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E SE L'ANTIAMERICANISMO NON FOSSE FIGLIO COLPA DEGLI USA (DI A. PIERONI)

da "Il Corriere della Sera", sabato 10 novembre 2001

E se l’antiamericanismo non esistesse? Anni or sono Henry Miller fece un’osservazione apparentemente intrigante, ma molto acuta. Disse che l’America non esisterebbe: che sarebbe un’astrazione. Di conseguenza anche l’antiamericanismo sarebbe un’astrazione. Si fa un’astrazione quando diamo un nome generico ad un fenomeno complesso. Perché, infatti, molti nel mondo dovrebbero odiare gli americani? Molto dipende dall’idea che gli americani si fanno di se stessi (e che potrebbero modificare) e dalle reazioni che producono nel mondo.

Gli americani furono prima popolarissimi per aver salvato l’Europa dal nazifascismo, poi per aver rappresentato un modello di successo tanto politico quanto economico; infine, dal piano Marshall in poi, per aver aiutato efficacemente tanti Paesi in difficoltà. La complicazione è figlia della guerra fredda. L’ossessione antisovietica portò a spese militari gigantesche e persino ridicole. Si calcolò che l’America avrebbe potuto distruggere il mondo dalle 30 alle 70 volte. Sappiamo tutti che il mondo non chiede di essere distrutto più di una volta.. Ora sappiamo anche che i terroristi hanno sconvolto l’America senza usare una sola arma da fuoco. Una prima conseguenza della corsa agli armamenti fu che l’America fu costretta a diminuire gli aiuti economici ad altri Paesi. Una seconda fu che gli aiuti furono condizionati ad una politica anticomunista creando tensioni con popoli che per le loro condizioni sociali tendevano a darci regimi socialisteggianti. Una terza, la più grave, fu che l’egemonia inevitabile americana si trasformò nell’imposizione di un modello sociale ed economico che produsse grandi disuguaglianze tra Paesi ricchi e Paesi poveri. 

Questa idea dell’egemonia e del modo di esercitarla ha tormentato la storia del pianeta e alimentato la filosofia politica senza mai portare a soluzioni universalmente accettabili. Uno dei più grandi filosofi della storia, Hegel, nel tentare di definirla, si è contraddetto e nel farlo ha profetizzato l’attuale perplessità americana. Hegel ammetteva che in ogni epoca emergesse un popolo cui spettava di incarnare il ruolo di essere “dominante”: ammetteva addirittura che quel popolo, anche con l’uso della forza, portasse a compimento un pensiero divino. I tempi gli suggerivano che le sue teorie sarebbero culminate nello Stato prussiano di diritto divino. Alcuni discepoli hanno invece sviluppato la parte dialettica del suo pensiero. Un’idea qualsiasi, quindi una politica, obbliga inevitabilmente a prendere in considerazione l’opposta. In termini dialettici, una tesi prende in considerazione la sua antitesi, e la saggezza vuole che si approdi a una sintesi che rappresenterebbe il progresso della storia. Va da sé che l’America dovrebbe adottare questo secondo sistema. Soprattutto adesso che le atomiche si combattono con i temperini. L’egemonia americana è sfociata recentemente nella guerra dell’Afghanistan. Quando diciamo “guerra all’Afghanistan” usiamo però un’altra astrazione. Dovremmo, infatti, dire molto di più. La centralità dello scontro americano con i talebani è casuale. Forse Bin Laden si è rifugiato tra le montagne di quel Paese solo perché ortograficamente favorevole. Se si fosse rifugiato in Iraq, in Sudan o in Cecenia nessuno parlerebbe dell’Afghanistan.

Benché se ne parli tanto, centrale non è neppure il conflitto israeliano-palestinese. Esso è però una polveriera nella quale un semplice cerino potrebbe produrre una formidabile esplosione di antiamericanismo. E’ Bin Laden a tenere in serbo un cerino più gigantesco delle torri di Manhattan. L’altro cerino è nelle mani di Sharon e la circostanza rende incendiaria  una situazionegià complessa. Sharon è intransigente, e i Paesi arabi addossano le sue colpe all’America. Conosciamo la complessità del problema. L’Occidente non poteva, ne può, negare a Israele il suo appoggio.

C’è un paradosso doloroso in tutto questo. Attraverso un certo numero di guerre e di risoluzioni Onu, i palestinesi, che erano partiti dall’idea di distruggere Israele, si sono ridotti a pretendere solo il 22% del loro territorio. Ma Sharon sembra aver adottato la vecchia realpolitik dei rapporti di forza che un tempo reggeva il mondo e che parte degli americani avevano fatto propria. Per questa coincidenza di atteggiamenti arabi e islamici accomunano americani e d ebrei in un solo concetto: il Satana da debellare.

Ma neppure questo è il centro del problema. L’ostacolo non è la Palestina, non è l’Iraq, non è l’Afghanistan. Il Dipartimento di stato ha stilato una lista di rogue-states, gli Stati-canaglia che sarebbero gli sponsor del terrorismo: Iran, Iraq, Siria, Libia, Cuba, Sudan e Corea del Nord. Il cerchio è più vasto. Può non essere vero che Bin Laden ha cellule in una cinquantina di paesi, ma l’antiamericanismo è molto diffuso e la Commissione americana sul terrorismo del 1999 l’aveva capito. Nel rapporto pubblicato l’anno scorso, sulla cui copertina capeggiavano profeticamente le Torri gemelle, c’era scritto: “Una intelligente politica estera deve tener conto delle ragioni di chi si rivolge al terrore  e tentare di rimuoverle”. Nel precedente rapporto “Essential of post-cold war deterrance” del 1995 c’era scritto, invece, che agli americani non conveniva mostrarsi troppo ragionevoli o troppo rispettosi del diritto o dei trattati. E’ superfluo osservare che gli americani non sono responsabili di tutte le colpe loro attribuite. Non sono responsabili del fatto che molti Paesi musulmani, impoveriti e frustrati dalle potenze coloniali e da quelle petrolifere, abbiano perlopiù fallitonei tentativi di modernizzarsi e siano rifluiti in un patriottismo religioso collettivo. E’ però improbabile che un fenomeno di tale vastità si possa risolvere con la guerra in Afghanistan o con l’eliminazione di Bin Laden. Ci vorrebbe un leader geniale, ma l'America all’Islam non dovrebbe dichiarare la guerra: dovrebbe dichiarare la pace. 

Di Alfredo Pieroni

 

 

 

 

 

 

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