Se l'unica scelta che ci viene
lasciata è tra i mullah e i centri commerciali, tra l'integralismo e il
mercato, non possono più prosperare libertà e spirito umano.
L'America ora deve cedere parte della sua sovranità per riuscire a unirsi al
mondo, invece di continuare a pretendere che il mondo si unisca a lei.
Senza dubbio gli attacchi terroristici dell'11 settembre hanno cambiato il mondo
per sempre, ma non sono riusciti a cambiare in modo significativo né la
posizione ideologica della destra né quella della sinistra. I guerrieri
unilateralisti della destra continuano a sostenere che la guerra condotta da
un'America eternamente sovrana sia l'unica risposta appropriata al terrorismo,
la sinistra invece ripete che c'è bisogno d'internazionalismo,
d'interdipendenza e d'un approccio ai mercati globali che raddrizzi gli
squilibri economici rendendo l'estremismo meno accattivante anche se, in
un'atmosfera di patriottismo bellico, lo fa in un tono più sommesso rispetto al
passato. La lobby internazionalista può però a buon diritto alzare la voce,
perché quello che è cambiato a seguito dell'11 settembre è la relazione tra
queste argomentazioni e il realismo politico (e il suo contrario, l'idealismo
politico). Prima dell'11 settembre la realpolitik apparteneva principalmente
alla destra che sdegnava i discorsi sui diritti umani e la democrazia
considerandoli utopie senza speranza, il blaterare d'idealisti romantici di
sinistra che preferivano vedere il mondo come volevano che fosse, piuttosto che
come era in realtà.
Dopo l'11 settembre però la tigre realista ha cambiato pelle:
l'internazionalismo "idealista" è diventato il nuovo realismo. Non ci
troviamo di fronte ad un cambio di paradigma, ma all'occupazione di un vecchio
paradigma da parte di nuovi inquilini. I globalisti democratici sono
all'improvviso i nuovi realisti, mentre il vecchio realismo, soprattutto nel suo
abbraccio dei mercati, appare sempre più un dogma totalmente irrealistico e
pericoloso, opaco alle nostre nuove realtà perché inciso brutalmente sulla
coscienza nazionale dai demoniaci architetti dell'11 settembre. Il problema non
è decidere se perseguire una strategia militare o civile, perché sono entrambe
chiaramente necessarie, il problema è come portarle avanti.
La dottrina del realismo storico aveva il suo fondamento nella politica
internazionale degli Stati sovrani che perseguivano i propri interessi
nell'ambito di alleanze mutevoli in cui i principi potevano solo impedire il
raggiungimento di obiettivi sovrani definiti e serviti solo dagli interessi. I
sui mantra, gli stereotipi di Lord Acton, Henry Morgenthau, George Kennan o
Henry Kissinger, recitavano che le nazioni non hanno amici o nemici permanenti,
solo interessi permanenti; che i nemici dei nostri nemici sono sempre nostri
amici; che seguire gli ideali democratici o i diritti umani può spesso
confondere i nostri reali interessi; che coalizioni e alleanze in guerra o in
pace sono accettabili solo nella misura in cui noi conserviamo la nostra
indipendenza sovrana in tutte le decisioni e le politiche determinanti e che le
istituzioni internazionali vanno abbracciate, ignorate o abbandonate a seconda
di come servono i nostri interessi nazionali sovrani, completamente separabili
dagli obiettivi di tali istituzioni.
Per quanto accattivanti possano suonare questi mantra, nelle circostanze attuali
non si può più dire che essi rappresentino una strategia, nemmeno plausibile,
figuriamoci realistica. Per capire il perché dobbiamo comprendere in che modo
l'11 settembre ha messo una volta per tutte il punto finale alla vecchia storia
dell'indipendenza americana.
Predoni dal cielo, dall'alto e dall'estero, ma anche dall'interno e dal basso,
gente che dormiva in mezzo a noi e che in qualche modo sfruttava i poteri della
nostra tecnologia per sconfiggere la nostra potenza, si è fatta beffa della
nostra sovranità dimostrando che non c'era più differenza tra interno e
esterno, tra nazionale e internazionale. Ancora non abbiamo nozione autorevole
di chi precisamente stia dietro agli attacchi dell'11 settembre o al bioterrore
che ne è seguito. Chiaro è solo che non possiamo più attribuire la
colpevolezza nei termini netti del diciannovesimo secolo, nazionale e
internazionale. Anche se possiamo ancora cercare padrini sovrani per atti
terroristici che di padrini non ne hanno, il mito della nostra indipendenza è
ormai insostenibile. A chi agisce senza essere uno stato, si tratti di imprese
multinazionali o di cellule terroristiche dall'organizzazione imprecisa, non si
applicano i concetti di interno o estero, nazionale o internazionale, non si
tratta né di entità sovrane né di organizzazioni internazionali. Dichiarare
la nostra indipendenza in un mondo di interdipendenza perversa e malevola
appioppataci da gente che ci disprezza si avvicina molto a fare quello che i
duri delle scienze politiche avrebbero definito pisciare contro vento.
Solo l'assalto di attentatori suicidi ha risvegliato la nazione alle nuove realtà
e alle nuove istanze imposte alla politica dall'interdipendenza. Ecco perché,
dopo l'11 settembre, quanto meno c'è stata una debole finta in direzione del
multilateralismo e di costruire una coalizione. Si sono finalmente saldati i
conti da tempo aperti con l'Onu, è stato consultato il Consiglio di Sicurezza e
alcuni funzionari repubblicani hanno persino pronunciato sottovoce le terribili
parole marchiate Clinton, costruire una nazione, come possibile esigenza
all'interno di una strategia postbellica in Afghanistan.
Ma resta ancora molta strada da fare. Il realismo, nella sua nuova forma
democratica, suggerisce che l'America deve iniziare ad impegnarsi in un'impresa
lenta e erosiva della sua sovranità, quella di costruire un'interdipendenza
collaborativa e benevola in cui gli Usa si uniscano al mondo, invece di esigere
che il mondo si unisca a loro, pena essere relegato dalla parte dei terroristi
("O siete con noi o con i terroristi", salmodiò il presidente nei
primi terribili giorni successivi all'11 settembre). Questo realismo ammette che
se è vero che il terrorismo non ha giustificazioni, ha delle cause.
Il vecchio
realismo seguiva il vecchio adagio "Tout comprendre, c'est tout pardonner"
e evitava di indagare le cause profonde della violenza e del terrore. Il nuovo
realismo sostiene che comprendere l'astio collettivo non significa perdonarlo,
ma far sì che possa essere affrontato, proibito e forse persino fatto sfociare
preventivamente. Ragionare in termini di i "seme cattivo" da peccato
originale, di "malvagi" rende i colpevoli invulnerabili, soggetti
unicamente a una lotta manichea in cui l'alternativa alla vittoria totale è la
sconfitta totale. Definire Bin Laden e i suoi "i malvagi" non è per
forza sbagliato, ma ci consegna ad un mondo oscuro di jihad e controJihad
(quella che il presidente inizialmente ha definito la sua crociata) in cui le
istanze della democrazia, del rispetto civile, e della giustizia sociale,
lasciando perdere sfumature, complessità e interdipendenza, semplicemente
svaniscono. Si può odiare la jihad senza amare l'America. Si può condannare il
terrore dandogli tutti i torti anche senza pensare che i bersagli del terrore
abbiano tutte le ragioni.
Questa è la premessa alla tesi dell'interdipendenza. Il contesto di resistenza
della Jihad e la sua patologia di terrorismo rappresentano un mondo complesso in
cui sono presenti interrelazioni causali tra la reazione della Jihad alla
modernità e il ruolo americano nel dare forma a quest'ultima secondo la logica
particolare della tecnologia Usa, dei mercati e della cultura pop all'insegna
del marchio (quello che chiamo "McMondo").
Stabilire rapporti e collegamenti non è la
stessa cosa che distribuire colpe. Il potere conferisce responsabilità. Il
potere di cui godono gli Stati uniti pone loro l'obbligo di affrontare
condizioni che possono anche non aver direttamente creato. In questa prospettiva
la Jihad potrebbe crescere a dismisura e riflettere (tra l'altro) una metastasi
patologica di giustificato malcontento circa gli effetti di un arrogante
materialismo laico che rappresenta la sfortunata concomitanza dell'espansione
del consumismo nel mondo. Potrebbe riflettere una preoccupazione dagli esiti
distruttivi circa l'integrità delle tradizioni culturali indigene, mal
equipaggiate a difendersi dall'aggressività dei mercati in un mondo di libero
commercio. Potrebbe riflettere una lotta per la giustizia in cui i mercati
occidentali sembrano ostacolare, piuttosto che facilitare il mantenimento
dell'identità culturale.
Riuscirà il thè asiatico, e quella che è la cultura religiosa e familiare che
ne accompagna il rito, a sopravvivere all'assalto della commercializzazione
globale della CocaCola?
Il pranzo in famiglia sopravvivrà al fast food, puntato
al consumatore singolo, con abitudini alimentari da rifornimento di carburante,
che si nutre a spuntini? Riusciranno le culture cinematografiche nazionali di
paesi come il Messico, la Francia o l'India a sopravvivere ai colossal di
Hollywood tarati sui gusti universali dei teen agers, radicati nella violenza e
nel facile sentimentalismo? Dov'è lo spazio per la preghiera, per i riti
religiosi comuni, per i beni spirituali e culturali in un mondo in cui
l'economia globale gira grazie alla commercializzazione di beni materiali. Quei
milioni di famiglie di Cristiani Americani che scelgono per i loro figli
l'istruzione a domicilio, perché spaventati dalla cultura commerciale e
violenta che aspetta i ragazzi fuori dalla porta di casa, non sono forse altro
che Taliban americani? E i cosmopoliti laici delle città costiere americane si
accontentano di essere nutriti dallo schermo, dagli onnipresenti computer, dalle
tv e dai multisala?
Il terrore ovviamente non è una risposta, ma chi è davvero disperato può
accontentarsi anche del terrore, in risposta al fatto che non riusciamo neppure
a porci queste domande. Per i guerrieri annientatori della Jihad la questione si
pone naturalmente oltre questi timori: implica devozione assoluta a valori
assoluti. Eppure molti che inorridiscono di fronte al terrorismo ma restano
indifferenti all'America, potrebbero vedere una dimensione assolutista nelle
aspirazioni materialiste dei nostri mercati. La nostra cultura del mercato
globale a noi appare sia volontaria che salutare, ma ad altri può sembrare sia
forzata (nel senso di obbligatoria) che corrotta, non precisamente coercitiva,
ma capace di sedurre i bambini introducendoli ad un materialismo laico
determinato ma corrosivo. Che cosa c'è di male in Dysneyland e nelle Nike? Non
facciamo altro che "dare alla gente quello che vuole".
Ma questo sogno
commerciale è una forma di romanticismo, l'idealismo dei mercati neoliberali,
il comodo idillio secondo cui l'abbondanza materiale può soddisfare il
desiderio spirituale così che la caccia al profitto può diventare sinonimo di
conquista della libertà.
È il nuovo realista democratico ad accorgersi che se l'unica scelta che abbiamo
è quella tra i mullah e i centri commerciali, tra l'egemonia dell'assolutismo
religioso e quella del determinismo del mercato, né la libertà né lo spirito
umano possono prosperare. Considerando i costi sia del terrorismo
fondamentalista che del combatterlo, non dovremmo forse chiederci come mai
quando vediamo che la religione colonizza qualunque altro campo della vita umana
la chiamiamo teocrazia e sentiamo puzza di tirannia e quando vediamo che la
politica colonizza ogni altro campo della vita umana la chiamiamo assolutismo e
tremiamo alla prospettiva del totalitarismo, ma quando vediamo che le relazioni
di mercato e il consumismo commerciale tentano di colonizzare ogni altro campo
della vita umana li chiamiamo libertà e celebriamo il loro trionfo?
Ci sono troppi John Walkers che iniziano cercando rifugio dall'aggressivo
materialismo laico delle loro vite di periferia e finiscono per scivolare
nell'oscuro complotto di qualcun altro per distruggere il cuore degli infedeli
materialisti. Se uomini così sono anche poveri e disperati, diventano
eccellenti reclute per la Jihad. L'unica guerra che valga la pena di combattere
è la lotta per la democrazia. L'insegnamento del novo realismo è che solo una
lotta simile ha possibilità di sconfiggere i nichilisti radicali. È una buona
notizia per i progressisti, perché esistono davvero delle opzioni per i
realisti democratici in cerca di strategie civiche che affrontino i mali della
globalizzazione e le insicurezze dei milioni di fedeli fondamentalisti che non
sono né volontari consumatori della cultura commerciale occidentale, né
volontari difensori del terrore jihadico.
Ben prima delle calamità dell'11 settembre si
intravedeva un significativo spostamento in direzione di un'interdipendenza
costruttiva e realistica, ad iniziare dai movimenti dei Verdi e a sostegno dei
diritti umani negli Anni '60 e '70, continuando con le Ong e i movimenti No
Global degli ultimi anni.
Il giubileo del 2000 è riuscito a ridurre fino al 30 per cento i pagamenti di
alcune nazioni in restituzione del debito del terzo mondo mentre la Comunità
dei Democratici, avviata dal Dipartimento di Stato sotto Madeleine Albright è
stata abbracciata dall'amministrazione Bush e continuerà a finanziare gli
incontri tra governi democratici e organizzazioni non governative democratiche.
Gruppi a favore di una riforma economica internazionale, come ad esempio il
progetto per lo sviluppo degli obbiettivi del Millennium Summit, fondato dalle
Nazioni Unite per dare risposta alla povertà, all'analfabetismo e alla malattia
globali, come Inter Action, che punta ad aumentare gli aiuti stranieri, Global
Leadership, una nuova alleanza tra imprese e organizzazioni di base, la
commissione Zedillo, che sollecita i paesi ricchi a devolvere lo 0,7 per cento
del loro Pil agli aiuti allo sviluppo (contro lo 0,2 per cento attuale, e lo 0,1
per cento degli Usa), stanno facendo di una seria riforma economica un tema per
i governi.
È solo un inizio, e senza il sostegno esplicito di un governo americano con una
mentalità più civica, queste istituzioni difficilmente riusciranno a dare
nuova forma alle relazioni globali. Ci troviamo in una fase embrionale della
nostra storia, una fase in cui un trauma spalanca la possibilità di nuove forme
di azione. L'utopia di ieri è il realismo di oggi, il realismo di ieri la
ricetta per la catastrofe di domani. Questo è il momento della democrazia, se
mai ce n'è stato uno. Se il nostro governo saprà coglierlo non dipende da
George Bush, ma da noi.
di Benjamin
Barber, da La repubblica, 29/01/2002
(Traduzione di Emilia
Benghi)