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AGLI ANTIPODI DEL NEO-MARXISMO DI PIAZZA (GIUSEPPE CACCIAMI)

 

Avvenire, 29 agosto 2001

I cattolici nel mirino. Sono essi il tema stagionale di un crescendo di interventi, cui danno risonanza i "media" stampati e visivi. Sui due fronti si scontrano tesi inconciliabili. C'è chi dice (e non si tratta di battute ma di editorialisti blasonati): il marxismo (o il comunismo) è entrato in chiesa ed arruola i cattolici. 

C'è chi ribatte all'accusa sostenendo che si tratta solo di coraggiose scelte evangeliche di giustizia e di libertà. In questi termini è difficile che lo scontro diventi dialogo. Prendiamo allora la patata bollente di oggi. 

La globalizzazione, o anche, come la chiamano i contestatori, "l'Impero" ripetendo senza accorgersene la cantilena dell'imperialismo plutocratico dei loro antenati. La maggioranza delle settecento sigle che contrassegnavano i gruppi calati a Genova per il G8 si riferisce, anche negli slogan, all'ideologia marxista, comunista, o terzomondista su base leninista o castrista.


Si tratta in molti casi di un marxismo sostanziale anche se meno rigidamente anchilosato sui dogmi della tradizione rivoluzionaria dell'ultimo secolo.
Un marxismo che nella prima fase offensiva, quella dell'impeto e dell'attacco, convive - come già accaduto nel passato - con quella anarchia insurrezionale che, a suo tempo, a vittoria raggiunta, i partiti comunisti liquidavano cinicamente.
L'armamentario verboso di questi rivoluzionari della piazza è tutto marchiato dal linguaggio, dal lessico, dalle nostalgie, dagli obiettivi defunti di quell'ideologia. 

La globalizzazione glieli ha fatti ripescare tra le "macerie" dei Muri.
Ora non ammette dubbi il fatto che sulla globalizzazione (come su vari temi sociali) le scelte fondamentali della comunità cattolica, maturate lungo il Novecento e suggellate dal magistero, sono senza riserve agli antipodi del pensiero marxista.


Anche solo rivedendo a braccio le tre ultime encicliche di Giovanni Paolo II («Laborem exercens», «Sollicitudo rei socialis» e «Centesimus annus») che riassumono la dottrina sociale della Chiesa nel solco della «Rerum novarum» e della «Quadragesimo anno», appare evidente l'inconciliabilità delle due posizioni di pensiero. Quella cattolica è nettamente opposta al "no global" di stampo marxista anarchico. Per il magistero cattolico si tratta di globalizzazione vista come dato storico complesso ed ambivalente, denso di possibilità positive ma insieme assolutamente bisognoso di essere governato in un contesto mondiale di solidarietà senza emarginazione. 

In alternativa quindi ad un protezionismo fatto di paure, esclusioni, violenze ed ingiustizie. Il fondamento granitico, su cui l'economia di mercato al servizio dell'uomo si deve sviluppare, è il principio di sussidiarietà, uno dei pilastri della dottrina sociale della Chiesa. Una lettura attenta a distribuire tutte le responsabilità anche a livello planetario partendo dai livelli inferiori, in uno strenuo riconoscimento del primato della società civile nelle sue complesse articolazioni.


Siamo dunque all'estremo opposto della visione statalista e centralista. Quella che anche nelle contestazioni di piazza fornisce tutti i termini del linguaggio barricadiero.


Ed ora la domanda provocatoria: quanto di tutto questo secolare bagaglio culturale, di questa enorme e stimolante ricchezza di principi e di contenuti innervati nella dottrina sociale della Chiesa è comunemente diffuso ed assimilato nel corpo massiccio del nostro mondo cattolico? 

Quanto di esso fa parte del patrimonio di convinzioni di fondo del nostro laicato? Quanto invece la sottile e pervasiva strategia marxista in versione gramsciana che in questi decenni ha arruolato la massima parte dell'intellighenzia laica è stata criticamente analizzata e respinta dal mondo cattolico? 

O da quanti cattolici essa è stata subconsciamente assorbita negli ultimi decenni, dopo che negli anni settanta si osava dichiarare che non aveva diritto ecclesiale di presenza una dottrina sociale della Chiesa?
Conoscendone molti, non abbiamo dubbi sulla sincerità, sulla autenticità, sulla passione di molti cattolici, giovani e non, per la giustizia, per la pace, per la sterminata moltitudine dei poveri.


E neppure osiamo giudicare le intenzioni intime di quei religiosi, che nel clima convulso del protagonismo indotto dai "media", diventano strumento degli scaltri anfitrioni del massimalismo di piazza.


Ma ascoltando e leggendo attentamente quanto essi dicono ci viene il forte dubbio che - in questa persistente carenza di conoscenza della dottrina sociale della Chiesa e nella conseguente penuria di linguaggio, di contenuti e di vocabolario adeguati ad esprimerne la sostanza - si finisca per esternare male le più nobili convinzioni, usando equivocamente quel dizionario della vulgata ideologica che dagli anni settanta ad oggi ha finito per monopolizzare, nella cultura egemone, ogni discorso sociale.


La conclusione ovvia sembra essere quella, assolutamente prioritaria ed urgente, di un laicato cattolico che ritrovi capillarmente, a livello di base e di territorio, le radici della sua cultura sociale e quindi della sua inconfondibile identità. Solo sulla base di questa identità diventerà possibile e fecondo, anche se duro ed aspro, ogni confronto.


Rendendo inutili gli arruolamenti ingenui. Ci si accorgerà almeno che la divisione dei cattolici in cattocomunisti e biechi conservatori è soltanto un vecchio trucco di un'arcaica strategia. Si tratta soltanto, con diverse sensibilità, di essere cattolici o no.

 

 

 

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