APERTE
LE PORTE DI UN CONVENTO EX CARCERE (17/11/2007) |
Ascolta il
servizio trasmesso da Radio Vaticana
Albania:
le suore clarisse aprono a Scutari le porte del loro
convento, ex carcere durante l'era comunista In
Albania, a Scutari, otto monache clarisse hanno aperto le
porte del loro convento, trasformato in carcere durante il
regime comunista, per non dimenticare drammatiche pagine
di storia. Ogni anno, passando per le celle ed il cortile,
viene celebrata la Via crucis per ricordare chi ha
sofferto in quel luogo. Sulla storia di questo convento,
luogo di preghiera e di memoria, ascoltiamo suor Sonia,
raggiunta telefonicamente a Scutari da Amedeo Lomonaco:
R. - Noi siamo le sorelle clarisse, sorelle povere di
Santa Chiara, il primo monastero di sorelle clarisse qui
in Albania dopo tanti secoli. Oggi occupiamo una struttura
che era il vecchio convento dei Frati minori. Nel 1946 è
stato confiscato all’ordine dei Frati minori e
trasformato in sede della Sicurimi, cioè la polizia
segreta del regime. Un lato fu anche adibito a celle di
detenzione e luogo di tortura; il lato più antico
conserva, ancora oggi, una serie di celle dove sui muri si
possono vedere dei segni, delle incisioni. Percorrendo i
corridoi di questo convento, si può respirare veramente
un’aria di grazia: questi corridoi sono stati veramente
bagnati dal sangue di martiri; martiri che non sono solo
sacerdoti, frati della Chiesa cattolica, ma martiri come
tutti coloro che hanno sofferto. Uomini qui hanno visto
annientata la loro dignità di essere umani. Sui muri
vediamo questi segni, come ad esempio delle croci, ma
anche delle piccole moschee. Ricordiamo proprio come
durante gli anni di persecuzione del regime di Enver Hoxha,
cominciato nel 1945, si è potuto vivere in questi luoghi
un vero ecumenismo nella sofferenza.
D. – Il vostro convento è quindi un luogo di
preghiera e di memoria: cosa si può fare per non far
cadere nell’oblio fatti storici che i giovani conoscono
poco?
R. – Sì, noi siamo qui per custodire e raccontare
questa storia, per non farla dimenticare. E’ molto
importante questo perché sappiamo che, se un popolo non
riconosce la propria storia, rischia anche di ripetere gli
stessi errori; ma è anche vero che oggi questo popolo,
anche con molta fatica, vuole ricostruire una storia
migliore, diversa; quindi, forse, possiamo anche
comprendere quanto non voglia ricordare il passato così
recente e comunque così difficile. E’ anche vero che
oggi i giovani guardano ad altro, aspirano ad altro.
Allora noi, con il nostro rimanere in modo stabile in
questo luogo, diventiamo un segno visibile; molti si
pongono una domanda: ‘Ma come mai tutti vanno via da
questo Paese e voi invece restate in Albania?’ Noi
vogliamo semplicemente diventare un punto di riferimento ma
anche, come già succede, luogo di incontro. Sicuramente
siamo contente di essere qui, sicuramente il Signore ha
permesso questo al di là di ogni nostra aspettativa.
Certamente, per vie misteriose, la Provvidenza ci ha
condotto qui e noi non abbiamo nessuna pretesa se non
quella di sperare e di far sperare perché il Signore
sempre è lì dove ci sono macerie e ha sempre ricostruito
e fatto nascere la vita. Per la Radio Vaticana, Amedeo
Lomonaco, 17 novembre 2007

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