QUELLA DEL CAPITALISMO È
UNA STORIA DI RIVOLUZIONI INTERNE, CHE RELEGA I CAMBIAMENTI ESTERNI CONCOMITANTI
IN UN RUOLO MARGINALE NELL’ANALISI DELLE SITUAZIONI CONCRETE . IL VERO
"MOTORE" DEL CAPITALISMO È IL PROCESSO DELLA DISTRUZIONE CREATRICE.
"…il capitalismo è per
natura una forma o un metodo di evoluzione economica; non solo non è mai, ma
non può mai essere, stazionario. Questo carattere evolutivo del processo
capitalistico non è unicamente dovuto al fatto che la vita economica si svolge
in un ambiente sociale e naturale che muta e, mutando, altera i dati dell’azione
economica; quel fatto è importante, quei mutamenti (guerre, rivoluzioni e così
via) condizionano spesso grandi trasformazioni industriali, ma non ne sono i
moventi primi. Né il carattere evolutivo del capitalismo è dovuto a un
semiautomatico aumento della popolazione e del capitale, o alle fluttuazioni dei
sistemi monetari, tutti fattori per cui la stessa cosa è vera. L’impulso
fondamentale che aziona e tiene in moto la macchina capitalistica viene dai
nuovi beni di consumo, dai nuovi metodi di produzione o di trasporto; dai nuovi
mercati, dalle nuove forme di organizzazione industriale, che l’intrapresa
capitalistica crea. Come abbiamo visto nel capitolo precedente, le voci del
salario operaio - poniamo dal 1760 al 1940 - non seguirono una linea costante di
sviluppo, ma subirono un processo di trasformazione qualitativa. Allo stesso
modo, la storia dell’apparato produttivo di una fattoria tipica - dagli inizi
della razionalizzazione della rotazione agricola, dell’aratura e della
concimazione, fino alla struttura meccanizzata del giorno d’oggi (ricollegantesi
ai silos ed alle ferrovie) - è tutta una storia di rivoluzioni. Non lo è meno
la storia dell’apparato produttivo dell’industria siderurgica dalla fornace
a carbonella fino al nostro tipo di altoforno, o la storia dell’apparato di
produzione dell’energia elettrica dalla ruota idraulica a cassetti fino alla
moderna centrale idroelettrica, o la storia dei trasporti dalle diligenze fino
all’aeroplano. L’apertura di nuovi mercati, esteri o interni, e lo sviluppo
organizzativo che va dalla bottega e dalla fabbrica artigiana fino ai complessi
industriali del tipo U. S. Steel, illustrano lo stesso processo di
trasformazione organica dell’industria - se possiamo servirci di un termine
biologico - che rivoluziona incessantemente dall’interno le strutture
economiche, distruggendo senza tregua l’antica e creando senza tregua la
nuova. Questo processo di distruzione creatrice è il fatto essenziale del
capitalismo, ciò in cui il capitalismo consiste, il quadro in cui la vita di
ogni complesso capitalistico è destinata a svolgersi. […]
CAMBIANO LE PROSPETTIVE
TEMPORALI DELL’ANALISI. LA VERA CONCORRENZA NON È SUI PREZZI, MA SULLA
CREAZIONE DI NUOVA MERCE, DI NUOVA TECNICA, DI NUOVA FONTE DI
APPROVVIGIONAMENTO. L’UOMO D’AFFARI SI SENTE SEMPRE IN SITUAZIONE DI
CONCORRENZA!
[…]Anzitutto, trattandosi di un
processo ogni elemento del quale impiega un tempo notevole a svelare i propri
caratteri distintivi, e i propri effetti ultimi, non ha senso giudicarne le
realizzazioni ex visu di un momento dato; bisogna giudicarle nel tempo, sull’arco
di decenni o di secoli. Un sistema - qualunque sistema, economico o altro - che,
ad ogni momento dato, sfrutti in pieno le sue possibilità può, alla lunga,
dimostrarsi inferiore a un sistema che non lo fa in nessun momento dato del
tempo, poiché appunto questa incapacità di riuscirvi può essere condizione
del grado o della rapidità del successo a lungo termine. In secondo luogo,
poiché studiamo un processo organico, l’analisi di ciò che avviene in una
sua singola parte - diciamo in un singolo complesso industriale o in una singola
industria - può, certo, chiarire aspetti particolari del meccanismo, ma più di
questo non permette di concludere. Ogni atto di strategia commerciale acquista
il suo significato vero solo nel quadro di questo processo e nella situazione da
esso creata. Va visto nella sua funzione nel turbine incessante della
distruzione creatrice; è incomprensibile sia staccato da questa, sia nell’ipotesi
di una calma perenne. [...] Il problema comunemente studiato è come il
capitalismo amministri le strutture esistenti, laddove il problema essenziale è
come le crei e le distrugga. Finché non si riconosce questo aspetto della
questione, lo studioso con pie un’opera vana. Ma basta riconoscerlo perché la
visione della prassi capitalistica e dei suoi effetti sociali cambi
radicalmente. Conviene anzitutto esaminare la concezione tradizionale del modus
operandi della concorrenza. Gli economisti stanno uscendo dallo stadio in cui,
non vedevano che una forma di concorrenza: quella nei prezzi. Ma, appena la
concorrenza nella qualità e negli sforzi di vendita è ammessa nei sacri
recinti della teoria, la variabile del prezzo precipita dalla sua posizione
dominante. V’è però sempre concorrenza in un quadro rigido di condizioni
invariabili specialmente di metodi di produzione e forme di organizzazione
industriale sulle quali praticamente l’attenzione si concentra. Ora, nella
realtà capitalistica in quanto distinta dalla sua immagine scolastica, quel che
conta non è questo tipo di concorrenza, ma la concorrenza creata dalla nuova
merce, dalla nuova tecnica, dalla nuova fonte di approvvigionamento, dai nuovo
tipo organizzativo (per esempio la grande unità di controllo), che condiziona
un vantaggio decisivo di costo e di qualità e incide non sui margini del
profitto e sulla produzione delle ditte esistenti, ma sulle loro stesse
fondamenta, sulla loro vita. Questo genere di concorrenza è molto più efficace
dell’altro come un bombardamento è molto più efficace di uno scasso e, data
la sua molto maggiore importanza, diviene relativamente indifferente la
questione se la concorrenza nel senso comune funzioni con prontezza maggiore o
minore; lo stimolo imperioso che a lungo andare espande la produzione e riduce i
prezzi è, in ogni caso, fatto di una materia completamente diversa. . Inutile
osservare che questo genere di concorrenza opera non solo quando è in atto, ma
anche quando è una perenne minaccia. Essa disciplina prima di muovere all’attacco.
L’uomo d’affari si sente in situazione concorrenziale anche se è solo nel
proprio campo o se, per quanto non solo, gode di una posizione tale per cui gli
esperti governativi non riescono a individuare l’esistenza di una concorrenza
vera e propria fra la sua ditta ed altre dello stesso ramo o di un ramo affine,
e concludono che tutto quel suo parlare dei guai della concorrenza è, a ben
vedere, un imbroglio. In molti casi se non in tutti, alla lunga ne risulterà un
comportamento molto simile al quadro perfettamente concorrenziale.
LE RESTRIZIONI CHE ALLONTANANO
DA UNA SITUAZIONE IDEALE DI CONCORRENZA PERFETTA, LUNGI DALL’ESSERE
CONSIDERATE IN MANIERA NEGATIVA, FAVORISCONO IL PROCESSO DI ESPANSIONE DI
LUNGO-TERMINE DEL CAPITALISMO.
«...qualunque investimento, in
quanto necessario completamento dell’azione imprenditoriale, implica
determinate attività di salvaguardia come l’assicurazione, ecc. Investire a
lungo termine in condizioni cangianti, o, più ancora, che mutano (o possono
mutare) da un momento all’altro sotto la spinta di nuove merci e nuove
tecniche, è come sparare a un bersaglio non solo distinto, ma mobile e che si
muove a sbalzi.Di qui la necessità di ricorrere a mezzi protettivi come i
brevetti, o il temporaneo segreto di lavorazione, o, in qualche caso, la
stipulazione preventiva di contratti a lungo termine. […] Nell’analizzare
questa strategia economica dall’angolo visuale di un dato punto del tempo, l’economista
e il funzionario governativo si trovano di fronte a politiche dei prezzi che
sembrano jugulatorie e a restrizioni della produzione in cui vedono l’equivalente
di mancate opportunità di produrre: non capiscono che spesso questi tipi di
restrizione sono, nelle condizioni di incessante terremoto, gli incidenti
inevitabili di un processo di espansione a lungo termine, e lo proteggono più
che non lo ostacolino. Affermarlo non è più paradossale che dire: le
automobili vanno più veloce di quanto altrimenti avverrebbe, perché sono
dotate di freni […]»
LA RIGIDITÀ DEI PREZZI IN
FASE DI DEPRESSIONE NON PORTA ALLA DISTRUZIONE DEL SISTEMA, BENSÌ CONTRIBUISCE
AD UNA SUA STABILIZZAZIONE.
Dal fatto - nei limiti in cui è
un fatto - che a prezzi più flessibili si potrebbero, ceteris paribus, vendere
quantità maggiori di prodotti, non segue che la produzione delle merci in
questione — o la produzione e quindi l’occupazione totali - sarebbero in
realtà maggiori. Infatti, in quanto possiamo supporre che il rifiuto di
ribassare i prezzi rafforzi la posizione delle industrie che adottano questa
politica sia aumentandone gli utili sia semplicemente evitando il determinarsi
di un caos nei loro mercati - cioè, in quanto questa politica sia qualcosa più
di un errore da parte di tali industrie - essa può trasformare in fortezze
quelle che, in caso diverso, potrebbero divenire centri di distruzione. Come
abbiamo visto prima, da un punto di vista più generale la produzione e l’occupazione
totale possono continuare a un livello più alto, con le restrizioni proprie di
questa politica, che se si permettesse alla depressione di scardinare la
struttura dei prezzi In altre parole, nelle condizioni create dall’evoluzione
capitalistica, una perfetta e generale flessibilità dei prezzi potrebbe,
durante la depressione, rendere ancor meno stabile il sistema, invece di
stabilizzarlo come senza dubbio avverrebbe nelle condizioni che la teoria
generale prevede. «Un’altra teoria si è cristallizzata in una parola d’ordine:
che cioè, nell’epoca del big business, il mantenimento del valore degli
investimenti esistenti – la conservazione del capitale – assurga a scopo
dominante dell’attività imprenditoriale e minacci d’impedire ogni
perfezionamento capace di ridurre i costi. L’ordine capitalistico diventerebbe
perciò incompatibile col progresso. Come si è visto il progresso causa una
distruzione di valori capitali negli strati che subiscono la concorrenza del
nuovo prodotto o metodo di produzione. Nella concorrenza perfetta, gli antichi
investimenti devono essere adattati a costo di sacrifici, o abbandonati; quando
non regna una concorrenza perfetta e ogni campo industriale è controllato da
pochi grandi complessi aziendali, questi possono reagire in vario modo alla
minaccia di un attacco alla loro struttura produttiva e cercar di evitare
perdite in conto capitale; cioè possono combattere e combatteranno lo stesso
progresso. Spesso, se non nella maggioranza dei casi, un’azienda in funzione
non si trova di fronte al semplice problema di adottare o no un nuovo
procedimento tecnico che rappresenti quanto v’è di meglio sul mercato, e che,
nella forma immediatamente disponibile, si possa ritenere conservi per un certo
tempo questa posizione. Un nuovo tipo di macchina è, in genere, solo un anello
in una catena di perfezionamenti e può ben presto divenire antiquata. In un
caso simile, evidentemente, non sarebbe razionale seguire la catena anello per
anello senza tener conto della perdita capitale che si dovrà ogni volta
sopportare. Il problema vero è allora su quale anello l’azienda opererà, e
la risposta avrà necessariamente il carattere di un compromesso fra
considerazioni largamente basate su ipotesi, ma, di regola, implicherà una
certa fase di attesa per stabilire come la catena funzioni. A chi guardi dall’esterno
sembrerà che si cerchi di arrestare il progresso tecnico al fine di conservare
valori capitali esistenti. Eppure, anche il più mite dei compagni si
ribellerebbe a una direzione socialista avventata che, seguendo il consiglio del
teorico, continuasse ogni anno a smantellare impianti e attrezzature.
LA CONSERVAZIONE DEL CAPITALE
NON È INCOMPATIBILE CON IL PROGRESSO, ANZI È PERFETTAMENTE RAZIONALE AL FINE
DI PRESERVARE IL SISTEMA A LUNGO TERMINE. LA
TEORIA DICE CHE IN MONOPOLIO SI RISCONTRERÀ UN PREZZO PIÙ ALTO E UNA
PRODUZIONE PIÙ LIMITATA RISPETTO AL CASO DI CONCORRENZA PERFETTA. LA REALTÀ
RENDE INAPPLICABILE E CONTRADDICE. LA TEORIA.
La teoria del monopolio semplice
e discriminante insegna che, salvo un caso limitativo, il. prezzo di monopolio
è più alto, e la produzione di monopolio più bassa, del prezzo e,
rispettivamente, della produzione in regime di concorrenza. Ciò è vero a
condizione che il metodo e l'organizzazione della produzione - e ogni altra
cosa- siano esattamente gli stessi in entrambi i casi. In realtà, il
monopolista dispone di metodi superiori che o non sono affatto disponibili per
una folla di concorrenti o non lo sono con altrettanta prontezza: ci sono
vantaggi che, sebbene non interamente inattingibili sul piano della concorrenza,
in realtà si ottengono solo sul piano del monopolio, ad esempio perché la
monopolizzazione può allargare la sfera d’influenza dei cervelli migliori e
restringere la sfera d influenza dei cervelli peggiori o perché il monopolio
gode di una posizione finanziaria schiacciante; se così stanno le cose, quella
proposizione cessa d’esser vera. In altri termini, questo elemento
dell'apologia della concorrenza può venir meno perché i prezzi di monopolio
non. sono necessariamente più alti - o la produzione di monopolio più bassa -
di quel che sarebbero i prezzi e la produzione in regime concorrenziale ai
livelli di efficienza produttiva ed organizzativa che sono alla portata del tipo
di azienda compatibile con l’ipotesi della concorrenza. Non v’è dubbio che,
nelle condizioni della nostra epoca, tale superiorità è, in linea di fatto, l’aspetto
dominante dell’unità tipica di controllo su grande scala, sebbene la pura
dimensione non sia né necessaria né sufficiente a crearla.Queste unità non
soltanto sorgono nel processo della distruzione creatrice e funzionano in modo
affatto diverso dallo schema statico ma in molti casi d’importanza decisiva,
costituiscono la forma necessaria al raggiungimento del successo.Creano in gran
parte ciò che sfruttano.
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
SCHUMPETER
J., "Teoria dello sviluppo economico" -
Sansoni 1971.
SCHUMPETER
J., "Il processo capitalistico: cicli economici" -
Boringhieri, Torino 1977