E' evidente che la definizione di questo livello e dei relativi criteri di reddito varia a seconda dei paesi. In certe regioni, la salute, la quantità di cibo e i vestiti necessari sono sufficienti per un pieno e totale inserimento sociale. Ma, in una società post-industriale, quanti desiderano prendere pienamente parte alla vita della comunità hanno bisogno oltre che del cibo, dei vestiti e di un tetto di una educazione adeguata e dei mezzi moderni di comunicazione e d'informazione quali la televisione, il telefono, il computer. Con Amartya Sen, economista americano e recente premio Nobel (4), possiamo concludere che una piena partecipazione sociale dipende da criteri monetari diversi a seconda delle culture, delle regioni e dei periodi sebbene un recente rapporto delle Nazioni unite suggerisca che questi criteri diventeranno sempre più universali in un mondo globale (5).
In base a tale ragionamento, possiamo considerare come povero un titolare del sussidio sociale olandese (che gode di tutti i diritti sociali), una madre napoletana assistita e un lavoratore clandestino a Berlino (che non riceve alcuna protezione sociale).
Ma è altrettanto chiaro che dobbiamo evitare di inflazionare il concetto di povertà. Se troppe persone in paesi europei ricchi saranno ritenute povere, il concetto perderà credibilità.


Bisognerebbe piuttosto riservarlo in particolare a quei cittadini (e non cittadini) che devono vivere a lungo, forse per sempre, con un reddito minimo e che sono esclusi dalle principali istituzioni sociali, come il mercato del lavoro e le attività del tempo libero. La ricerca sulla povertà contemporanea si basa su innumerevoli approcci al fenomeno, molti dei quali non ne colgono la complessità. E' il caso, ad esempio, dell'approccio in termini di beni di prima necessità a partire dal quale si definisce la povertà negli Stati uniti: le famiglie sono ritenute povere se i loro redditi non coprono le spese minime necessarie per soddisfare un certo numero di bisogni elementari. Esistono anche approcci relativisti fondati sui redditi, per i quali la demarcazione si situa fra il 50 e il 60% del reddito medio per un dato paese. Si possono inoltre citare le definizioni fornite dai dirigenti politici, gli approcci soggettivi derivanti dall'opinione dei cittadini stessi e quelle che tentano di esaminare come la gente possa vivere senza i beni e i servizi necessari. E in Francia nacquero "gli esclusi" Tutti questi approcci si prestano a obiezioni serie. Ad esempio il livello di povertà usato negli Stati uniti è molto basso e non comprende persone che non sono in grado di soddisfare i bisogni indispensabili a una piena partecipazione sociale.
Inversamente, l'approccio relativista può portare a qualificare come "poveri" gruppi i cui membri vivono confortevolmente.


Quanto all'approccio politico, esso implica che ogni miglioramento del livello minimo di vita sfoci in un aumento del numero dei poveri, perché un numero più alto di famiglie saranno definite come tali. Parimenti, l'approccio soggettivo conduce generalmente ad alte percentuali di poveri perché esso valuta non la povertà, ma il carattere soddisfacente, o meno, dei redditi. Infine, è estremamente difficile dire quali beni e servizi sono realmente necessari in una società moderna sviluppata. Il fatto di non essere membro di un club o di non possedere un televisore non sono necessariamente le conseguenze della povertà. La misurazione della povertà viene a volte presentata come una fatica di Sisifo. In effetti, il compito di "ricercatore sulla povertà" può essere paragonato ai lavori del leggendario re di Corinto condannato a issare un masso fino in cima a una collina, da dove esso ricadeva eternamente. La povertà è legata all'epoca e al luogo e deve essere continuamente concettualizzata e riaggiornata. Questa osservazione vale anche per il nuovo concetto popolare di esclusione sociale. Un concetto che s'incontra regolarmente nel vocabolario politico degli organismi ufficiali dell'Unione europea fin dal 1989, e che comincia a determinare il quadro della ricerca scientifica sulla disuguaglianza e la coesione sociale. Questo concetto nasce nella letteratura sociale francese che si occupa dei gruppi marginali e in particolare dei senza tetto. Ma, nel contesto europeo, il suo significato si è notevolmente allargato. Tuttavia i documenti politici non precisano con esattezza che cosa ricopra l'espressione "esclusione sociale" e in particolare da che cosa siano "esclusi" gli interessati. E' probabile che sia la vaghezza del concetto a spiegare l'infatuazione che questo ha suscitato. Ognuno può trovarvi ciò che cerca. Il dibattito in Francia sull'esclusione sociale ne è un esempio. Tutti i partiti si pronunciano contro questo fenomeno ma i loro singoli motivi divergono, così come le politiche proposte a rimedio. L'imprecisione del concetto spiega inoltre lo scetticismo di alcuni nei confronti del suo significato. E' grande la tentazione di modificare una definizione, come quella di povertà, ma la nuova denominazione rischia di velare più che svelare



note:

* Docente di sociologia all'università Erasmo da Rotterdam, presidente del comitato editoriale della rivista Arm Nederland [I Paesi Bassi poveri], Amsterdam University Press.

(1) Rapporto mondiale sullo sviluppo umano 1999, Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp), Rosenberg & Sellier, 1999.

(2) Si veda J. Friedman, "Rethinking Poverty-Empowerment and Citizen Rights", International Social Science Journal, Unesco, Parigi, vol. 48, n&oord 2, pp. 61-172.

(3) Pierre Bourdieu, La Misère du monde, Seuil, Parigi, 1993.

(4) Si veda Amartya Sen, Poor Relatively Speaking, Oxford Economic Papers, Clarendon Press, Oxford, 1983, pp. 153-169.
(5) Op. cit.
(Traduzione di M.G.G.)

 

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