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PER
UN'ANALISI
STRUTTURALE
DELL'11
SETTEMBRE
(MICHELE
PAOLINI)
|
"Giano.
Pace,
ambiente
e
problemi
globali",
settembre-dicembre
2001
Le
implicazioni
mondiali
della
questione
energetico–petrolifera
rendono
la
crisi
in
atto,
con
la
risposta
di
guerra
statunitense
e
la
radicalizzazione
dela
repressione
in
Palestina,
un
effettto
parziale
della
complessiva
"crisi
di
civiltà".
1.
Interessi
vs.
princìpi
Qualche
settimana
prima
della
tragedia
delle
Twin
Towers,
"Foreign
Affairs"
pubblicava
un
articolo
di
Michael
T.
Klare
intitolato
The
New
Geography
of
Conflict1.
I
contenuti
non
erano
nuovi.
Piuttosto,
era
significativa
la
sede
della
pubblicazione.
Una
delle
più
accreditate
in
campo
di
studi
geostrategici.
L’articolo
di
Klare
si
apriva
con
un’informazione:
nell’ottobre
del
1999
il
Dipartimento
della
difesa
degli
Stati
Uniti
ha
trasferito
le
responsabilità
di
comando
delle
forze
americane
in
Asia
centrale
dal
Pacific
Command
al
Central
Command:
"A
significant
shift
in
American
strategic
thinking"2.
Esso
sarebbe
stato
determinato
da
un
cambiamento
di
valutazione
sul
rilievo
–
appunto
–
strategico
acquisito
dallo
scacchiere
centrasiatico.
Ecco
perchè:
"Behind
this
shift
in
strategic
geography
is
a
new
emphasis
on
the
protection
of
supplies
of
vital
resources,
especially
oil
and
natural
gas"3.
In
effetti,
mentre
questo
scacchiere
in
passato
era
ritenuto
periferico,
ora
viene
giudicato
di
vitale
interesse
a
causa
delle
riserve
di
petrolio
e
gas
naturale
giacenti
nella
zona
del
Mar
Caspio.
Da
notare
come
il
Comando
centrale
delle
forze
statunitensi
avesse
già
il
controllo
sui
reparti
di
stanza
nel
Golfo
Persico.
Osserva
Klare:
"Since
the
Central
Command
already
controls
the
U.S.
forces
in
the
Persian
Gulf
region,
its
assumption
of
control
over
Central
Asia
means
that
this
area
will
now
receive
close
attention
from
the
people
whose
primary
task
is
to
protect
the
flow
of
oil
to
the
United
States
and
its
allies"4.
Ciò
quando
ci
troviamo
agli
ultimi
anni
della
disponibilità
di
petrolio
e
gas,
in
una
situazione
di
crescita
costante
della
già
elevata
domanda
globale
e
di
una
competizione
per
il
controllo
delle
risorse
che
tende
a
prendere
la
forma
di
conflitto
permanente.
Secondo
stime
fornite
da
Klare,
agli
attuali
tassi
di
crescita
dei
consumi
"the
world
will
consume
approximately
670
billion
barrels
of
oil
between
now
and
2020,
or
about
two–thirds
of
the
world’s
known
petroleum
reserves"5.
Ciò
prima
della
tragedia
delle
Twin
Towers.
Nella
politica
estera
degli
Usa
ritorna
oggi
in
angosciosa
evidenza
una
persistente
e
fondamentale
eterogenesi
dei
fini.
Una
tensione
lungo
l’asse
rappresentato
dalla
coppia
oppositiva
interessi/princìpi.
Da
una
parte
ci
sono
–
come
referente
del
discorso
politico
–
gli
interessi
fondati
sulle
risorse
energetiche,
con
la
loro
irriducibile
concretezza.
Dall’altra
parte
c’é
il
Leitmotiv
dell’emergenza
antiterroristica
globale,
i
cui
contorni
sono
sfuggenti,
illimitati
e
astratti.
Ora,
la
tensione
qui
descritta
é
in
realtà
un
dato
tendenziale
ed
immanente
a
molte
modalità
di
strutturazione
dell’esperienza
politica,
novecentesca
e
non
solo.
Già
nel
1991
George
Bush
senior
aveva
motivato
l’attacco
all’Iraq
in
nome
di
princìpi,
non
di
interessi.
In
primo
luogo,
il
principio
di
sovranità.
In
secondo
luogo,
quelli
riconducibili
al
modo
di
vita
"occidentale",
alla
libertà
–
degli
Stati
Uniti
e
degli
alleati
–
e
al
benessere,
sia
pure
il
proprio.
Anche
allora
si
alzava,
come
un
imbarazzante
controcanto,
la
voce
di
più
consistenti
ragioni.
L’autorevole
"Oil
&
Gas
Journal"
indicava
soprattutto
la
politica
energetica
degli
Stati
Uniti,
l’aver
"scelto
–
cioè
gli
Usa
–
il
ruolo
di
paese
leader
nelle
importazioni
di
petrolio.
"Essi
hanno
deciso
di
importare
piuttosto
che
produrre
una
risorsa
essenziale
alla
loro
economia.
Così
essi
non
possono
ignorare
o
trascurare
i
loro
interessi
petroliferi
nel
Medio
Oriente
[...].
La
scelta
di
non
produrre
energia
comporta
la
decisione
di
combattere
in
difesa
del
petrolio
di
altri
[...].
Per
gli
Stati
Uniti
le
scelte
militari
ed
energetiche
del
passato
possono
oggi
comportare
la
guerra"6.
2.
Capitale
vs.
risorse
Nel
decennio
1991–2001
la
guerra
torna
ciclicamente
come
una
delle
forme
in
cui
si
presenta
il
rapporto
tra
interessi
economici
e
risorse
energetiche.
O,
se
vogliamo,
é
una
delle
forme
del
rapporto
generale
tra
risorse
e
capitale.
La
sua
forma
principale
é
però
a
due
facce.
Da
una
parte
il
controllo,
condizione
indispensabile
per
il
loro
sfruttamento;
dall’altra
la
dipendenza.
Il
capitale,
nella
sua
progressiva
espansione
mondiale,
per
muovere
la
sua
macchina
produttiva,
non
può
fare
a
meno
di
corrispondenti
e
crescenti
risorse
energetiche.
Da
qui
trae
origine
la
doppia
tendenza
al
controllo
su
di
esse
e
alla
dipendenza
da
esse.
Che
é
al
tempo
stesso
dipendenza
dalle
risorse
e
dal
proprio
dominio.
Ecco
come,
in
un
certo
senso,
il
cerchio
si
chiude.
Il
rapporto
tra
capitale
e
risorse
é
regolato
attraverso
la
guerra.
Lo
é
dalla
propria
natura
espansiva.
Lo
é
dall’impossibilità
di
mantenere
il
controllo
in
maniera
duratura
e
stabile,
senza
generare
contraccolpi
periodici.
Anche
a
causa
dell’iniquità
fondamentale
del
rapporto,
basato
come
é
sullo
squilibrio
tra
i
detentori
delle
risorse,
cui
ricchezza
viene
sottratta,
e
i
detentori
di
capitale,
che
quella
ricchezza
trasferiscono
a
sè
e
fanno
per
sè
fruttare7.
3.
La
funzione
petrolifera
Il
problema
del
dominio
sulle
risorse
petrolifere
si
é
posto
soprattutto
da
quando,
tra
1950
e
1970,
venne
avviato
–
sotto
la
regia
delle
Sette
Sorelle
–
il
processo
di
penetrazione
capillare
del
petrolio
nel
sistema
energetico
mondiale.
Da
allora,
nell’arco
di
un
ventennio,
la
domanda
globale
di
greggio
ha
fatto
registrare
incrementi
che
l’hanno
portata
dai
10
milioni
di
barili
al
giorno
del
1950
ai
46,8
milioni
del
1970.
Dunque
un
aumento
del
quintuplo.
Si
é
trattato
di
un
processo
di
progressiva
sostituzione
della
precedente
fonte
energetica
primaria,
il
carbone.
Il
processo
ha
preso
inizio
nello
spazio
economico
statunitense,
che
fino
al
1950
fu
l’unico
mercato
a
prevalente
consumo
petrolifero,
per
poi
allargarsi
all’Europa
e
al
mondo.
Ciò
con
una
velocità
senza
precedenti
nella
storia8.
Mezzo
secolo
di
dipendenza
dal
petrolio
ha
poi
significato
mezzo
secolo
di
crisi.
E
di
crisi,
questa
volta
detto
al
plurale,
ne
contiamo,
alla
fine
del
Novecento,
almeno
sette:
la
nazionalizzazione
in
Iran
(1951–1954),
la
guerra
di
Suez
(1956),
la
guerra
dei
Sei
giorni
(1967),
la
guerra
del
Kippur
(1973),
la
rivoluzione
in
Iran
(1978–1979),
l’inizio
della
guerra
Iran–Iraq
(1980–1981),
la
guerra
del
Golfo
(1990–1991).
Resta
fuori
la
Guerra
del
Kosovo,
la
quale
pure
é
stata
combattuta
soprattutto
per
ragioni
legate
al
controllo
dei
corridoi
di
trasporto,
specie
petroliferi,
verso
l’Asia
centrale9.
Le
sette
crisi
presentano
alcune
costanti:
sono
cicliche,
sono
localizzate
in
Medio
Oriente,
sono
crisi
di
mercato
e
crisi
politiche.
Sono
cioé
emergenze
periodiche
di
una
situazione
critica
di
fondo.
Sono
crisi
di
una
struttura
critica
del
rapporto
tra
capitale
e
risorse.
Dopo
un
cinquantennio
di
crisi
ci
si
domanda
quanto
il
sistema
economico
mondiale
sia
dipendente
dalla
funzione
petrolifera.
In
termini
relativi,
il
consumo
di
energia
da
petrolio
continua
a
pesare
per
oltre
il
40%
sul
totale.
Un
livello
su
cui
si
mantiene
costantemente
da
tre
decenni.
Con
un
primato
assoluto
sulle
fonti
concorrenti.
Oggi
il
consumo
di
carbone
é
al
25%,
quello
di
gas
al
23%.
Ancora
più
bassi
risultano
i
consumi
delle
altre
fonti10.
In
termini
di
mercato,
questi
numeri
indicano
una
dipendenza
assoluta
dell’economia
dal
petrolio.
In
termini
politici,
essi
significano
più
semplicemente
il
potere
nelle
mani
dei
petrolieri.
Infine,
in
termini
ambientali,
essi
danno
per
lo
meno
un’idea
delle
implicazioni
sottostanti
a
tutti
i
fenomeni
di
progressivo
dissesto
idro–geologico
e
atmosferico
in
atto.
4.
"Crisi
di
civiltà"
Veniamo
infine
alla
crisi
odierna,
innescata
dal
massacro
dell’11
settembre.
In
realtà,
sotto
il
segno
della
crisi
gli
Stati
Uniti
erano
da
tempo,
come
hanno
ricordato
anche
Lester
Thurow,
Joseph
Stiglitz
e
Paul
Krugman11.
Da
questo
punto
di
vista,
l’11
settembre
rappresenta
certamente
uno
dei
sintomi
più
gravi
di
una
malattia
generale:
una
vera
e
propria
"crisi
di
civiltà"12.
Non
la
sua
causa.
Se
mai
un
effetto.
Una
crisi
fatta
di
molte
crisi
parziali,
intrecciate
tra
loro
ed
infine
saldate
nel
fuoco
dell’operazione
militare
condotta
in
Afghanistan.
Una
sanguinosa
avventura
conclusa
fin
dal
suo
inizio,
in
un
certo
senso.
Perchè
ha
ottenuto
alcuni
risultati
fondamentali
in
partenza.
L’insediamento
militare
a
tempo
indeterminato
degli
Stati
Uniti
nel
cuore
dell’Asia
centrale,
innanzi
tutto.
La
crisi
comunque
c’era
già.
Crisi
della
cosiddetta
new
economy,
evidenziata
dal
ridimensionamento
della
bolla
speculativa
sui
titoli
tecnologici
a
Wall
Street,
con
la
susseguente
chiusura
di
decine
di
imprese
dimostratesi
effimere
e
con
la
perdita
di
decine
di
migliaia
di
posti
di
lavoro.
Eravamo
anzi
addirittura
in
una
fase
recessiva.
Inoltre,
era
in
corso
da
mesi
una
crisi
politica
piuttosto
rilevante
e
con
qualche
risvolto
istituzionale.
Da
una
parte,
la
controversa
elezione
"a
strascico"
di
George
W.
Bush,
riuscito
eletto
solo
dopo
molte
contestazioni
ed
al
termine
di
un’altalenante
disputa
legale.
Dunque
eletto
sì,
benchè
in
una
posizione
politicamente
molto
debole.
Dall’altra
parte,
soprattutto,
la
grande
crisi
di
consenso
manifestatasi
con
la
nascita
del
"movimento
di
Seattle"
e
sviluppatasi
in
tutto
il
mondo
occidentale
nell’arco
dell’ultimo
biennio,
fino
alle
giornate
del
G8
di
Genova.
Inoltre,
la
presidenza
di
Bush
junior
era
nata
sotto
il
segno
dell’emergenza
energetica.
La
rivelò,
nell’estate
del
2000,
l’esplosione
della
crisi
elettrica
in
California,
imputabile
al
completo
fallimento
della
deregolamentazione,
avviata
con
un’apposita
legge
del
1996
e
portata
ad
attuazione
nel
199813.
Una
combinazione
di
carenze
strutturali,
errori
di
gestione
e
contingenze
sfavorevoli
provocava
una
reazione
a
catena
dagli
effetti
disastrosi.
In
particolare,
la
concentrazione
di
un
enorme
potere
di
mercato
nelle
mani
di
pochi
fornitori
si
é
intrecciata
con
la
strutturale
carenza
di
offerta,
facendone
venir
fuori
una
vertiginosa
spirale
di
rialzi
del
prezzo,
con
rincari
fino
al
1000%
e
black–out
programmati.
I
contraccolpi
della
crisi
hanno
poi
sconvolto
il
sistema
elettrico
di
altri
stati
–
New
Mexico,
Oregon
e
Arizona
–
costringendo
sia
il
governo
federale
sia
lo
Stato
della
California
ad
interventi
ripetuti.
E
malgrado
ciò
un
ritorno
alla
normalità
non
é
previsto
prima
del
2003–2004.
Il
fallimento
riguarda
l’intero
modello
di
riorganizzazione
del
comparto
energetico
in
senso
neoliberista.
George
W.
Bush14
ha
colto
l’occasione
per
lanciare
una
politica
energetica
di
carattere
ultraconservatore.
Tra
i
punti
fondamentali
indicati
nel
suo
programma:
1)
il
rilancio
del
nucleare;
2)
l’alleggerimento
complessivo
della
normativa
a
tutela
dell’ambiente;
3)
l’eliminazione
del
divieto
di
esplorazione
e
produzione
di
idrocarburi
nell’Arctic
National
Wildlife
Refuge
in
Alaska,
parco
nazionale
chiuso
da
vent’anni
all’attività
delle
compagnie.
Eppure
la
California
non
aveva
bisogno
di
petrolio.
E
si
calcola
che
soltanto
l’1%
della
sua
elettricità
venga
dal
greggio.
In
sintesi,
la
politica
energetica
di
Bush
spinge
verso
un
"drammatico
aumento
nella
produzione",
come
ha
osservato
"Business
Week"15.
Dopo
l’11
settembre
i
dirigenti
di
Washington
hanno
parlato
di
"giustizia
infinita".
Non
é
stato
allora
difficile
pensare,
più
che
all’infinito
del
loro
senso
di
giustizia,
ai
limiti
del
loro
modello
di
società,
alla
loro
vulnerabilità,
alle
colossali
e
crescenti
dimensioni
dei
loro
consumi.
Specialmente
a
quella
parte
dei
consumi
che
permette
al
"gigante
ferito",
come
l’ha
chiamato
George
W.
Bush,
l’immane
movimento
secondario
di
tutti
gli
altri
consumi.
Non
é
stato
cioé
difficile
pensare
ai
consumi
energetici.
Gli
Stati
Uniti
hanno
consumato
nel
2000
qualcosa
come
19
milioni
di
barili
di
petrolio
al
giorno.
Ottantaquattro
volte
più
della
Nigeria,
un
paese
produttore
che
ha
la
metà
della
popolazione
statunitense.
Gli
Stati
Uniti
stanno
importando
il
51,6%
del
petrolio
che
consumano.
E
l’andamento
tende
ad
aumentare.
Ecco
dunque
un
limite
del
loro
modello:
le
riserve
interne
ridotte
a
21
miliardi
di
barili
sui
1000
miliardi
delle
riserve
mondiali.
Perciò
la
dipendenza
dal
petrolio
si
fa
assillante.
Al
tasso
di
produzione
attuale,
gli
Stati
Uniti
esaurirebbero
le
loro
riserve
interne
in
dieci
anni.
Per
non
dire
della
Gran
Bretagna,
la
cui
prospettiva
é
di
cinque
anni
circa.
E
d’altra
parte
ci
sono
paesi
con
una
prospettiva
lunga
ancora
un
centinaio
d’anni:
l’Iraq,
gli
Emirati
Arabi
Uniti,
il
Kuwait.
Un
po’
meno
l’Arabia
Saudita16.
C’é
poi
la
nuova
frontiera
del
Caspio.
Washington
ha
lanciato
il
"nuovo
tipo
di
guerra"
contro
il
terrorismo,
inviando
le
sue
truppe
in
Asia
centrale.
Insomma
nell’area
del
Caspio,
la
possibile
via
d’uscita
alla
crisi
energetica.
La
zona
di
"interesse
vitale"
di
cui
scriveva
Michael
T.
Klare.
NOTE
1
Michael
T.
Klare,
The
New
Geography
of
Conflict,
in
"Foreign
Affairs",
May/June
2001,
Volume
80,
Number
3,
pp.
49–61.
2
Ivi,
p.
49.
3
Ivi,
p.
50.
4
Ivi,
p.
49.
5
Ivi,
p.
56.
6
"Oil
&
Gas
Journal",
14
gennaio
1991,
citato
così
da
Alberto
Cl",
Economia
e
politica
del
petrolio,
Bologna,
Editrice
Compositori,
2000
(II
ed.),
p.
242
n.
7
Su
questi
aspetti
si
veda
Jean
Claude
Debeir,
Jean–Paul
Delèage,
Daniel
Hèmery,
Storia
dell’energia,
Milano,
Edizioni
del
Sole
24
Ore,
1987,
pp.
177–8.
8
Leonardo
Maugeri,
Petrolio,
Milano,
Sperling
&
Kupfer,
2001,
p.
41.
9
Michele
Paolini,
Sangue
nei
corridoi,
in
"Guerre
e
pace"
n.
62,
settembre
1999.
10
Leonardo
Maugeri,
op.
cit.,
p.
250.
11
Cfr.
Thurow:
"Non
é
colpa
di
Bin
Laden",
"Il
Sole
24
Ore",
24
ottobre
2001;
"La
recessione?
Gli
attentati
l’hanno
solo
resa
visibile",
"Liberazione",
26
ottobre
2001.
Per
Stiglitz
vedasi
George
Bush,
il
cattivo
maestro,
"L’Espresso",
10
gennaio
2002.
Per
Krugman
vedasi
il
volume
Il
ritorno
dell’economia
della
depressione,
Milano,
Garzanti,
1999.
12
Luigi
Cortesi,
Una
crisi
di
civiltà.
Cronache
di
fine
secolo,
Napoli,
Edizioni
Scientifiche
Italiane,1999,
pp.
129–131.
13
Vedasi
Eni,
Direzione
Strategie
e
Relazioni
Internazionali,
La
crisi
energetica
californiana,
Nota
n.
12/2001,
settembre
2001.
14
Vedasi
National
Energy
Policy.
Reliable,
Affordable,
and
Environmentally
Sound
Energy
for
America’s
Future.
Report
of
the
National
Energy
Policy
Development
Group,
May
2001,
in
www.whitehouse.gov/energy/National–Energy–Policy.pdf.
15
Vedasi
What
to
do
about
Oil,
"Business
Week",
European
Edition,
October
29,
2001,
p.
40.
16
Vedasi
World
Oil
and
Gas
Review,
2001.
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