Ascolta le interviste di Amedeo Lomonaco, trasmesse da Radio Vaticana, sul processo a Saddam al prof. di diritto internaz. Ugo Draetta e sulla Costituzione all'arcivescovo di Kirkuk. Il servizio è stata trasmesso da Radio Vaticana nel mese di ottobre del 2005 >>>
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IL CONFLITTO IN IRAQ
mercoledì,
31 marzo 2004
All’indomani
dell’11 settembre 2001, in seguito agli attentati
perpetrati da un commando di 19 kamikaze di al Qaeda (la
base, in arabo), si iniziò a parlare di un possibile
intervento armato contro l’Iraq.
Dopo
la guerra in Afghanistan, la prima post-undici settembre,
l’amministrazione guidata da George Walker Bush, figlio
del presidente protagonista della prima guerra del golfo,
decise di intervenire contro l’Iraq guidato da Saddam
Hussein.
Gli
USA accusarono il presidente iracheno di non aver
ottemperato alle risoluzioni delle Nazioni Unite, nelle
quali era previsto l’obbligo di distruzione delle armi
chimico-batteriologiche dell'arsenale iracheno, e di
essere inoltre impegnato nella costruzione di un arsenale
di tipo nucleare.
Nonostante
manchino elementi concreti che indichino responsabilità
irachene negli attentati dell’undici settembre,
l’amministrazione Bush sospettò di una possibile
alleanza tattica tra il laico Saddam ed il fondamentalista
Osama Bin Laden, e la preoccupazione principale fu
che tale alleanza potesse portare al Qaeda ed i gruppi ad
essa collegata ad ottenere armi di distruzione di massa da
utilizzare contro l’America o contro interessi
americani.
Una
nuova risoluzione delle Nazioni Unite, la 1441,
dichiarò che l’Iraq era in violazione sostanziale
con le direttive previste dalle precedenti risoluzioni sul
disarmo iracheno.
La
1441 inoltre prevedeva nuove ispezioni in Iraq, e
quest’ultimo doveva acconsentire ad un
accesso”immediato, illimitato e incondizionato” a
qualsiasi luogo, pena “gravi conseguenze”.
Iniziò
cosi il lavoro del team di 16 ispettori guidato dal
diplomatico svedese Hans Blix, a capo dell'Unmovic, e
dall’egiziano Mohamed El Baradei, direttore dell'Aiea,
l’agenzia dell’Onu per l’energia atomica.
All’inizio
di Febbraio il segretario di Stato americano, Colin Powell,
in una lunga arringa in seno al Consiglio di Sicurezza
della Nazioni Unite, mostrò le prove in mano
all’amministrazione Bush della presunta presenza in
Iraq di armi di distruzione di masse, e di materiale
riconducibile alla volontà di Saddam di fabbricare
armamenti nucleari.
Le
armi di distruzione di massa, la cui paventata presenza in
Iraq è stato il "casus belli" di questa
seconda guerra del golfo, ad oggi non sono state
ancora trovate.
Gli
ispettori delle Nazioni Unite, nella loro relazione del 14
febbraio 2003, sostennero che l’Iraq stava
iniziando a collaborare, anche se ancora in modo
insufficiente, e non trovarono elementi significativi che
provassero l’esistenza della armi denunciate dagli da
Bush e da Tony Blair, il primo ministro inglese.
La
richiesta del team di ispettori fu quella di avere
altro tempo a disposizione e la relazione di Blix del 17
Marzo individua 12 test specifici di disarmo per l’Iraq.
L’ipotesi
di iniziare una campagna bellica contro il regime di
Saddam Hussein, intanto, fu l'elemento che
ruppe la sostanziale unità venutasi a creare nel
mondo occidentale all’indomani degli attentati
dell’undici settembre.
La
Francia, che minacciò il veto, la Germania, e, in
posizione più defilata la Russia e la Cina, si dissero da
subito contrarie all’intervento militare contro l’Iraq,
costringendo cosi gli americani a proseguire da soli nella
loro azione.
George
Bush conierà cosi la formula della “coalition of
willings”, coalizione in cui entreranno a far parte
tutti quegli stati che appoggiano l’azione statunitense
anche al di fuori del quadro Onu e tra le quali spiccherà
la presenza della Gran Bretagna, fedele alleata di
Washington, della Spagna e della Polonia, considerata dall’amministrazione
Bush la punta di diamante della “nuova Europa”,
secondo la oramai famosa definizione coniata dal
segretario statunitense alla difesa Donald Rumsfeald.
La
guerra all’Iraq troverà una forte opposizione presso la
quasi totalità dell’ opinione pubblica mondiale, che
con imponenti manifestazioni di piazza nei mesi
antecedenti e durante lo svolgimento della guerra stessa
griderà il suo “no” all’azione militare.
Il
New York Times a tal proposito parlerà dell’opinione
pubblica mondiale come della “seconda
grande potenza mondiale”
Ma
oramai il dado è tratto, e il 20 marzo iniziarono i
bombardamenti dell'operazione denominata “Iraqi
Freedom”. Ha cosi inizio la seconda guerra del golfo.
Nel
giro di sole quattro settimane le forze della “coalizione
dei willings”, in larghissima parte formate da americani
ed inglesi, riuscirono ad avere la meglio sull’esercito
iracheno ed entrarono a Bagdad.
Il
1 maggio 2003 il presidente Bush ha
dichiarato ufficialmente la fine delle operazioni di
guerra.
Ha
cosi inizio il lungo periodo di transizione, il difficile
"dopoguerra" che dura ancora oggi, in cui le
forze dei paesi occupanti si trovano a dover affrontare le
attività della guerriglia - chiamata dai media arabi
"resistenza" - irachena, movimento alquanto
eterogeneo e variegato.
Esso è formato
da combattenti arabi stranieri giunti in Iraq per
combattere il Jihad mondiale contro i “nuovi
crociati”, da pezzi del vecchio partito Baath e delle
forze armate del dissolto regime saddamita – in
particolare Feddayn e Guardia repubblicana –
riorganizzatesi per cacciare gli americani e riconquistare
cosi il potere perduto e gruppi indipendenti di sciiti
radicali che non si riconoscono nelle posizione più
moderate dello Sciri, il consiglio
supremo per la rivoluzione islamica in Iraq.
Dopo
la caduta del regime di Saddam, viene instaurata
un'amministrazione civile, alla guida della quale si
insedierà dapprima Joey Gardner, che verrà sostituito in
seguito dall’attuale pro-console americano in Iraq, l'ex
diplomatico Paul Bremer.
A
questa amministrazione si affiancherà un Consiglio
provvisorio iracheno, formato da 25 tra i leaders più
rappresentativi dei vari gruppi etnico religiosi presenti
in Iraq, e saranno coloro che firmeranno l’8 marzo 2004
la nuova costituzione ad interim irachena.
La
nuova costituzione prevede, entro il 30 giugno del 2004,
il passaggio di poteri dall’attuale amministrazione
civile guidata da Bremer a un governo iracheno.
Questo
governo dovrà traghettare il paese verso libere
elezioni, che secondo la maggior parte degli osservatori,
si terranno intorno alla metà del 2005.
Saddam,
il reale obiettivo mai celato veramente della seconda
campagna irachena, è stato scovato e catturato
dalle forze americane (anche se molti parlano di un
consistente, se non decisivo e necessario aiuto dei
Peshmerga Curdi), il 14 dicembre in una fattoria nei
pressi di Tikrit, la città che il 28 aprile del 1937
diede i natali al futuro Rais iracheno.
Le
immagini di un Rais invecchiato e debole hanno fatto da
subito il giro delle televisioni di tutto il mondo, e
anche se dall'alto valore simbolico,questa cattura non ha
portato ad un significativo abbassamento dell'intensità
delle azioni delle varie forze ribelli operanti in
Iraq, attive soprattutto nella zona centrale del paese,
quel “triangolo sunnita” in cui molti soldati della
coalizione, principalmente americani, sono stati uccisi in
agguati e imboscate.
In
questi mesi sono stati molti gli attacchi e gli attentati
che hanno colpito i militari delle forze occupanti-
tra i soldati americani si contano 600
morti dall'inizio della guerra - il personale di
enti internazionali e Ong presenti in Iraq – emblematici
a tal proposito gli attentati contro la delegazione della
Nazioni Unite dell’agosto scorso e contro la sede della
Croce Rossa internazionale a Bagdad – gli iracheni
accusati di collaborazionismo dagli insorti.
Come
in tutte le guerre però, a subire le
privazioni più ingenti è stata la popolazione
civile, coloro i quali hanno pagato per molti,
troppi anni, il prezzo più alto portato da guerre,
embraghi, fame e povertà.
Fonte:
www.warnews.it
