lunedì,
26 gennaio 2004
La
più antica Repubblica d’Africa (1847) è devastata da
14 anni di guerre civili.
L’ultimo capitolo del terrore si è chiuso nell’agosto
del 2003 con l’esilio del dittatore ed ex signore della
guerra Charles Taylor, al potere ininterrottamente dal
1997, e con gli accordi di Accra stipulati tra fazioni
ribelli (Lurd e Model) e governativi.
Pressioni
internazionali, un mandato di cattura del Tribunale
Speciale per i crimini di guerra della Sierra Leone e un
mese di assedio del Lurd attorno a Monrovia hanno
costretto il presidente Taylor a farsi da parte trovando
un rifugio dorato a Calabral (Nigeria).
Ma il dopo Taylor è tutt’altro che pacifico.
I
ribelli del Lurd (Liberiani Uniti per la riconciliazione e
la democrazia) e del Model (Movimento per la democrazia in
Liberia) controllano il 70% del territorio e giocano al
rialzo per i posti del governo di transizione con le
truppe di pace inviate dall’Onu.
La
missione dei caschi blu dovrebbe contare fino a 15mila
uomini, il più grande dispiegamento di peacekeepers della
storia, ma il lento processo di smobilitazione di
miliziani governavi e dei ribelli pesa come un macigno per
una popolazione prostrata da troppi anni di guerra.
I
rapporti di Amnesty International denunciano uno stato di
guerra perenne con continue vessazioni, stupri e
esecuzioni sommarie ai danni dei civili. Sono morte più
250mila persone in 14 anni di guerre, e il conto è
approssimato per difetto.
Alla
guida del nuovo esecutivo ad interim – nel 2005 sono
previste elezioni democratiche - è stato nominato Gyude
Bryant, un uomo d’affari neutro alle faide dell’ultimo
decennio.
Sul
destino della Liberia pesano ancora i dissesti regionali:
infatti i ribelli del Model hanno trovato supporto dalla
vicina Costa d’Avorio e quelli del Lurd dalla Guinea
Conakry. Resta ambigua la politica degli Stati Uniti, che
nel 1822 furono spinti
dall’associazione filantropica, ma al cui interno
scorreva anche sangue razzista, American Colonization
Society, a fondare uno stato per gli schiavi
afro-americani affrancati.
Un
cammino africano, quello dei coloni, che ebbe poco a che
spartire con l’utopia del ritorno alla madre patria.
I nuovi arrivati si imposero subito come dominatori
assoluti, e pur rappresentando una minima parte della
popolazione, posero sotto il loro giogo i nativi. Tanto
che gli stessi promotori americani condannarono
nuove pratiche di schiavismo.
Il
resto è storia recente. Finita l’epoca della Liberia
avamposto americano in Africa contro gli imperi coloniali
europei, e poi contro l’impero sovietico, la fragile
economia, basata sui paradisi fiscali (mercantili su
tutti), su caucciù e ferro, dovette scontrarsi con quella
d’Asia ben più competitiva. E allora spuntò la rivalsa
delle etnie tenute a margini della vita politica. Si
consumò negli anni ottanta la presidenza Tobelrt,
assassinato dal sergente Samuel Doe, a sua volta fatto
letteralmente a pezzi dai sicari del ribelle Prince
Johnson.
A
poco sono valse le missioni di pace dell’Ecowas (Comunità
economica degli stati africani occidentali) e del suo
braccio militare Ecomog. Anzi, secondo le cronache i
caschi verdi si sarebbero macchiati di crimini pari a
quelli delle fazioni in lotta.
Sostenuto
dalla Libia di Gheddafi, Charles Taylor, laureato in
economia nel Massachusetts, iniziò a combattere la sua
guerra partendo dalla Costa d’Avorio.
Una lunga scia di sangue e di traffici loschi lo portò al
potere nel 1997, fomentando il più possibile i conflitti
nei paesi vicini.
Come
in Sierra Leone dove appoggiò il RUF di Foday Sankoh e
seppe sfruttare per suoi tornaconto le materie
preziose dell’ex protettorato britannico.
Fonte:
www.warnews.it
