dal
"Corriere
della
Sera",
16
luglio
2001
L' integrazione si sviluppa ancora una
volta sotto l' egemonia delle potenze anglofone, che plasmano gli equilibri del
mondo sulla base delle proprie convenienze. Ma i sintomi della decadenza ci sono
tutti: dalla cronicità della fretta, al lusso di massa, alle plebi cosmopolite
C hi ripensi ai discorsi consueti sulla globalizzazione di politici ed
economisti, ormai di sovente ne ricava, si deve convenirne, un senso di noia
reiterata.
C' è una sproporzione talmente palese
tra quanto di impressionante sta accadendo e i proclami di progresso conditi di
quotidiani numeretti sul Pil e le Borse. Si assume che l' economia comunque
spieghi sempre tutto, come neppure Marx avrebbe preteso. Scivoliamo infine tutti
in questo fiume asettico di rivoluzioni tecnologiche, Borse, mercati da rendere
flessibili. E nessuno che mai s' arrischi a ragionare altrimenti, a scombinare
questi schemi. Eppure gli anni presenti hanno non pochi dei caratteri di una
epoca di tramonto e di regresso, come la descrivono i moralisti classici o
storici alla Spengler. Cronicità della fretta, nervosismo, lusso di massa,
ipnosi delle mode, plebi cosmopolite, dionisismi, etiche solo umanitarie,
confusioni erotiche: tutti i sintomi, da sempre, indubbi di una civiltà in
regresso, o che perlomeno si disgrega. Come già accadde ai tempi dell' Impero
romano o nelle dinastie dei sultani arabi del nono secolo, e in in numerose
altre civiltà, confermerebbe il citato Spengler. Ma ogni giudizio sul presente
si è dato, per giudicare se v' è progresso o regresso, una sola regola: quella
della crescita del Pil o delle Borse. Tutto il resto è considerato non moderna
ed esecrabile balordaggine. E però, anche ammettendo che solo l' economia
conti, con che fretta ipocrita sono trascorsi i precari miti della
globalizzazione.
Il Giappone, le tigri asiatiche, l'
euro, Internet: tutti miti che sono durati il tempo di una soubrette in tv. Ma
prima finti epocali, per poi essere obliati a memoria. Rimossi, come l' unica
vera permanenza che riaffiora alla fine da secoli: la supremazia delle é lite
anglofone e il loro modo di plasmare ogni volta l' economia internazionale alle
proprie convenienze. Il ridursi del mondo a mercato è un processo non lineare;
si svolge da secoli; gli anglofoni vi hanno prevalso: ecco i tre fatti sempre
elusi, rimossi, dimenticati a memoria, dai discorsi sulla globalizzazione.
Il dopo Urss
Eppure essa pare incontenibile proprio
all' indomani del 1991, del disgregarsi dell' ultimo concorrente degli americani
al dominio mondiale: l' Urss. Conferma che l' espansione del liberismo, del
prevalere del mercato sulla politica richiede prima il prevalere di una
politica. In effetti il liberismo e il suo opposto, il mercantilismo, sono stati
nella storia modi ambedue utili all' egemonia economica del più forte. Ad
esempio nel 1651, non vi era un altro modo per estendere il commercio inglese e
aumentare la flotta che il Navigation Act. Tutto imponeva a Cromwell di favorire
i mercanti, gli interessi navali, delle manifatture esportatrici e dei molti che
vi di pendevano, e il proseguire delle colonie.
E solo appunto perché dal ' 600 al '
700 la politica mercantilista inglese prevale sulla Olanda e la Francia, la City
nell' Ottocento potrà concedersi d' applaudire Adamo Smith. Londra aveva ormai
la più gran de flotta di navi mercantili del mondo, i suoi titoli a lungo e a
breve termine erano distribuiti nell' Impero. L' avanzo dei noli, delle rendite
e degli interessi sommato era due volte e mezzo il disavanzo mercantile e
rendeva ovvio il liberismo. Dopo le guerre stellari gli Stati Uniti sono
come l' Inghilterra dopo la sconfitta di Napoleone. «Giacché la difesa
comunque è di molto più importante dell' opulenza, il Navigation Act è forse
la più saggia di tutte le regolamentazioni del commercio dell' Inghilterra».
Frase di Adam Smith nella
«Wealth of
Nations», ovvero del liberista per eccellenza; il quale a riguardo ragiona però
come un qualunque mercantilista. A ragione, giacché prima bisogna creare un
cadre de l' exchange favorevole, dunque serve di vincere le guerre, e persino
servono i pirati. Dopodiché basta che gli alt ri vi si adattino, così da
trasformare in rendite finanziarie le piraterie precedenti.
Nell' Isola del Tesoro di Stevenson lo
zoppo Silver John lo spiegherà alle sue vittime. Fare il pirata gli sarebbe
servito per divenire redditiero, come quelli che investivano nella City
ottocentesca o l' altro ieri più febbrilmente a Wall Street. Robert L.
Stevenson conosceva l' evoluzione inevitabile da gentiluomo di ventura a
gentiluomo di natura. Nessun libro di economia ha descritto così bene
mercantilismo e liberismo. Prima della Grande Guerra i banchieri della City di
Londra erano il fulcro di quella globalizzazione. Controllavano il 60% delle
cambiali internazionali e dei titoli a lunga emessi ogni anno. Il continente
soccorreva il difetto d' oro inglese e armonizzava il Gold Standard nei momenti
di crisi.
Londra a sua volta incassava rendite
con cui finanziava i suoi disavanzi in conto merci e nuovi investimenti. Cos'
erano gli Stati Uniti ai tempi di quella globalizzazione? Una periferia
finanziaria che doveva procurarsi a Londra prestiti per pagare le cambiali dei
suoi raccolti agricoli. Aveva, sì, col protezionismo costruito un potente
sistema industriale; però manteneva pessima fama di nazione infantile, vittima
di inflazioni e speculazioni febbrili. La storia del declino inglese fu lunga e
complicata. Ma il suo evolversi fu semplificato dalla guerra. La guerra dilatò
di quasi cinque volte l' avanzo mercantile Usa. Per accumulare l' avanzo, e
quindi i corrispettivi patrimoni, conquistati in sette anni i banchieri e il
governo americani avrebbero dovuto attendere circa trentatré anni. La guerra
regalò a Washington e a Wall Street di possedere nel 1919 un patrimonio netto
sulle altre nazioni che avrebbero posseduto altrimenti solo nel 1947. Gli Usa
divennero la prima nazione creditrice del mondo. E perciò Londra e l' Europa
difettarono i capitali con cui armonizzare la globalizzazione degli Anni Venti,
che abortì in crisi mondiale.
«Sono stato educato come gli altri eng
lishmen a rispettare il free trade, non solamente come una dottrina economica;
ma anche come parte della legge morale». Eppure: «la protezione degli
interessi esteri di un Paese, la conquista di nuovi mercati, il progresso dell'
imperialismo economico sono elementi non eludibili di uno stato di cose...
Simpatizzo perciò con quelli che ridurrebbero al minimo, invece che con quanti
massimizzerebbero gli intrecci economici tra le nazioni. Le idee, la conoscenza,
l' arte, l' ospitalità, i viaggi, queste sono cose, che dovrebbero per loro
natura essere internazionali. Ma lasciamo che le merci siano fatte in casa, nel
caso in cui sia ragionevole e convenientemente possibile; e soprattutto rendiamo
la finanza un affare primariamente nazionale». Pa role di Keynes nel 1933.
Un programma mercantilista.
Iri,
politiche rooseveltiane, autostrade tedesche, dazi, e guerre, i socialismi
reali, riportarono il mondo ai precetti mercantilisti. La depressione mondiale
tra le due guerre dipese anche dalla inadeguatezza americana a svolgere la parte
dell' Inghilterra, investendo abbastanza all' estero. Il boom del ' 29 drenò
capitali proprio come i debiti di guerra e i mercantilismi di Roosevelt. Del
resto anche oggi gli Stati Uniti sono il Paese più ricco del mondo, ma
importano capitali. Globalizzando il mondo gli inglesi erano stati più
universali degli americani, in tutti i sensi. Il presidente Roosevelt perseguì
una politica mercantilista come la perseguirono Hitler e Mussolini. Ma con più
fortuna: accumulò oro da tutto il modo, e con la guerra ridonò il boom all'
economia americana. Anche se gli Usa avevano accumulato il 58% delle riserve d'
oro del mondo, il reddito americano del 1938 era inferiore a quello del 1929;
quello tedesco invece superiore. Ma la II guerra mondiale risolse il problema.
Donò un altro boom.
Il 1964 fu l' anno in cui il governo
americano introdusse un insieme di restrizioni sui deflussi di capitali. Terminò
allora per gli Usa la possibilità di un liberismo al l' inglese, quello per cui
Londra e City potevano reggere un disavanzo in conto merci enorme, avendo
accumulato per secoli attività nette sull' estero. Il liberismo degli americani
dovrà importare capitali. Il saldo netto accumulato in due guerre mondiali, ai
tempi di Kennedy è dissipato. L' americano è consumatore, non un risparmiatore
e neppure un redditiero, è invece eccitato dallo speculare, come ben sapevano i
banchieri inglesi che biasimavano gli americani. Un tempo andava di moda
riferire le disgrazie americana agli anni di Nixon. Oggi i primi anni Settanta,
l' ammissione esplicita americana di allora di non poter reggere il ruolo di
moneta di riserva, la sua crisi, sono obliati. Eppure gli Usa non erano ancora
indebitati e con un deficit in conto merci così enorme. Ma davvero i meriti di
un ex attore, che imitò una ventrale virago inglese, sono stati così grandi. Sì.
Thatcher e Reagan agiscono in perfetta coerenza agli intenti secolari anglofoni.
Loro e le aristocrazie, anzitutto finanziarie, avvertono che il mercantilismo
non serve più. Il confronto col Giappone o con la Germania è perduto in conto
merci. Ed ecco che riconviene allora il ritornare alla circolazione dei
capitali, libera da vincoli. E c' è un vantaggio in più rispetto a prima;
nessuno può oggi convertire i dollari in oro. Il dollaro è ormai il prodotto
americano più abbondante della Coca Cola.
Eppure si rinforza A fine 2000 la
posizione debitoria netta sull' estero degli Stati Uniti, ovvero la differenza
tra i capitali che devono al mondo e quelli che possiedono, è stimata pari a
1900 miliardi di dollari, pari al 19,2% del loro Pil. Cifra enorme, eppure le
attività investite all' estero sono una percentuale non vasta delle attività
totali. La ricchezza totale interna è circa venti volte il debito netto con l'
estero. Conferma ulteriore che gli Stati Uniti sono una economia continentale.
Gli inglesi, leader del mondo per due secoli e mezzo, fino alla grande guerra,
erano una economia più orien tata dai mercati esteri di quella americana.
Come la fine degli Anni Novanta anche
gli Anni Venti promettevano il lusso di massa: auto, radio, costruzioni,
ritmavano allora la congiuntura Appunto la macchina giallo crema foderata all'
interno di cuoi o verde, la villa di fiaba e la musica di Gatsby. Aiutato nel
suo amore per Daisy da atti azzardati. Come l' America d' allora che per potersi
permettere i nuovi consumi durevoli deve indebitarsi e speculare. La Grande
Depressione fu un disastro debitorio; malgrado i patrimoni netti che gli Usa
possedevano allora sull' estero. Ma nella seconda metà degli anni 90 gli Stati
Uniti hanno superato se stessi. Hanno convogliato capitali da tutto il mondo in
una bolla speculativa come è stata Internet.
Ma come sarebbe possibile, se il
processo di globalizzazione fosse un processo puramente economico? Huntington è
poco letto; Quigley, malgrado Clinton sia stato suo allievo, è uno sconosciuto.
Eppure sono i due storici anglofoni di questo secolo più indispensabili per
capire la globalizzazione. In «The Clash of Civilization» come nei libri di
Quigley, si rag iona per civilizzazioni. L' economia è un arto dello spirito,
subordinata alle varie culture. La globalizzazione di fine ' 900, come il
Navigation Act di Cromwell, o la City dell' Ottocento, sono modi attraverso cui
una civilizzazione, quella anglofona, rinforza o rinnova il proprio potere sulle
altre. Hunting ton riporta le tesi di Quigley, secondo cui le civiltà
attraversano setti stadi il cui culmine è l' impero universale. E quindi
scrive. «L' Occidente sta sviluppando l' equivalente di un Impero Universale
sotto forma di un complesso sistema di confederazioni, federazioni, regimi e
altre istituzioni cooperative». Ecco l' Euro e la Ue, svelati per quello che
sono. Inoffensivi, anzi utili modi, per articolare l' Impero Anglofono. Stati
federati come il Ponto o l' Armenia ai tempi dell' Impero romano. Aggregazioni
precarie, gestite da dei lunatici, avanzi degeneri delle élites europee
sconfitte. La Nato, non la Ue, unifica in un disegno geopolitico l' Europa, e
decide che i serbi sono cattivi, e invece i turchi sempre buoni. L' Impero
Universale ormai esiste e parla inglese. Non solo, tutta la storia si sta
riconfigurando secondo schemi culturali. I Club anglofoni, e le loro élite,
hanno del resto sempre pensato in termini di civilizzazioni; mai di statistiche
economiche. Tutti i professorini che distillano numeretti, sono plasmati dalla
civilizzazione anglofona. Senza diversità Come gli ostaggi dei Paesi vinti ai
tempi degli antichi romani sono diventati altro dai loro padri. La
globalizzazione è una fase del conclusivo consolidarsi di un impero universale
anglofono. Persino i canzonettisti che moralizzano dai palchi sono emanati dalla
identica cultura. Internet completa un processo d' omologazione anglofona di
lingua , cinema, canzoni, moda.
L' Impero degli anglofoni è
universale, nel senso che annienta ogni diversità, plasma i vari popoli in
consumatrice plebe indistinta.
Nel gran parlare di Internet s' è
dimenticato che il più potente stimolo, dopo le guerre, alla crescita americana
è venuto dagli immigrati. Sono la plebe cosmopolita, che veste in blue jeans
come una volta vestivano solo i contadini americani. E come oggi vestono tutti.
Ascoltando lo stesso rumore finto musica. Anche perciò la società
multiculturale è un' idiozia. Il collante tra l' immigrato e le nazioni che l'
ospitano anche in Europa non è né la cultura dell' immigrato né quella di chi
lo ospita: è la sciatta cultura delle plebi americanizzate da abiti, tv,
dischi, computer. Scrive va Miller che la vita è ormai un incubo ad aria
condizionata; aggiungerei che parla l' inglese.
RIFERIMENTI
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"Il
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Adelphi
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"I
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"Lo
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S. "L'occidentalizzazione del mondo" - Bollati Bringieri
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"Da Seattle a Genova. Gli 8 non valgono una moltitudine",
Fratelli Frilli Editori
RADIO GAP,
"Le parole di Genova”, Edizioni Fandango
RETE
NO
GLOBAL -
"Zona rossa. Le "quattro giornate di Napoli" - Edizioni
Derive Approdi
SASSEN
S.,
"Globalizzati
e
scontenti"
-
Il
saggiatore