BASTA FAR PARLARE LE ARMI (DI ROBER REICH) |
da
"L'Unità", 6
novembre 2001
La nostra causa è
giusta, ma questo non può impedirci di affrontare due questioni di grande
importanza. La prima, chiederci come mai ci siano al mondo tante persone che non
sono terroristi ma che odiano l’America; la seconda, cercare dei modi per
ridurre il loro odio. A questo riguardo, riconoscere gli errori compiuti in
passato dall’America non significa giustificare il terrorismo, così come
trovare le maniere per placare quell’odio non significa venire a patti con i
terroristi. Al contrario, si tratta di guardare al contesto più ampio del
terrorismo - il terreno in cui ha messo radici - e di esaminare il nostro ruolo
nel creare quelle condizioni o nel permetter loro di perdurare.
È qui che sia la
destra che la sinistra americana, intellettuale e politica, sembrano incapaci di
dar vita a un dibattito ragionato. Gran parte della sinistra è ancora lì a
lamentare il sostegno che in tempi di Guerra Fredda l’America fornì ai
dittatori anticomunisti - gli scià, Mobutu, Somoza, i colonnelli greci, i
generali coreani, Pinochet, Marcos, i mujaheddin - e il raccapricciante
curriculum del nostro Paese, che fece loro da consigliere, addestrò i loro
squadroni della morte, istruì ed armò i loro torturatori specializzati, li
aiutò a trafugare le loro enormi ricchezze. Considerando la nostra storia
passata, la scintillante profusione di bandiere americane, inni patriottici, e
considerazioni trite e banali su "libertà e democrazia" offerta dai
politici americani dopo l’11 settembre sembra, a molta parte della sinistra,
pericolosamente anti-storica se non semplicemente ipocrita.La destra, dal canto
suo, liquida la nostra sordida storia considerandola irrilevante per quel che
riguarda la crisi attuale e accusa chiunque osi ricordarla di voler far cadere
la colpa del terrorismo sulle spalle dell’America.
Entrambe le parti
hanno torto: la sinistra, quando suggerisce che la storia americana dovrebbe
indebolire la nostra determinazione nel combattere l’estremismo islamico; la
destra, quando presume che il nostro curriculum storico non abbia alcun legame
col fatto che la maggior parte del Terzo Mondo odia l’America. Nessuno mette
in dubbio che la lotta al terrorismo vada condotta con tutte le nostre forze. Ma
è importante capire che la nostra storia ha dato forma alle opinioni di molte
nazioni povere della cui cooperazione abbiamo bisogno, ma anche alle idee di
molti dei poveri del mondo che sono attratti dal fondamentalismo radicale e resi
ostili dalla prepotenza americana.
Lo scontro fra
"comprensione" e "colpevolizzazione" si ripete, in altro
ambito, fra i sostenitori americani dello Stato di Israele e chi invece lo
critica. I sostenitori non vogliono ammettere che parte dell’animosità del
Terzo Mondo nei confronti degli Stati Uniti venga dal suo sostegno a favore di
un governo israeliano che ha assassinato i leader palestinesi, ha bombardato le
città palestinesi, ha demolito le case dei palestinesi, e ha fatto espandere
gli insediamenti israeliani sulla West Bank. I critici, dal canto loro, non
vogliono riconoscere l’enormità della violenza che si abbatte sugli ebrei
israeliani e le loro legittime preoccupazioni di sopravvivenza in una regione in
cui la popolazione araba ostile sta crescendo rapidamente. Anche qui, il
dibattito non riesce quasi mai a cogliere il punto essenziale della questione.
È tempo che gli Stati Uniti facciano pressione su Ariel Sharon e Yasser Arafat
perché riprendano il processo di pace con l’idea di creare uno Stato
palestinese separato sulla West Bank. Non c’è dubbio, che gli Stati Uniti e
l’Occidente potranno, anzi dovranno assumere un ruolo più impegnativo nella
creazione di questo Stato. Senza il quale, l’ostilità incessante tra
israeliani e palestinesi non farà che infiammare ancora di più il mondo
islamico. Per venire al punto, dobbiamo ripensare le responsabilità che
ricadono su di noi come unica superpotenza rimasta del globo. I sostenitori
dell’America First, dell’America prima di tutto, insistono che non abbiamo
obblighi nei confronti di nessuno al di fuori dei nostri confini e che dovremmo
agire solo quando il nostro interesse nazionale è direttamente in gioco. Ciò
implica espandere il commercio globale, stabilizzare l’economia mondiale
attraverso l’International Monetary Fund, difenderci dai missili degli Stati
canaglia, e combattere il terrorismo che minaccia la nostra sicurezza nazionale.
I globalisti affermano che abbiamo dei doveri morali più importanti: Dobbiamo
combattere il genocidio ovunque si verifichi; condividere la nostra ricchezza e
conoscenza per salvare le vite di 50 milioni di persone l’anno - tra cui 12
milioni di bambini - che altrimenti morirebbero di malattie che si possono
prevenire o di malnutrizione; assumere la nostra giusta parte di costo della
riduzione delle emissioni di anidride carbonica, migliorare le condizioni di
vita e di lavoro nel terzo mondo, e rovesciare il trend che va verso una sempre
maggiore disuguaglianza tra le nazioni ricche e povere.
Considerando il
contesto più ampio del terrorismo, ognuna di queste posizioni ha una sua parte
di verità - ma nessuna delle due è sufficiente. I sostenitori dell’America
First hanno ragione quando affermano che l’interesse nazionale deve essere la
preoccupazione fondamentale dell’America, ma i globalisti non sbagliano nel
richiamare l’attenzione sui molti modi in cui gli Stati Uniti possono giocare
un ruolo più costruttivo sullo scacchiere mondiale. Diffondere la prosperità e
alleviare le sofferenze umane fa parte del nostro interesse nazionale nella
misura in cui riduce la rabbia che molti dei poveri del mondo provano verso la
ricca e potente America e, allo stesso tempo, crea le opportunità perché
quegli stessi poveri condividano i benefici dell’economia globale. È la
stessa lezione che abbiamo imparato quando abbiamo partecipato alla
ricostruzione dell’Europa e del Giappone distrutti dalla guerra dopo il
secondo conflitto mondiale, quando la minaccia emergente dell’Unione Sovetica
ci ha spinto ad assumere un punto di vista più ampio in materia di sicurezza
nazionale. La minaccia del terrorismo dovrebbe indurci a pensare con una
generosità non minore. Identificare e rispondere alle cause basilari del
terrorismo non giustifica in nessun modo gli orrori che i terroristi ci
infliggono, né dovrebbe essere interpretato come un modo di venire a patti con
loro. Al contrario, fa parte di una strategia a lungo termine per sradicarli. In
ultima analisi, il terrorismo non può essere sradicato se non dove affonda le
sue radici.
Tony Blair promise,
durante la sua prima campagna per diventare primo ministro inglese, di essere
"duro con il crimine, e duro con le cause del crimine". Era possibile,
e auspicabile, fare entrambe le cose. È lo stesso con questa guerra, che va
combattuta su due fronti: dobbiamo essere brutalmente duri sul terrorismo ma
ugualmente duri per quanto riguarda le sue cause.
|
|