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Protestando
contro il dispiegamento incontrollato su scala
planetaria dell'economia di mercato nella sua
variante capitalistica, i movimenti no global ci
costringono a riflettere sui valori e sull'etica
sottesi all'odierna concezione del "mondo
globale". Amartya Sen, premio Nobel 1998 per
l'economia, sostiene la necessità di fare buon
uso della liberalizzazione dei rapporti economici
e dei risultati del progresso tecnico-scientifico
in modo che tutti i paesi, inclusi quelli del
Terzo Mondo, possano fruirne per conseguire uno
sviluppo adeguato. |
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Amartya Sen |
Secondo
l'economista indiano, tale sviluppo non consiste soltanto
nel mero possesso di più ampie conoscenze e in una
maggiore ricchezza di beni materiali, ma anche e
soprattutto in un processo di trasformazione sociale che
elimini le principali fonti di "illibertà",
vale a dire fame, povertà, ignoranza, malattia, mancanza
di democrazia e sfruttamento indiscriminato delle risorse
ambientali. La strada da percorrere è quella del
rafforzamento delle istituzioni che, superando i confini
nazionali, contribuiscono a estendere e consolidare la
libertà degli individui, agenti attivi del cambiamento.
Globalmente
rassegnati
Data
la gravità e le conseguenze dei contrasti tra ricchezza e
povertà che osserviamo nel mondo, come fa la maggior
parte di noi a condurre una vita spensierata? L'assenza di
riflessione etica è dovuta a un'assenza di empatia, a una
specie di cecità morale o di supremo egocentrismo che
affligge e travia il nostro modo di pensare e di agire? O
esiste un'altra spiegazione, riconducibile a una visione
meno negativa della nostra psicologia e dei nostri valori?
Non
è facile rispondere, ma io credo che la nostra
indifferenza sia legata più a un difetto di conoscenza
che a una mancanza di solidarietà. Tale fallimento
cognitivo può essere il frutto tanto di un irragionevole
ottimismo quanto di un pessimismo senza fondamento; e,
stranamente, capita che questi due estremi si tocchino.
L'ottimista testardo tende a sperare che presto le cose
migliorino, che l'economia di mercato, che ha portato
prosperità in una parte del mondo, finisca
automaticamente per estendere a tutti i suoi benefici.
"Dateci tempo, non siate così impazienti",
dice. D'altro canto il pessimista a oltranza riconosce ed
enfatizza la persistenza della miseria nel mondo.
Ma
egli è pessimista anche sulla nostra capacità di
cambiare le cose. "Dovremmo cambiarle, ma a essere
realistici, sappiamo che non ci riusciremo", dice. Il
pessimismo conduce spesso alla supina accettazione di
grandi mali. Come scrisse Thomas Browne nel 1643, "il
mondo... non è una locanda, ma un ospedale":
possiamo imparare a vivere felici in un posto pieno di
gente sofferente, evitando di pensare a tutti quei
disgraziati intorno a noi.
C'è
dunque una convergenza, parziale ma vera, tra l'ottimista
testardo e il pessimista incorreggibile. Il primo ritiene
che non sia il caso di fare resistenza, il secondo che sia
inutile. O come disse James Branch Cabell (di fronte a una
manifestazione ben diversa di questo paradosso): "Per
l'ottimista viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il
pessimista teme che sia vero". I punti di vista
opposti si uniscono nella rassegnazione, e la passività
globale si nutre non solo di cecità morale, apatia,
egocentrismo ma anche dell'alleanza conservatrice di due
posizioni estreme. Convinti - o per lo meno confortati -
da entrambe, possiamo occuparci dei fatti nostri senza
vedere nulla di imbarazzante nell'accettare
tranquillamente le disuguaglianze del mondo.
È
in questo contesto che vanno analizzate gli attuali dubbi
sulla globalizzazione, e i movimenti di protesta che tanto
turbano i vertici internazionali. Le proteste hanno molte
sfaccettature (tra cui un'arroganza e una violenza
difficili da tollerare) ma si possono considerare come una
sfida all'autocompiacimento etico e all'inazione generati
dalla coalizione tra ottimisti e pessimisti. Sono
movimenti spesso goffi, rabbiosi, semplicistici,
dissennati eppure, a mio parere, hanno la funzione di
mettere in discussione la tendenza ad accontentarci del
mondo in cui viviamo. Anche se certe premesse e molti dei
rimedi proposti dal fronte della protesta sono
raffazzonati e confusi, bisogna riconoscere il ruolo
fecondo dei dubbi e vanno tenuti ben distinti gli elementi
distruttivi dei movimenti dalla loro funzione costruttiva.
Le
proteste esprimono dubbi creativi. Ma a proposito di che?
Qui occorre fare uno sforzo interpretativo. I manifestanti
si descrivono spesso come contrari alla globalizzazione.
Ma a dispetto di ciò che dicono, non lo sono affatto.
Infatti le loro proteste sono fra gli eventi più globali
che ci siano. I fenomeni di Seattle, Melbourne, Praga, Québec
e altrove non sono né locali né isolati; non sono creati
dai giovani del posto, ma da uomini e donne venuti da
tutto il mondo per far sentire la propria voce globale. La
globalizzazione dei rapporti non è certo quello che
intendono fermare, altrimenti dovrebbero cominciare col
fermare se stessi.
Prima
di tornare a ragionare sulle proteste, vorrei sottolineare
che la globalizzazione non è una novità né una follia.
In una prospettiva storica, contribuisce da millenni al
progresso nel mondo attraverso viaggi, commerci,
migrazioni, disseminazione delle influenze culturali, del
sapere e delle conoscenze, scienza e tecnologia comprese.
Fermarla avrebbe recato al progresso umano danni
irreparabili.
Anche
se oggi la globalizzazione è vista spesso come un
corollario del dominio occidentale, storicamente ha
seguito strade diverse. Attorno all'anno Mille, la
diffusione globale della scienza, della tecnologia e della
matematica stava cambiando il vecchio mondo ma proveniva
da una direzione opposta a quella attuale. La carta e la
stampa, la balestra e la polvere da sparo, l'orologio e il
ponte sospeso con catene di ferro, l'aquilone e la
bussola, la carriola e il ventilatore girevole - tutti
esempi dell'alta tecnologia di un millennio fa - erano
usati comunemente in Cina e ignoti altrove. La
globalizzazione li ha portati nel resto del mondo, fino in
Europa.
L'influenza
dell'Oriente sulla matematica occidentale ha seguito lo
stesso percorso. Il sistema decimale, nato in India tra il
II e il VI secolo, è stato poco dopo adattato dai
matematici arabi. Sul finire del X secolo l'innovazione ha
raggiunto l'Europa e ha avuto un ruolo di primo piano
nella rivoluzione scientifica. L'Europa sarebbe stata ben
più povera - economicamente, culturalmente e
scientificamente - se allora avesse resistito a quella
globalizzazione e lo stesso vale per quella in atto oggi.
Rifiutare la globalizzazione della scienza e della
tecnologia in quanto influenza occidentale non solo
significherebbe ignorare i contributi - venuti da svariate
regioni del mondo - sui quali si sono edificate la scienza
e la tecnologia dette "occidentali", ma in
pratica sarebbe una scelta idiota, visti i vantaggi che da
tale processo trarrebbe il mondo intero.
Identificare
questo fenomeno con "l'imperialismo occidentale"
in materia di idee e credenze (sempre stando alla
retorica) sarebbe un errore grave e costoso, così come lo
sarebbe stata una resistenza europea all'influenza
orientale mille anni fa. Certo, non vanno trascurati i
problemi della globalizzazione connessi con l'imperialismo
(la storia delle conquiste e del colonialismo ha ancora i
suoi effetti). Ma la globalizzazione non si riduce a
questi: è molto, molto di più.
In
effetti, la questione più importante è come usare bene i
grandi benefici derivanti dai rapporti economici e dal
progresso tecnologico, in maniera da prestare la dovuta
attenzione agli interessi dei più poveri. Questo chiedono
i movimenti di protesta, anche se in sostanza la questione
non riguarda affatto la globalizzazione.
Mi
sembra che per un verso o per l'altro l'oggetto del
contendere siano le disuguaglianze inter e intra-nazionali
di ricchezza, le notevoli asimmetrie del potere politico,
sociale ed economico, e quindi la condivisione dei
potenziali benefici della globalizzazione tra paesi ricchi
e poveri e tra diversi gruppi all'interno di uno stesso
paese. Non basta convenire sul fatto che i poveri del
mondo hanno bisogno della globalizzazione almeno quanto i
ricchi, bisogna anche assicurarsi che ottengano ciò di
cui hanno bisogno. E questo potrebbe richiedere una
profonda riforma istituzionale, da affrontare nel momento
stesso in cui si prendono le difese della globalizzazione.
Forse
occorre concentrarsi innanzitutto sull'immenso ruolo delle
istituzioni non di mercato nel determinare la natura e la
portata delle disuguaglianze. Le istituzioni politiche,
sociali, legali e altre ancora, possono influire
fortemente sul buon funzionamento dei meccanismi di
mercato, allargandoli e facilitandone un uso equo, e così
facendo intervenire sulle disparità tra le nazioni e
sulle disuguaglianze interne ad esse.
L'architettura
internazionale economica, finanziaria e politica del mondo
che abbiamo ereditato dal passato - comprese istituzioni
come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale
e altre ancora - deriva soprattutto dalla conferenza di
Bretton Woods nel 1944. All'epoca, occorreva affrontare i
problemi post-bellici. Gran parte dell'Asia e dell'Africa
erano ancora sotto una qualche forma di dominio coloniale,
e certo non erano in grado di contrastare la spartizione
internazionale del potere e dell'autorità che le potenze
alleate imposero al mondo. L'insicurezza economica e la
povertà erano molto più tollerate di oggi, i diritti
umani erano un'idea ancora fragilissima, il potere delle
Ong era tutto da inventare e la democrazia non era
sicuramente vista come un principio globale.
Da
allora il mondo è cambiato. La forza delle proteste
globali riflette in parte una nuova mentalità, una nuova
tendenza a sfidare l'establishment mondiale ed è, in
larga misura, l'equivalente globale delle proteste interne
alle nazioni, associate ai movimenti dei lavoratori e al
radicalismo politico. Le recenti esplosioni dei dubbi
globali sembrano addirittura condividere lo spirito con
cui Leadbelly, il grande cantante di blues, scrisse un
giorno, mutuando il primo verso dall'inno nazionale
statunitense: "In the home of the brave, land of the
free,/I will not be put down by no bourgeoisie"
(Nella patria dei prodi, terra dei liberi / Non mi farò
schiacciare da nessuna borghesia). Il radicalismo, si sa,
non ha mai avuto in America il potere suggerito da questa
canzone, ma la determinazione che essa esprime ha
contribuito nel tempo a molti cambiamenti concreti, a
cominciare dal potere delle organizzazioni dei lavoratori,
del quale tanti industriali si lamentano oggi.
Si
può fare un parallelo con gli attuali movimenti di
protesta globale: non sono ancora molto forti in termini
organizzativi ma sono in larga misura un segno di quanto
sta per accadere. Siccome pongono domande vere, occorre
trovare risposte adeguate, anche se agli occhi
dell'establishment mondiale i manifestanti sembrano rozzi
e chiassosi. C'è davvero bisogno di cambiare. Il mondo di
Bretton Woods non è quello di oggi. La sua struttura
istituzionale va rivista da cima a fondo. Anzi, non credo
che le potenzialità costruttive dei movimenti di protesta
possano essere imbrigliate né la loro presenza
distruttiva eliminata senza una risposta istituzionale
chiara.
Di
questa, già si colgono le avvisaglie: stanno cambiando le
priorità delle istituzioni internazionali. Anche se
l'eliminazione della povertà non era l'oggetto principale
delle risoluzioni di Bretton Woods, per esempio, essa è
diventata almeno formalmente lo scopo della Banca
mondiale. C'è un ripensamento in atto del peso del debito
sui paesi poveri, della vecchia pratica del Fmi e della
Banca mondiale di imporre ai paesi poveri "riforme
strutturali" malamente formulate, spesso con effetti
dannosi sull'infrastruttura sociale. Sono cambiamenti che
vanno nella direzione giusta, ma ci vorrà molto di più,
specialmente in termini di costruzione istituzionale. Ben
vengano questi cambiamenti in strutture come la Banca
mondiale, ma occorre prendere esplicitamente le distanze
dall'architettura ereditata da Bretton Woods.
C'è
bisogno oggi di interrogarsi non soltanto sull'economia e
sulla politica della globalizzazione ma anche sui valori
che contribuiscono alla nostra concezione del mondo
globale, senza lasciarsi sopraffare da un misto di
ottimismo testardo e di pessimismo dissennato. C'è
bisogno di riflettere non solo sugli impegni dettati da
un'etica globale ma sulla necessità concreta di mettere
le istituzioni internazionali al servizio del mondo e di
estendere il ruolo delle istituzioni sociali in ogni
paese. È importante tenere conto della complementarità
tra istituzioni diverse, tra cui il mercato e i sistemi
democratici, le opportunità sociali, le libertà
politiche e altri elementi istituzionali, vecchi e nuovi.
Serviranno istituzioni innovative per affrontare le
questioni di sostanza sollevate dai dubbi globali e per
spezzare il cerchio di incomunicabilità nel quale i
movimenti di protesta tendono sempre a rinchiudersi. La
protesta globale degli attivisti in tutto il mondo può
davvero essere costruttiva, ma perché lo sia questi
movimenti vanno giudicati per le domande globali che
pongono, più che per le risposte apparentemente contrarie
alla globalizzazione contenute nei loro slogan.
(Traduzione
di Sylvie Coyaud)
Fonte:
Sole 24 ore
8
luglio 2001