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CONFERENZA
DI ANNAPOLIS (27 NOVEMBRE 2007) |
Ascolta il
servizio di Amedeo Lomonaco
Alla
Conferenza di Annapolis, presente anche la Santa Sede con
una delegazione guidata da mons. Parolin
E’
tutto pronto ad Annapolis per la conferenza di pace sul
Medio Oriente. Il premier israeliano, Ehud Olmert, e il
presidente palestinese, Abu Mazen, sono giunti negli Stati
Uniti ed entrambi hanno espresso l’auspicio per
“negoziati seri”. Per la Casa Bianca, l’obiettivo
rimane quello della stesura di un documento finale,
nonostante finora non si sia trovato alcun accordo. Alla
Conferenza, partecipa anche la Santa Sede con una
delegazione guidata dal sottosegretario per i Rapporti con
gli Stati, mons. Piero Parolin. Il servizio di Amedeo
Lomonaco:
L’obiettivo, fissato dal presidente statunitense,
George Bush, è la convivenza “tra due Stati
democratici, Israele e Palestina, che vivano fianco a
fianco in pace e sicurezza”. Non mancano segnali
positivi: il portavoce del Ministero degli esteri dello
Stato ebraico ha confermato che i negoziatori israeliani e
palestinesi hanno compiuto “importanti progressi verso
un comunicato congiunto”. In molti sono convinti che,
anche se non produrrà nessun risultato eccezionale, la
conferenza di Annapolis sia comunque già un successo.
E’ quanto sostiene, tra gli altri, l’ambasciatore di
Israele presso la Santa Sede, Oded Ben-Hur
intervistato da Luca Collodi:
R. - Annapolis è giù un gran successo, un grandissimo
successo e questo anche un’ora prima dell’apertura. E
questo successo si trova nel fatto che finalmente - ripeto
finalmente - con grande gioia, con grande attesa e con
grande realismo, il mondo arabo, la maggior parte del
mondo arabo, ha deciso di andare avanti, di accettare il
fatto che ci debba essere una via di uscita a queste
tragedie che hanno colpito le due parti. Dico, quindi, un
grande successo. Grazie a Dio, per la prima volta,
Annapolis e il giorno dopo non dipenderanno molto dai
titoli dei giornali ma dalla vera voglia del mondo arabo e
dei palestinesi - che penso nella maggior parte vogliano
la pace e vogliano essere lasciati in pace, che è per noi
è la stessa cosa - di dare un avvio a questo processo così
voluto e così mancato.
Ma nello Stato ebraico e nei Territori palestinesi non
mancano forti scetticismi. In Israele all’ottimismo del
premier, Ehud Olmert, si contrappone l’oltranzismo
dell’ala dura della destra, sia all’interno della
coalizione di governo, sia del Likud. Al summit non è
stato invitato inoltre il movimento palestinese di Hamas,
che ha già annunciato di voler ignorare le decisioni del
vertice. Nella Striscia di Gaza, per dimostrare che Abu
Mazen non gode dell’appoggio della popolazione di Gaza,
Hamas ha anche indetto una manifestazione davanti al
parlamento. Alla protesta hanno aderito anche la Jihad
islamica e altri gruppi estremisti. Secondo alcuni
osservatori, le intenzioni del premier israeliano e del
presidente palestinese possono poi diventare ostaggio di
pericolosi estremismi. Ascoltiamo al microfono di Fabio
Colagrande, il giornalista palestinese, Samir
Al Qariouti, corrispondente della radio
televisione palestinese a Roma ed opinionista di diverse
testate arabe tra cui Al-Jazeera:
R. - I due che sono ostaggio dell’estremismo sono
entrambi deboli. Abu Mazen non ha una base popolare che lo
può sostenere: ha tante divergenze con Hamas, che
naturalmente lo invia a questo vertice ancora più debole.
Olmert, da parte sua, cerca soltanto di arrivare ad un
obiettivo personale: cancellare il suo fallimento nella
guerra del Libano. La partecipazione dei Paesi arabi è
importante, ma dovrebbe aiutare la pace e non fare un
favore ad Israele, perché per partecipare tutti alla fine
poi non si ottiene niente.
D. - Come la gente guarda a questo vertice? Avete dei
riscontri?
R. - Si riscontra che c’è molto scetticismo. Basta
girare sui siti Internet. Da parte israeliana ci sono
tanti problemi nel Paese e ci sono tante dichiarazioni
contraddittorie, perché il problema è l’Iran e non la
questione palestinese o la questione della pace in Medio
Oriente. Come quella di risolvere il problema dell’Iran.
Fa comunque sperare l’ampia partecipazione
internazionale: alla Conferenza, infatti, prendono parte
quasi 50 delegazioni. Quella della Santa Sede sarà
guidata da mons. Pietro Parolin, sottosegretario per i
Rapporti con gli Stati. Ci sono anche rappresentanti
sauditi e siriani. “La Siria - fanno sapere esponenti
del governo di Damasco - continua ad essere impegnata
nell’iniziativa araba di pace”. La partecipazione
saudita alla conferenza riveste, infine, particolare
importanza per il ruolo politico e religioso di questo
Paese nel mondo arabo. L'Arabia Saudita, che non ha
rapporti con Israele come la maggior parte degli arabi,
propone la normalizzazione dei rapporti in cambio di una
pace globale.
Per la Radio Vaticana, Amedeo
Lomonaco, 27 novembre 2007

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