GLOCALISMO:
L'ALTERNATIVA
STRATEGICA
ALLA
GLOBALIZZAZIONE
(MANDER - ARIANNA) |
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La deregulation ha creato
un circolo vizioso che scatena la competizione tra cittadini, lavoratori e
governi. Il fatto che la competitività stia diventando il metro essenziale
della prosperità avrà un impatto sociale disastroso". Ecco il nucleo
essenziale della critica, presente in uno dei saggi del libro Glocalismo.
L'alternativa strategica alla globalizzazione, di Jerry Mander e Edward
Goldsmith (Bologna, Arianna Editrice, 1998).
Un libro di economia per tutti,
un trattato sociologico, sociale e insieme un manifesto culturale contro
corrente, o almeno contro quella situazione pre-catastrofe che, secondo gli
autori, si sta per realizzare a causa della globalizzazione dell'economia, che
mette in ginocchio i Paesi più poveri, appiattisce le diversità culturali tra
i popoli e opera nel totale disprezzo dell'ambiente e delle risorse della terra.
Ma andiamo con ordine. La prima
parte del libro, la più consistente, costituita da tre capitoli, è dedicata ad
un'analisi critica di tutti i sistemi economici cosiddetti vincenti, quelli che
ruotano attorno ai grandi patti internazionali come il GATT (General Agreement
on Tariffs and Trade), poi divenuto WTO (World Trade Organization), il NAFTA (North
Atlantic Free Trade Agreement) e il MAI (Multilateral Agreement on Investment) o
che poggiano le proprie fondamenta sulle grandi concentrazioni transnazionali,
come il Fondo Monetario Internazionale o l'OECD (che da noi si chiama OSCE,
Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica).
Le critiche risiedono in una
rivendicazione dei valori di cultura, ambiente, mercato, risorse, salute e
democrazia che questa situazione internazionale di controllo da parte di pochi
mette seriamente in discussione. Il WTO, si legge a pagina 131, nel saggio di
Ralph Nader e Lori Wallach, costituisce "un attentato permanente alla
sovranità nazionale", in una procedura incontestabilmente antidemocratica.
Il ragionamento di fondo in tutte
le critiche dei saggisti lo spiega lo stesso Goldsmith in uno dei suoi scritti:
c'è stata un'imposizione del libero commercio da parte della Gran Bretagna
nella seconda metà dell'Ottocento, grazie al suo potere finanziario e alla
gestione delle materie prime; questo ha portato ad un'assenza nella legislazione
in merito a tutela dei lavoratori. In seguito, dopo la depressione economica e
all'aumento delle imposte doganali, la valvola di sfogo del mercato è
rappresentata da Paesi nuovi, quelli del Terzo Mondo, dove si potevano trovare
lavoro e merci a basso costo. Nel 1878 l'Europa aveva colonizzato il 67% delle
terre, nel 1914 l'84,4%. Questo significa che chi prende le decisioni sono solo
le classi dirigenti locali, le élite che sono inoculate nei diversi Paesi dai
governi dominanti, come assicurazione di obbedienza. Il tutto, naturalmente,
contro la volontà e l'interesse popolari.
Il cerchio si chiude con gli aiuti
americani al Terzo Mondo, aiuti economici che non fanno altro che legare a sé
le sorti di tali Paesi, vincolandoli all'obbedienza e alla sottomissione
economica. Con il prestito si instaura un nuovo colonialismo; nei Paesi
poveri si aprono le cosiddette zone franche, per lo scambio snello e
sregolato delle merci e del lavoro, in un clima di deregulation appunto,
in cui non vi è controllo dell'igiene né dell'ambiente , in tutte le fasi
produttive, in aggiunta allo sfruttamento della mano d'opera. Scrive Goldsmith:
"In linea di massima, gli aiuti economici non possono tradursi in un
vantaggio per i poveri del Terzo Mondo. La loro sopravvivenza, infatti, dipende
necessariamente dall'economia locale, che non ha certo bisogno di opere
faraoniche come le dighe e le autostrade, né degli elicotteri cui si accennava
prima.
Tutto questo serve unicamente
agli interessi dell'economia globale, la cui espansione comporta la devastazione
dell'ambiente, lo strangolamento locale, l'appropriazione sistematica delle
risorse naturali". E così, tra i tanti esempi, anche i paesi del Sud Est
asiatico sposano la logica dell'economia globale e cadono in una grave crisi,
che richiama investimenti stranieri in progetti inutili e costosi, con tutti il
contorno di corruzione che ne consegue. Risultato: il Sud Est asiatico viene
messo in ginocchio dal mercato.
Il terzo capitolo si occupa
specificamente delle strutture della globalizzazione e dei suoi meccanismi di
funzionamento. Qui il problema è più circoscritto: le legislazioni che
permettono alle compagnie transnazionali di operare ovunque senza restrizioni o
vincoli, relegano in ultima fila gli investitori locali. La conseguenza è
chiara, dal momento che si rende impossibile lo sviluppo autoctono di dinamiche
economiche forti e strutturate.
La globalizzazione è un fenomeno
totalizzante e, come spiega Tony Clarke nel suo scritto I meccanismi della
globalizzazione, in apertura del terzo capitolo, pervade ogni ambito della
vita civile. La globalizzazione è finanziaria, e si attua nel contesto di deregulation;
è nell'industria, ed ecco lo sfruttamento della mano d'opera; è nella grande
distribuzione, nell'espansione sfrenata del mercato; è nel controllo delle
risorse e dei servizi bancari, nelle assicurazioni e nella scuola; la
globalizzazione è un vero e proprio colonialismo biologico, basti pensare ai
brevetti assegnati ai geni e così via: l'effetto complessivo è quello
dell'omologazione culturale. La formula ormai rodata parte dal profitto, passa
per la pubblicità, porta al decadimento etico e alla deumanizzazione. Uno
scenario tragico, in cui, come prima reazione, si deve combattere perché i
popoli abbiano il diritto di governarsi da soli.
Si dischiude così l'orizzonte in
cui si muoveranno le proposte dell'ultima parte del libro, l'idea di quel glocalismo
che appare come l'unica possibilità di salvezza per il pianeta e per i suoi
abitanti. In questo senso, la parola d'ordine è sostenere l'economia locale,
con le leggi e con investimenti oculati.
L'ecologista Helena Norberg-Hodge
parte proprio dagli investimenti, nella sua critica alle nefandezze
dell'economia globale: non è concepibile continuare lo sperpero di denaro, oggi
male indirizzato e in futuro da impiegare localmente per le strade, l'energia,
l'agricoltura, le televisioni regionali, gli ospedali e le banche. Ciò che è
fondamentale è riacquistare un senso del luogo, nella riscoperta del
nostro territorio, delle origini delle risorse autoctone.
Ma c'è anche la strada dello swadeshi,
il modello economico gandhiano, qui proposto da Satish Kumar, ecologista anche
lui, che rievoca la massima del Mahatma secondo cui "tutto quello che viene
prodotto nel villaggio deve essere utilizzato dai suoi abitanti".
E ancora, la proposta del bioregionalismo,
avanzata da Kirkpatrick Sale, scrittore americano, fondatore della rivista Green
Party di New York, il cui credo è tutto nella terra, nel valore
dell'appartenenza. Dobbiamo diventare "abitanti della terra" e capirne
le caratteristiche, apprendere la tradizione che esso veicola, stabilendo nuovi
confini (ecoregioni, georegioni, morforegioni) e riacquistando la dimensione
della comunità, in un'ottica di autosufficienza anche economica.
Ci sono inoltre posizioni più
radicali, come quella di Colin Hines e Tim Lang, che annunciano un nuovo
protezionismo, come scrivono nel loro saggio: "Noi crediamo invece che si
debba promuovere un'economia locale basata sulla comunità e
sull'autosufficienza, che produca per il consumo locale, protetta da meccanismi
che controllino il commercio internazionale: E' quello che si può definire un
nuovo protezionismo". Il progetto passa per il controllo delle importazioni
e delle esportazioni, dei capitali locali e delle imprese nazionali, per una
nuova politica competitiva che valorizzi le realtà più vicine. I nemici sono
quelli di sempre, come il GATT, che potrebbe essere trasformato in un GAST (General
Agreement for Sustainable Trade); le tasse dovrebbero essere applicate alle
risorse energetiche, per favorirne una distribuzione più equa; i governi locali
dovrebbero acquistare maggiore potere internamente e maggiore peso nei rapporti
transnazionali.
Non mancano infine le idee per
l'applicazione allargata dei cosiddetti LETS (Sistemi Commerciali di Scambio
Locale) o della Banca del Tempo o ancora per l'introduzione di "monete
locali", per la valorizzazione degli scambi interni. Tutti modelli già
presenti in alcune dimensioni sociali, ma non abbastanza diffusi nella cultura
del mercato, che pure favorirebbero uno sviluppo più armonico dell'economia e
dell'ambiente. L'amara considerazione alla fine del libro è proprio di Edward
Goldsmith, che osserva con una punta di disagio intellettuale: "Le persone
oggi comprano il bene comune e la sicurezza invece che partecipare ad
esse".
Certamente questa raccolta di
saggi sul glocalismo si presenta come un buon strumento di analisi della
situazione mondiale, delineata a grandi falcate, seppure in un'ottica
dichiaratamente di parte. Forse la sezione finale, quella propositiva, che del
resto dà il titolo al libro, è quella più deludente, non si capisce se per la
reale fragilità di certe proposte, apparentemente idealiste e poco aderenti
alle possibilità offerte dallo stato attuale delle cose, o se per una leggera
superficialità nell'esposizione dei programmi, soprattutto rispetto alla
scrupolosa documentazione delle prima parte del libro.