IN MARGINE AL CASO HAIDER. IL TERRITORIO NELLA GLOBALIZZAZIONE |
Il panorama editoriale italiano offre sempre qualche spiraglio e qualche speranza. La Bollati Boringhieri, per esempio, sta aggiustando il tiro sempre meglio sui temi maledetti del neocomunitarismo, e della xenofobia ad esso collegata. In questo caso, però, ha fatto qualcosa di più. Ha prodotto un quaderno (che è anche progetto di primo numero per una rivista dedicata alle emergenze culturali e sociali…speriamo di vederne altri frutti) costruito raccogliendo gli interventi comparsi nel corso di vari numeri sul TTL, supplemento della Stampa. Sulle pagine del giornale negli scorsi mesi si era infatti creato, in seguito ad un primo intervento
di Aldo Bonomi, uno spazio franco di discussione in margine al caso Haider. In margine è proprio la parola più adatta, perché tutti gli interventi del TTL, qui raccolti, partono da Haider, ma procedono ben oltre, individuando nella esemplarità d una vicenda la spia di un fenomeno della contemporaneità la cui pervasività sembra si colga sempre in ritardo, misurandone e lamentandone gli effetti.
Gli intervenuti invece hanno finalmente voluto buttare sul piatto il problema in tutte le sue articolazioni, sollevando temi che in questo momento risultano antipatici a molti. Non hanno infatti impostato il dibattito solo su argomenti legati alla storia dell'Austria, al suo rapporto con il nazismo e con il postnazismo, ma hanno chiamato in causa, grazie al caso Haider, aspetti di un processo che ci appartiene e che sempre più apparterrà a tutta l'Europa. Haider, dunque, rappresenta un esempio di come il nuovo orizzonte mondiale si affianchi con significativa costanza alla ridefinizione del territorio come baluardo. Il territorio così perde la connotazione di luogo fisico e diventa
il contenitore simbolico di rapporti sociali, affettivi, comunitari, neotradizionalisti (quanta "invenzione della tradizione" nel concetto di comunità), in cui il mito pericolosissimo del binomio sangue suolo serve da difesa contro la nuova forma del modero capitalismo.
L'articolo di Bonomi, per esempio, tende a mostrare come il populismo e la xenofobia convivano spesso con una struttura produttiva potente e con il benessere, un benessere costruito da rapporti lavorativi e relazioni fra impresa e forza lavoro completamente privi di garanzie. In questi sistemi integrati, di convivenza fra arcaico e moderno, come ben sappiamo, trovano alimento le nuove deste rappresentate in Italia dalla lega. Se le risposte di Revelli al problema sono soprattutto politiche (ma non per questo meno suggestive), interessanti sono le analisi di Luverà, Poggio, che sottolineano il pericolo del populismo e delle sue derive; condivisibile è anche la tesi di De
Rita, a mio parere la più utile da proporre agli storici come terreno per una analisi del sistema politico italiano: De Rita segnala come si stiano spegnendo quelle "istituzioni di mediazione" fra il terreno politico e la società civile che fino a tempi recenti avevano portato a catalizzare in risposte concrete le forme di dissenso e di malcontento: se fra queste "organizzazioni della mediazione" includiamo i sindacati, le forme associative, ma anche la partecipazione della società civile alla vita delle istituzioni locali, che caratterizzava per esempio l'Emilia fino a poco tempo fa, ci rendiamo conto che il problema principale è proprio l'assenza di una società politica, e con
essa la dispersione di un patrimonio che si era andato costruendo soprattutto dagli anni settanta.
Lascio per ultimo l'articolo di Carlo Formenti che sposta il problema sul terreno epistemologico, segnalando quella che a mio parere è la vera pericolosità e novità del fenomeno Haider, ma non solo di quello. Il piccolo saggio di Formenti è in fondo una critica alla facilità con cui si accettano, sul piano epistemologico, termini come pensiero unico e globalizzazione. Il risultato è che alzando a livello planetario le cause del problema, utilizzando categorie tutto sommato tanto estensive da risultare inutili, come mercato e globalizzazione, si tende a dimenticare un elementare principio di razionalità, il fatto cioè che non ci può bastare
l'attribuzione ad un orizzonte puramente economico e totalizzante la ragione del mutamento a livello locale. L'interdipendenza fra geografia, mercati plurimi, cultura locale, e economia globalmente concepita non può essere trascesa. Il risultato, di uan generalizzazione arbitraria è l'estensione di una cultura locale che più locale e provinciale (del suburbio) non si può, quella americana, a modello da esportazione. La globalizzazione non è altro, e il caso Haider lo dimostra, che "il nome con cui si cerca di tradurre in immagini il processo storico concreto che ha consentito ad una cultura locale , l'americana, di esportare in tutto il mondo gli effetti economici e tecnici delle sue
tradizioni ideologiche e religiose" (p. 38).
Haider, la lega, i neolocalismi, non sono reazioni alla genesi di una economia globale, sarebbe ingenuo e controproducente sostenerlo: sono il vero portato di una trasformazione il cui nerbo sta proprio nell'invenzione di culture che sono esse stesse lo specchio della modernità, intesa come sincretismo continuo, come interdipendenza fra presente e reinvenzione di un passato legittimante. E in questo senso il saggio di Formenti dà ragione a De Rita, perché spostare la sede dei conflitti dalle istituzioni intermedie al territorio, ormai privo della fisicità e trasformatosi in un codice di appartenenza, delega al virtuale ciò che
una volta era appannaggio dello spazio politico, la mediazione fra presente e passato, fra forze sociali e loro spinte centrifughe, fra diritti e privilegi, fra principio di razionalità e immaginario. Come afferma anche Revelli, dunque, la politica oggi non è più la cura, ma il male stesso. Se la vittoria è del globale economico la sconfitta che ha posto le premesse di questa vittoria è tutta nel politico. Ma aggiungiamo noi, anche nelle istituzioni culturali e formative. .
Simona Urso
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