HARDT:
IL
DEPERIMENTO
DELLA
SOCIETA'
CIVILE |
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Il concetto di società civile ha goduto ultimamente di rinnovato
interesse, non soltanto in Europa occidentale o nel Nord America, dove piuttosto
vanta una lunga e gloriosa carriera a sostegno delle posizioni politiche più
svariate, ma qui e là nel mondo; particolarmente in quei Paesi in Asia e
nell'Europa orientale che stanno vivendo la transizione dal socialismo al
capitalismo, così come nei regimi postautoritari e postdittatoriali
dell'America Latina. La società civile viene vista come il carattere
determinante di ogni democrazia: l'infrastruttura istituzionale principe per le
mediazioni della politica e per il mercato. Tuttavia, nell'analizzare le
funzioni democratiche che il concetto e la realtà della società civile hanno
reso possibili, è importante rendersi conto anche delle funzioni di disciplina
e sfruttamento che sono inerenti e inseparabili da queste stesse strutture.
Inoltre, dobbiamo chiederci se le istituzioni sociali necessarie per la
costruzione e il funzionamento della società civile siano ancora presenti nelle
formazioni sociali contemporanee. Quello che intendo sostenere è che negli
ultimi anni le condizioni di possibilità per la società civile si sono
progressivamente indebolite in Nord America, Europa e altrove (se poi è davvero
mai esistita al di là del mondo europeo). Anche se considerassimo la società
civile come la realtà politicamente più desiderabile, qualsiasi evocazione del
concetto al momento attuale corre il rischio di restare vuota e inutile.
Concentrare l'analisi attorno al concetto di società civile ci sfida così a
nuove prospettive su una problematica più generale. Detto altrimenti,
riconoscere il deperimento della società civile ci dà i termini per meglio
afferrare quei fenomeni che troppo spesso sono vagamente indicati con
riferimento alla fine della modernità o alla fine della società moderna. I
termini moderno e postmoderno mancano di quella specificità necessaria che li
renda utili oltre un certo punto. La società che stiamo vivendo, più
propriamente, è definibile come una società postcivile.
Nella filosofia politica, il concetto di società civile è collegato
fondamentalmente alla nozione moderna di lavoro, una connessione resa
straordinariamente evidente da G.W.F. Hegel. Anzi, forse è proprio il concetto
di società civile il più importante contributo di Hegel alla filosofia
politica, anche se certamente egli non fu il primo teorico a impiegarlo. Per
tutto il primo periodo della modernità, da Hobbes a Rousseau almeno, la
distinzione tra società naturale e società civile, o meglio tra stato di
natura e stato civile, giocò un ruolo fondamentale in quanto dualismo che
fondava e giustificava l'ordine politico. In queste prime teorie dell'era
moderna, la preoccupazione principale era che l'ordine razionale della società
civile fosse contrastato dal disordine irrazionale della società naturale. Il
passaggio da una società di natura a una civile era così presentato come il
movimento storico e teoretico della civilizzazione umana.
Al tempo in cui Hegel sviluppava la sua teoria politica, comunque, l'asse
fondamentale di questa distinzione era mutato, così che Hegel si concentrò
anzitutto non sul contrasto tra società di natura e società civile bensì su
quello tra società civile e società politica, ovvero tra società civile e
Stato. Così, quando guardiamo all'uso del concetto di società civile che Hegel
fa rispetto allo sfondo storico in cui si inserivano le prime teorie della
modernità, siamo colpiti da due innovazioni strettamente correlate. La prima,
che andrebbe accreditata alla tonalità del periodo storico più che a Hegel
stesso, è che la società civile ha intanto guadagnato una definizione
economica più complessa, dovuta almeno in parte alla progressiva estensione e
al consolidamento del capitalismo. Diversi studiosi hanno sottolineato come
Hegel abbia sviluppato la sua concezione di società civile sulla base degli
scritti degli economisti inglesi del tempo, e che la traduzione corrente tedesca
dell'inglese "civil society", che Hegel usò, era bürgerliche
Gesellschaft o "società borghese".
Di per sé questo fatto dovrebbe
spingerci a sottolineare il nesso tra la concezione della società civile in
Hegel e le concezioni, largamente vigenti al tempo, che guardavano al mercato e
ai rapporti capitalistici di produzione come processo di civilizzazione. Secondo
Hegel (Hegel 1952, ƒ255), attraverso i bisogni, il lavoro, gli scambi e il
perseguimento del proprio interesse particolare, gli "atomi non organizzati
della società civile" vanno organizzandosi verso l'universale - non
proprio per mezzo della misteriosa azione della mano invisibile di Adam Smith,
ma piuttosto attraverso le istituzioni competitive della produzione e della
circolazione capitalistiche. Da questo punto di vista, quindi, si può dire che
l'ambito economico della società civile copra il ruolo tipico della natura,
rispetto al quale Hegel oppone l'ordine razionale del regno della politica.
La seconda innovazione nell'uso che Hegel fa del concetto di società civile,
strettamente correlata alla prima ma che assume nella formulazione hegeliana un
connotato specifico, è relativa all'accentuazione del carattere educativo della
società civile. Qui appare con evidenza come Hegel non intenda sostituire il
dualismo originario (società naturale/società civile) con un altro dualismo
(società civile/società politica), quanto piuttosto avviare una concezione
articolata in tre parti (naturale, civile, politica). Lo stato di natura, come
regno dei bisogni e del perseguimento del proprio interesse, non ha per Hegel
una relazione diretta con lo Stato politico ma deve passare attraverso o trovare
una mediazione con la società civile prima di diventare politica. La società
civile, sottolinea Hegel (ƒ209), condivide con la società di natura il fatto
d'essere il regno dei bisogni e dell'interesse particolare, ma la società
civile è anche "la sfera dell'apparentamento - la sfera
dell'educazione". In altre parole, la società civile assume il sistema
umano naturale di bisogni e interessi privati e mette in relazione gli uni con
gli altri attraverso le istituzioni sociali capitalistiche della produzione e
del mercato e, così, sulla base della mediazione e della sussunzione del
particolare, pone le basi su cui lo Stato può realizzare l'interesse universale
della società "nell'attuazione dell'Idea etica" (ƒ257). Il concetto
hegeliano di educazione nella società civile è un processo di formale
sussunzione, un processo in cui le differenze particolari, estranee
all'universale, sono negate e integrate in unità.
Hegel combina e mette in rilievo questi aspetti economici e pedagogici
concependo la società civile anzitutto come società del lavoro. Questa può
essere una prima approssimazione per definire il concetto. Il lavoro produce e
il lavoro educa. Nei suoi primi scritti sullo Stato, nel periodo di Jena, Hegel
(1932, 2:268) concepì il processo di astrazione del lavoro dalle sue concrete
immediatezze come il motore-guida delle istituzioni sociali della
civilizzazione. "Il lavoro concreto è il discorso elementare,
sostanziale", fondamento di ogni cosa, ma è anche "cieco e
selvaggio", cioè non addestrato all'interesse universale. Il lavoro
concreto, che in questo primo periodo Hegel immagina come il lavoro dei
contadini, è l'attività umana più vicina alla natura. Proprio come la natura,
il lavoro concreto non può essere facilmente negato, dal momento che è il
fondamento di tutta la società, ma neppure può essere facilmente integrato,
dal momento che è selvaggio e non-civilizzato. "Come una bestia
selvaggia", Hegel scrive (1:240), "[esso] deve essere continuamente
soggiogato e addomesticato (Beherrschung und Bezähmung)".
Il
lavoro
deve
essere
aufgehoben,
negato
e
integrato,
sussunto.
Il
processo
di
astrazione,
quindi, dal lavoro concreto al lavoro astratto è il processo educativo in cui
il singolare è trasformato nell'universale, attraverso la negazione e
l'abbandono del sé2. Come seconda approssimazione, quindi, possiamo dire che la
società civile non è semplicemente la società del lavoro, ma è
specificamente la società del lavoro astratto. Questo stesso processo educativo
di astrazione è anche al centro della concezione della società civile dell'Hegel
più maturo (1952, ƒ199), che egli pone nei suoi ultimi scritti in termini meno
filosofici e più pratici: attraverso il lavoro il perseguimento della
soddisfazione dei bisogni particolari di ognuno è correlato al perseguimento
che ogni altro fa e così "l'egoismo soggettivo si trasforma in un
contributo alla soddisfazione dei bisogni di ciascun altro". Hegel trova
questo ruolo pedagogico del lavoro - la trasformazione verso l'universale -
organizzato e reso esplicito nelle organizzazioni sindacali del lavoro, nelle
corporazioni, che per vocazione orientano i particolari interessi degli operai
verso l'interesse universale della società (vedi Hegel 1952, ƒ251). La società
civile consiste non soltanto delle corporazioni del lavoro ma di tutte le
istituzioni della società capitalistica che organizzano il lavoro astratto.
Nella sua interpretazione più matura, quindi - ed ecco per noi una terza
approssimazione -, noi possiamo rilevare che la società civile è la società
dell'organizzazione del lavoro astratto.
di M. Hardt