da
"Carta",
nr.
18,
8
novembre
2001
Ernesto
Galli della Loggia, nell'editoriale del Corriere della Sera di lunedì 15
ottobre, ha definito le parole d'ordine della marcia Perugia-Assisi, "Cibo,
acqua, lavoro per tutti", generiche e non politiche, perché chi le
sostiene, scriveva, non indica contro chi sono dirette, non individua chi è
l'avversario e le modalità della battaglia per conseguirle. Giro la domanda:
chi è, per Galli della Loggia, l'avversario, quando si parla di fame e di sete?
Forse la pensa allo stesso modo del professor Sartori, che, dalle pagine dello
stesso giornale, qualche settimana fa, ha espresso in modo inequivocabile il suo
pensiero: gli "avversari" sono i popoli del sottosviluppo, gli stessi
affamati ed assetati, "perché fanno troppi figli, incrementano a dismisura
la popolazione del pianeta e mettono pericolosamente in forse gli equilibri nel
mondo e la coesistenza tra le comunità".
Questa
non è una opinione qualsiasi, è il nuovo argomento forte dei liberisti. E a
Perugia, a dar loro retta, avremmo dovuto marciare contro i poveri della terra.
Ma
se Galli della Loggia avesse assistito al gruppo di lavoro sul diritto
all'acqua, tenutosi appunto a Perugia venerdì 12 nell'ambito dell'"Onu dei
popoli", avrebbe sentito e capito che, per molti altri, l'avversario è ben
individuato: è un modello di sviluppo ingiusto e distruttivo dell'ambiente e
delle persone, è la Banca mondiale, sono le multinazionali, il Fmi, i G8, la
Wto ed i governi occidentali, primo tra tutti il governo Usa [in questa
situazione, fa già paura pronunciarne il nome].
Sono,
in definitiva, tutte le istituzioni che da tempo pianificano l'assalto privato
alle fonti primarie della vita. Già, perché ai Galli della Loggia sfugge la
dimensione determinante del conflitto, e cioè che i nuovi protagonisti del
sistema globale, i nuovi signori della Terra, si battono tra loro o si alleano,
fanno leggi o le cambiano, al solo scopo di appropriarsi, controllare e
governare, le risorse di base della vita: l'acqua, appunto, il gene e il cibo.
Gli
interventi o, meglio, le testimonianze del boliviano professor Manuel De La
Fuentes e della canadese Aubim, del Comitato per il manifesto dell'acqua, sono
stati molto esemplificativi. Da una parte, l'esperienza di Cochabamba, città in
cui l'acqua potabile, passata dalla mano pubblica a quella della multinazionale
Bekel, ha subìto un aumento insostenibile delle tariffe, e la conseguente
rivolta, vittoriosa, della popolazione, ha costretto il governo locale a fare
marcia indietro.
In
questo caso, a manifestarsi in tutta la sua virulenza è la politica del Fmi,
quei piani strutturali che obbligano i paesi poveri ed indebitarsi a
privatizzare l'acqua come condizione per l'accesso al prestito. Un inchiesta
rivela che, nel 2000, i prestiti concessi dal Fmi a dodici paesi africani poveri
hanno avuto come condizione comune la privatizzazione delle risorse idriche: è
il caso di Angola, Benin, Guinea-Bissau, Niger, Ruanda, Senegal, Tanzania. Ma
anche il prestito al Ghana è stato concesso sotto condizione dalla Bm, e
altrettanto sta accadendo in Sud Africa, dove sindacati e movimenti sono
impegnati contro la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici locali.
I
giacimenti del Québec
Dall'altra
parte, c'è l'esperienza del Québec, che, in epoca di "petrolizzazione"
dell'acqua [e cioè il fatto che l'acqua sta rapidamente diventando un bene raro
e prezioso come il petrolio], può essere considerato da questo punto di vista
una specie di Arabia saudita, ricco com'è di risorse idriche, e in cui divampa
un conflitto politico e sociale contro la Wto e la possibilità che l'acqua
venga regolata dai vincoli del commercio internazionale, contro la
privatizzazione dell'insieme di questo bene e, dunque, contro la possibilità
che l'acqua possa essere venduta ed esportata.
In
tutto ciò, non sembra difficile vedere quali siano gli avversari, e quali le
alternative, proprio a partire dall'affermazione di un diritto umano
inalienabile come quello del diritto all'acqua. A partire, cioè, dalla
constatazione che questo diritto è in palese contrasto con la volontà di fare
dell'acqua un bene economico, regolato dal mercato e dal profitto, come la Bm ha
deliberato all'Aja, nell'assise del marzo 2000.
L'acqua
scarseggia: negli ultimi quarant'anni, i consumi idrici del pianeta sono
triplicati. Nel 1960 l'umanità disponeva di 17.000 metri cubi di acqua
pro-capite al giorno, oggi solamente di 7.000 metri/cubi. Quindi, sostengono gli
organismi internazionali e le multinazionali, occorre fermare lo spreco,
regolandone il prezzo col mercato.
400mila
litri per un'auto
Ma
chi ha sperperato tanta acqua? Non certo il sud del mondo, che, oltre ad averne
di meno, ne è stato ulteriormente privato dagli iniqui rapporti di mercato.
Occorre ricordare che il 20 per cento della popolazione mondiale, quello che
detiene l'80 per cento della ricchezza, è anche quello che consuma l'88 per
cento dell'acqua prelevata sul pianeta. Non dovremmo mai dimenticare che per
costruire un'automobile servono 400 mila litri di acqua, ma che più o meno l'80
per cento del parco macchine esistente è concentrato nel nord del mondo. Che un
hamburger "costa" 5.400 litri d'acqua, e che per produrlo si bruciano
le foreste dell'Amazzonia in modo da far posto ai pascoli dei bovini, che,
macellati finiscono prevalentemente sulle tavole degli occidentali. Che una
tonnellata di cereali necessita di 1000 tonnellate di acqua e che,
contemporaneamente, il 60 per cento delle terre irrigate del pianeta, che
dall'inizio del secolo sono quintuplicate, servono per alimentare l'11 per cento
della popolazione.
Un
sistema iniquo, oltre che insostenibile.
Una
agricoltura che ormai assorbe il 70 per cento dei prelievi d'acqua, totalmente
dipendente da fertilizzanti, diserbanti e pesticidi, che coltiva prodotti il 70
per cento dei quali servono ad alimentare gli animali da macellazione mentre
inquina irrimediabilmente le falde. Un'industria che non sa ancora cosa fare
delle proprie scorie tossiche e che inquina fiumi, laghi, mari e falde,
disseminando il territorio di vere e proprie bombe chimiche. Consumi domestici
in costante aumento, alimentati come sono da una pubblicità che sospinge a
consumare sempre più acqua, per consumare prodotti da bagno, da toilette, per
la salute del corpo, ecc.
Acqua,
sempre più acqua, mentre l'offerta è sempre più limitata e la domanda sempre
crescente. La privatizzazione e la mercificazione dell'acqua sono autentiche
follie, che non faranno che accelerare i processi degenerativi di questa
basilare risorsa e moltiplicheranno i conflitti. Un israeliano dispone di 270
litri di acqua al giorno, un palestinese solo di 70, e il rubinetto è nelle
mani di Israele, che a sua volta prevede per il 2010 un deficit idrico del 15
per cento e, forse, questa previsione ha a che vedere con il conflitto in corso.
E
ancora: la privatizzazione non frenerà i consumi e gli sprechi: li renderà
ancora più iniqui. Perché il mercato ha le sue regole: occorre vendere sempre
di più, e se vendi acqua devi indurre a consumare sempre più acqua. Il Rio
Grande divide gli Usa dal Messico e il suo bacino alimenta le falde di entrambi
i paesi. Ma a El Paso [Usa], dove l'acqua è privata, si consumano 750 litri al
giorno pro-capite, per il 50 per cento destinata ad attività ricreative
[piscine, campi da golf, ecc..] o per condizionatori d'aria, mentre a Ciudad
Juárez,
dall'altra parte, dove l'acqua è pubblica e non c'è l'ostentata ricchezza dei
gringos, si consumano solo 250 litri al giorno.
Ma
il forum di Perugia ha messo in evidenza altre questioni. Prima tra tutte quanto
questo tema dell'acqua sia d'attualità nel ricco nord e in Italia, e quanto
divida politicamente, ma anche culturalmente, politici, amministratori,
sindacalisti ecc…
La
privatizzazione è ormai all'ordine del giorno e la legislazione va tutta in
quella direzione. Mentre la Comunità europea delibera la facoltà di mettere in
bottiglia l'acqua dei rubinetti e di venderla, in tutte le città italiane le
municipalizzate dell'acqua vengono trasformate in Spa a maggioranza più o meno
pubblica, messe sul mercato e quotate in borsa. [ Acea a Roma, Agma di Genova,
Lyonnaise des Eaux ad Arezzo, Sogea in prospettiva a Milano ecc..]. È evidente
che questo è l'inizio del businness e, su questo, emerge palesemente la
divisione tra gli amministratori locali.
Privatizzazioni
di sinistra
A
Perugia, anche a sinistra, la maggioranza degli amministratori, dei tecnici del
settore, dei consiglieri delle municipalizzate, dei sindacalisti, pur
dichiarandosi a favore della campagna "Acqua diritto umano" promossa
dal comitato,hanno sostenuto le ragioni della privatizzazione nella propria città.
Ad
esempio di tale posizione, valga per tutti l'intervento di un sindaco ulivista:
"Sono d'accordo con lo spirito delle relazioni, però le privatizzazioni,
come le avete dipinte, sono cose del terzo mondo, non possiamo applicare simili
criteri qui da noi, siamo nel nord, in società complesse, con una economia
sviluppata e dove non manca l'acqua, ecc. Non possiamo continuare ad esorcizzare
il mercato. Qui dobbiamo e possiamo introdurre un po' di businness e di
concorrenza, per ridurre i costi pubblici, migliorare il servizio e l'efficienza
degli impianti."
Ecco,
forse questo è quel pensiero "generico e senza avversari" di cui
parla Galli della Loggia. Le campagne, le battaglie, vanno bene ma se rimangono
"culturali", quando riguardano "altri", lontani e diversi, e
ci impegnano solo con una firma o una dichiarazione che ci fa sentire buoni ed
impegnati. Quando però si tratta di scontrarci qui, con poteri ed
"avversari" visibili e vicini, con scelte politiche che ti riguardano
direttamente, allora meglio sostenere che da noi è tutto diverso.
Ma
il problema dell'acqua non ammette doppie verità. Ci chiede di rovesciare
radicalmente i parametri che sorreggono la nostra società e di fare i conti con
tutte le culture produttiviste, consumiste, sviluppiste, e anche lavoriste, che
ci portiamo dietro.
L'acqua
è una risorsa esauribile [questo non è ancora chiaro a tutti]. L'acqua è
indispensabile alla vita è quindi un diritto non contrattabile. L'acqua è
insostituibile [si può sostituire il petrolio col carbone]. L'acqua è una
risorsa strategica, chi la possiede o la controlla, siano essi signori del
denaro [multinazionali] o signori della guerra [stati], esercita dominio.
L'acqua è perciò di tutti gli esseri viventi e non può che essere
amministrata nell'interesse di tutti, in una dimensione di solidarietà
universale.
La
politica di questo secolo si misurerà con la capacità di realizzare questo
obiettivo, riscrivendo le nozioni del diritto universale, le leggi che lo
garantiscono e le istituzioni, altrettanto universali, democratiche e
rappresentative, in grado di farlo esercitare su tutto il pianeta.
L'acqua
deve entrare perciò nella cultura politica della nostra epoca, nell'agenda
delle istituzioni internazionali, nazionali e locali ed è ormai tempo che entri
con forza e priorità nell'agire del movimento antiliberista. Johannesburg nel
2002 è un appuntamento per tutto il movimento, ma lo sono altrettanto le
scadenze locali e vicine di privatizzazione municipale dell'acqua, sulle quali i
diversi social forum, i cittadini possono dire la loro.
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
SIRONNEAU
J., "L'acqua.
Nuovo obiettivo strategico mondiale" - Asterios, Trieste 1997