Avvenire,
29
agosto
2001
I
cattolici
nel
mirino.
Sono
essi
il
tema
stagionale
di
un
crescendo
di
interventi,
cui
danno
risonanza
i
"media"
stampati
e
visivi.
Sui
due
fronti
si
scontrano
tesi
inconciliabili.
C'è
chi
dice
(e
non
si
tratta
di
battute
ma
di
editorialisti
blasonati):
il
marxismo
(o
il
comunismo)
è
entrato
in
chiesa
ed
arruola
i
cattolici.
C'è
chi
ribatte
all'accusa
sostenendo
che
si
tratta
solo
di
coraggiose
scelte
evangeliche
di
giustizia
e
di
libertà.
In
questi
termini
è
difficile
che
lo
scontro
diventi
dialogo.
Prendiamo
allora
la
patata
bollente
di
oggi.
La
globalizzazione,
o
anche,
come
la
chiamano
i
contestatori,
"l'Impero"
ripetendo
senza
accorgersene
la
cantilena
dell'imperialismo
plutocratico
dei
loro
antenati.
La
maggioranza
delle
settecento
sigle
che
contrassegnavano
i
gruppi
calati
a
Genova
per
il
G8
si
riferisce,
anche
negli
slogan,
all'ideologia
marxista,
comunista,
o
terzomondista
su
base
leninista
o
castrista.
Si
tratta
in
molti
casi
di
un
marxismo
sostanziale
anche
se
meno
rigidamente
anchilosato
sui
dogmi
della
tradizione
rivoluzionaria
dell'ultimo
secolo.
Un
marxismo
che
nella
prima
fase
offensiva,
quella
dell'impeto
e
dell'attacco,
convive
-
come
già
accaduto
nel
passato
-
con
quella
anarchia
insurrezionale
che,
a
suo
tempo,
a
vittoria
raggiunta,
i
partiti
comunisti
liquidavano
cinicamente.
L'armamentario
verboso
di
questi
rivoluzionari
della
piazza
è
tutto
marchiato
dal
linguaggio,
dal
lessico,
dalle
nostalgie,
dagli
obiettivi
defunti
di
quell'ideologia.
La
globalizzazione
glieli
ha
fatti
ripescare
tra
le
"macerie"
dei
Muri.
Ora
non
ammette
dubbi
il
fatto
che
sulla
globalizzazione
(come
su
vari
temi
sociali)
le
scelte
fondamentali
della
comunità
cattolica,
maturate
lungo
il
Novecento
e
suggellate
dal
magistero,
sono
senza
riserve
agli
antipodi
del
pensiero
marxista.
Anche
solo
rivedendo
a
braccio
le
tre
ultime
encicliche
di
Giovanni
Paolo
II
(«Laborem
exercens»,
«Sollicitudo
rei
socialis»
e
«Centesimus
annus»)
che
riassumono
la
dottrina
sociale
della
Chiesa
nel
solco
della
«Rerum
novarum»
e
della
«Quadragesimo
anno»,
appare
evidente
l'inconciliabilità
delle
due
posizioni
di
pensiero.
Quella
cattolica
è
nettamente
opposta
al
"no
global"
di
stampo
marxista
anarchico.
Per
il
magistero
cattolico
si
tratta
di
globalizzazione
vista
come
dato
storico
complesso
ed
ambivalente,
denso
di
possibilità
positive
ma
insieme
assolutamente
bisognoso
di
essere
governato
in
un
contesto
mondiale
di
solidarietà
senza
emarginazione.
In
alternativa
quindi
ad
un
protezionismo
fatto
di
paure,
esclusioni,
violenze
ed
ingiustizie.
Il
fondamento
granitico,
su
cui
l'economia
di
mercato
al
servizio
dell'uomo
si
deve
sviluppare,
è
il
principio
di
sussidiarietà,
uno
dei
pilastri
della
dottrina
sociale
della
Chiesa.
Una
lettura
attenta
a
distribuire
tutte
le
responsabilità
anche
a
livello
planetario
partendo
dai
livelli
inferiori,
in
uno
strenuo
riconoscimento
del
primato
della
società
civile
nelle
sue
complesse
articolazioni.
Siamo
dunque
all'estremo
opposto
della
visione
statalista
e
centralista.
Quella
che
anche
nelle
contestazioni
di
piazza
fornisce
tutti
i
termini
del
linguaggio
barricadiero.
Ed
ora
la
domanda
provocatoria:
quanto
di
tutto
questo
secolare
bagaglio
culturale,
di
questa
enorme
e
stimolante
ricchezza
di
principi
e
di
contenuti
innervati
nella
dottrina
sociale
della
Chiesa
è
comunemente
diffuso
ed
assimilato
nel
corpo
massiccio
del
nostro
mondo
cattolico?
Quanto
di
esso
fa
parte
del
patrimonio
di
convinzioni
di
fondo
del
nostro
laicato?
Quanto
invece
la
sottile
e
pervasiva
strategia
marxista
in
versione
gramsciana
che
in
questi
decenni
ha
arruolato
la
massima
parte
dell'intellighenzia
laica
è
stata
criticamente
analizzata
e
respinta
dal
mondo
cattolico?
O
da
quanti
cattolici
essa
è
stata
subconsciamente
assorbita
negli
ultimi
decenni,
dopo
che
negli
anni
settanta
si
osava
dichiarare
che
non
aveva
diritto
ecclesiale
di
presenza
una
dottrina
sociale
della
Chiesa?
Conoscendone
molti,
non
abbiamo
dubbi
sulla
sincerità,
sulla
autenticità,
sulla
passione
di
molti
cattolici,
giovani
e
non,
per
la
giustizia,
per
la
pace,
per
la
sterminata
moltitudine
dei
poveri.
E
neppure
osiamo
giudicare
le
intenzioni
intime
di
quei
religiosi,
che
nel
clima
convulso
del
protagonismo
indotto
dai
"media",
diventano
strumento
degli
scaltri
anfitrioni
del
massimalismo
di
piazza.
Ma
ascoltando
e
leggendo
attentamente
quanto
essi
dicono
ci
viene
il
forte
dubbio
che
-
in
questa
persistente
carenza
di
conoscenza
della
dottrina
sociale
della
Chiesa
e
nella
conseguente
penuria
di
linguaggio,
di
contenuti
e
di
vocabolario
adeguati
ad
esprimerne
la
sostanza
-
si
finisca
per
esternare
male
le
più
nobili
convinzioni,
usando
equivocamente
quel
dizionario
della
vulgata
ideologica
che
dagli
anni
settanta
ad
oggi
ha
finito
per
monopolizzare,
nella
cultura
egemone,
ogni
discorso
sociale.
La
conclusione
ovvia
sembra
essere
quella,
assolutamente
prioritaria
ed
urgente,
di
un
laicato
cattolico
che
ritrovi
capillarmente,
a
livello
di
base
e
di
territorio,
le
radici
della
sua
cultura
sociale
e
quindi
della
sua
inconfondibile
identità.
Solo
sulla
base
di
questa
identità
diventerà
possibile
e
fecondo,
anche
se
duro
ed
aspro,
ogni
confronto.
Rendendo
inutili
gli
arruolamenti
ingenui.
Ci
si
accorgerà
almeno
che
la
divisione
dei
cattolici
in
cattocomunisti
e
biechi
conservatori
è
soltanto
un
vecchio
trucco
di
un'arcaica
strategia.
Si
tratta
soltanto,
con
diverse
sensibilità,
di
essere
cattolici
o
no.