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UN'ALLEANZA
TRA
KOFI
ANNAN
E
TONY
BLAIR
RILANCIA
L'ONU
(TINO
BEDIN) |
L'Euganeo,
2
aprile
2003
L'intervento
unilaterale
angloamericano
ha
già
avuto
come
"effetti
collaterali"
il
blocco
delle
Nazioni
Unite,
la
frammentazione
dell'Unione
Europea,
la
rottura
della
solidarietà euroatlantica,
strutturata
nella
Nato.
Sono
macerie
meno
coinvolgenti
ma
più
rischiose
per
il
presente
dell'Iraq
ed
il
nostro
comune
futuro
delle
macerie
sanguinanti,
fumanti,
dell'Iraq
che
sembrano
bastare
da
sole
a
riempire
i
compiti
della
politica.
Sono
macerie
così
incombenti
da
sgomentare
la
coscienza
e
far
sentire
inadeguata
la
politica.
Ma
non
sono,
appunto,
le
uniche
macerie.
Potrebbe
del
resto
trattarsi
non
di
"effetti
collaterali",
ma
di
altri
"fronti"
che
una
parte
dell'Amministrazione
americana
ha
volontariamente
aperto,
contemporaneamente
a
quello
dell'Iraq,
nell'ambito
della
sua
strategia
per
il
nuovo
ordine
mondiale.
La
guerra
è
stata
preceduta
da
duri
attacchi
di
Bush all'Onu,
dal
disprezzo
per
la
"vecchia
Europa",
dall'abbandono
della
Nato
come
strumento
politico-militare
a
vantaggio
di
alleanze
operative
variabili.
Davvero
"irrilevante" l'Onu?
In
questi
giorni
di
conflitto
si
moltiplicano
poi
le
voci
che
affermano
che
ormai
è
chiaro
che
le
istituzioni
multilaterali
nate
direttamente
o
indirettamente
dalla
seconda
guerra
mondiale
hanno
concluso
il
loro
compito
e
che
occorre
crearne
di
nuove.
Sono
a
volte
voci
di
chi
si
sente
deluso
dai
risultati
che
sperava
da
queste
istituzioni.
Ad
esempio
il
premio
Nobel
egiziano
Nagib
Mahfuz
ha
affermato
che
non
abbiamo
più
nulla
da
aspettarci
dall'Onu
per
il
dopoguerra.
Sono
anche
voci
di
chi
ritiene
le
istituzioni
multilaterali
un
inciampo
per
l'unica
superpotenza.
Il
presidente
del
Consiglio
italiano
ha
affermato
al
termine
del
Consiglio
europeo
di
primavera
che
l'Onu
"è
ormai
impotente
e
priva
di
credibilità"
e
che
si
sarebbe
salvata
solo
assecondando
la
"determinazione
assoluta
degli
Stati
Uniti".
Berlusconi
non
dice
mai
dice
mai
chiaramente
le
cose
sgradevoli
di
casa
nostra,
ma
in
più
occasioni
si
è
rivelato
un
ottimo
altoparlante
per
le
parole
sgradevoli
di
Bush:
il
presidente
americano
aveva
infatti
parlato
per
la
prima
volta
di
"irrilevanza"
dell'Onu
proprio
all'incontro
di
Camp
David
con
Silvio
Berlusconi.
Un
riferimento
per
le
opinioni
pubbliche
Fra
i
tre
"fronti
collaterali"
(Onu,
Unione
Europea
e
Nato)
dell'offensiva
in
corso,
quello
di
maggiore
attacco
sembrano
in
questo
momento
le
Nazioni
Unite.
È
il
fronte
più
rischioso:
la
codificazione
planetaria
di
un'unica
superpotenza
senza
un
luogo
di
mediazione
e
di
confronto,
renderebbe
assai
precaria
qualsiasi
tipo
di
unità
europea
(che
non
regredisse
ad
area
mercantile)
e
renderebbe
inutile
la
trasformazione
in
corso
dei
compiti
della
Nato.
Non
è
tuttavia
un
fronte
debole.
È
vero
che
la
crisi
irachena
non
è
gestita
dall'Onu.
È
vero
che
la
decisione
della
guerra
è
stata
presa
fuori
dall'Onu.
Ma
forse
per
la
prima
volta
nella
storia
delle
Nazioni
Unite
una
crisi
internazionale
seria
è
stata
gestita
nell'Onu,
si
sono
applicate
le
regole
della
sua
Carta
per
i
momenti
in
cui
non
c'è
un
consenso
facile
e
l'unanimità
è
impossibile.
Il
Palazzo
di
Vetro
è
stato
trasparente
nei
confronti
delle
opinioni
pubbliche.
Stati
Uniti
e
Regno
Unito
hanno
dovuto
fare
i
conti
non
solo
con
i
rappresentanti
diplomatici,
non
solo
con
i
governi,
che
anche
con
i
cittadini
del
mondo,
proprio
grazie
all'esistenza
delle
Nazioni
Unite.
La
centralità
dell'Onu
è
un
elemento
dell'architettura
internazionale
acquisito
proprio
in
questa
occasione,
al
punto
che
nel
mondo
si
è
creato
un
"partito
dell'Onu"
e
Kofi
Annan
è
diventato
un
leader,
certo
sconfitto
temporaneamente,
ma
non
inutile.
La
partita
degli
aiuti
umanitari
E
infatti
Kofi
Annan,
dopo
pochi
giorni
di
silenzio,
è
tornato
all'attacco.
Lo
ha
fatto
non
sul
fronte
che
lo
aveva
visto
perdente
(quello
della
scelta
tra
guerra
e
diplomazia)
ma
su
un
fronte
successivo,
quello
del
dopoguerra
e
della
sua
gestione.
È,
e
sarà
sempre
più
con
il
perdurare
del
conflitto,
un
fronte
altrettanto
duro
di
quello
che
è
stato
temporaneamente
chiuso
con
l'intervento
unilaterale
angloamericano.
Gli
Stati
Uniti
sono
determinati
a
gestire
direttamente
l'Iraq
a
conclusione
del
conflitto;
pensano
di
poterlo
fare
dal
punto
di
vista
politico,
da
quello
della
ricostruzione
e
da
quello
degli
aiuti
umanitari.
Kofi
Annan
ha
rilanciato
la
partita
intanto
per
la
gestione
degli
aiuti
umanitari,
nella
consapevolezza
che
probabilmente
gli
Stati
Uniti
dovranno
cedere
di
fronte
ai
costi
economici
dell'operazione.
I
paesi
"donatori"
poi
difficilmente
accetteranno
di
passare
attraverso
gli
Stati
Uniti,
anche
se
per
ora
l'Amministrazione
americana
pretende
che
perfino
le
Organizzazione
non
governative
Usa
passino
attraverso
una
agenzia
del
Pentagono
per
i
loro
interventi
umanitari.
Candidando
le
Nazioni
Unite
per
gli
aiuti
umanitari,
Kofi
Annan
ha
messo
una
zeppa
nel
progetto
americano,
che
alcuni
Stati
potrebbero
subito
sfruttare,
per
rientrare
in
gioco
(senza
dover
dare
una
legittimità
a
posteriori
alla
decisione
americana)
oppure
per
restarci.
Blair
pensa all'Onu
per
il
dopoguerra
Quest'ultimo
è
il
caso
del
Regno
Unito.
Non
è
casuale
che
del
"consiglio
di
guerra"
che
si
è
tenuto
la
scorsa
settimana
a
Camp
David
tra
Bush
e
Blair
il
primo
ministro
inglese
abbia
voluto
rendere
preventivamente
nota
la
sua
posizione
favorevole
al
coinvolgimento
dell'Onu
nella
gestione
del
dopoguerra.
Anche
l'Inghilterra
infatti
-
al
di
là
delle
"ricompense"
per
l'alleanza
-
rischia
molto
da
un
insediamento
troppo
pesante
degli
Usa
nell'area
del
Golfo
dopo
il
conflitto.
Blair
va
oltre
la
mossa
di
Kofi
Annan:
ritiene
indispensabile
che
all'Onu
sia
affidata
anche
la
gestione
politica
dell'Iraq.
L'esperienza
dell'Afghanistan
è
quella
che
Blair
ritiene
di
dover
ripetere
per
l'Iraq:
lì
-
a
fianco
di
"Libertà
duratura"
-
è
iniziata
appena
dopo
la
prima
fase
dell'intervento
la
missione
Isaf,
multilaterale
e
a
guida
Onu.
Questa
decisione
pubblica
di
Blair
non
è
estemporanea.
Egli
aveva
voluto
il
vertice
delle
Azzorre
del
16
marzo
tra
Usa,
Gran
Bretagna
e
Spagna;
con
quella
richiesta
egli
aveva
segnalato
che
al
di
là
della
decisione
di
andare
in
guerra,
bisognava
tenere
conto
che
c'è
l'Onu
e
che
ci
sarebbe
stato.
Inoltre
al
vertice
di
Camp
David
Blair,
portando
la
sua
posizione,
ha
di
fatto
sostenuto
la
decisione
presa
dal
Consiglio
europeo
di
Bruxelles
di
coinvolgere
l'Europa
nel
dopoguerra
iracheno.
Con
Bush
il
primo
ministro
inglese
ha
aggiunto
la
necessità
di
risolvere
subito
il
conflitto
israelo-palestinese.
Anche
questa
proposta
rilancia
l'Onu
e
la
dimensione
multilaterale
della
politica
mondiale,
perché
nella
crisi
mediorientale
è
coinvolto
il
Quartetto
(Onu,
Usa,
Ue
e
Russia).
Certo
il
netto
dissenso
con
la
scelta
di
Blair
di
entrare
in
guerra
resta
ed
è
confermato
dall'andamento
del
conflitto.
Blair
però
sa
che
le
armi
potranno
far
vincere
la
guerra,
ma
non
faranno
vincere
la
pace
e
prepara
altre
soluzioni
per
la
pace.
Berlusconi
invece
si
accontenta
di
fare
il
tifoso
di
guerra,
fischiando
l'Onu
e
lanciando
invettive
alla
"vecchia"
Europa.
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